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Full text of "A | rivista anarchica 403 (dicembre 2015 / gennaio 2016)"

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403 


anarchia oggi • pensier libero * Milano/istituto Molinari • Lisbona/edizioni 
sovversive • Firenze/vetrina dell’editoria • NoTav/lotte e repressione 

• Francoforte/decrescita del libro • il gender sovversivo • Kurdistan/ 
viaggio • Anarchik • Chiapas/lettera e storia • Ciad • New York/ 
discriminazione razziale • Barcellona/radio Contrabanda *12 recensioni 

• pensieri indiani • ergastolo • antropologia libertaria • guida Apache • 
quiete e rancore • stato social • Armeni/il genocidio • babbo natale è 

anarchico? • canzone d’autore/premio Bianca D’Aponte • Bakunin/un 
nuovo libro • dossier Carlo Doglio: un urbanista anarchico • “A” 71 * lettere 



rivista anarchica 











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dicembre 2015 
gennaio 2016 


sommario 


7 la redazione 

ALLE LETTRICI, Al LETTORI/Dal Chiapas al Kurdistan 

8 Andrea Papi 

POLITICA/Un po’ d’anarchia nell’oggi 

10 Sergio Staino 

PENSIER LIBERO 


FATTI&MISFATTI 

11 Franco Bertolucci 

Milano/l 75 anni di attività dell’Istituto “Ettore Molinari” 

12 Mario Rui Pinto 

Lisbona/Edizioni Sovversive in mostra 

12 Isabelle Felici 

Firenze/A ciascuno la sua Vetrina 

13 Luca Peri no (foto) 

No Tav/Lotte e repressione 

14 Guido Lagomarsino 

Francoforte/ln scena alla Fiera la decrescita del libro 

15 Carlotta Pedrazzini 

SOCIETÀ/II genere sovversivo 

17 Giulio D’Errico 

KURDISTAN TURCO/Viaggio in Bakur 

21 Roberto Ambrosoli 

ANARCHIK/L’anarchia? Irrealizzabile 


sommario 


3 






22 Orsetta Bellani 

LETTERE DAL CHIAPAS.12/Un futuro già presente 

24 Eduardo Galeano 

Una riflessione 

28 Claudio Albertani 

CHIAPAS/I neozapatisti ieri e oggi 

33 *** 

TAMTAM/I comunicati 

35 Valeria De Paoli 

SENZA CON FI NI/Cuore nero d’Africa 

43 Santo Barezini 

LETTERA DA NEW YORK.3/Uniti, ma divisi 

46 Marco Giusfredi 

LA BUONA STAMPA 


47 Steven Forti 

CATALOGNA/25 anni con Radio Contrabanda 

50 S.F. 

Zibaldone, un programma in italiano, 
non solo per italiani 

51 Ernesto “Che" Majara 

Una voce di Contrabanda 


RASSEGNA LIBERTARIA 

53 Laura Tussi 

Manifesti di pace per chiudere con la guerra 

54 Salvo Vaccaro 

Municipalismo libertario e autogoverno/ 

Le proposte di Bookchin 

56 Silvestro Livolsi 

Gli zolfatari siciliani e il barbaro dominio del capitale 

57 Michele Salsi 

Gli anni ‘60, il Perù e le lotte per la terra 

58 Paolo Zapparoli 

Una guida per Tedificazione dell’uomo libero 

59 Giovanni Carletti 

Vivere come i nomadi/ 

Il movimento anarchico milanese prima del fascismo 

60 Paola Pronini Medici 

L’amore? È l’anarchia nel cuore 

61 Francesco Codello 

La fine della scuola e le alternative libertarie 

64 Silvia Papi 

La repubblica dell’Immaginazione/ 

La dittatura dell’indifferenza 

65 Franco Buncuga 

Per un’urbanistica in chiave autogestionaria 








66 Benedetta Piazzesi 

Antispecismo e pensiero queer/ 

Percorsi per un’autodeterminazione 

67 Claudia Piccinelli 

La bambina invisibile 

69 a cura di Valeria Giacomoni 

Orso in Piedi, un Capo Indiano, Ohiyesa e Cervo Zoppo 

CULTURE/Pensieri indiani 

72 * * * 

ELENCO DEI PUNTI-VENDITA 

74 Carmelo Musumeci 

9999 FINE PENA: MAI/La tortura delle torture. 
L’isolamento diurno degli ergastolani 

75 Andrea Staid 

ANTROPOLOGIA E PENSIERO LIBERTARIO/ 

Un mondo di condivisione 

77 Nicoletta Vallorani 

LA GUIDA APACHE/Guardarsi negli occhi 

79 Felice Accame 

À NOUS LA LIBERTÉ/Quiete e rancore 

81 Paolo Pasi 

LETTERE DAL FUTURO/Lo stato social 


82 GENOCIDIO DEGLI ARMENI 

82 Francesco Berti 

Quando lo stato diventa un serial killer 

85 Paolo Cossi 

Medz Yeghern/ll Grande Male 

91 Ruth Kinna 

CURIOSITÀ/Ma Babbo Natale è anarchico? 

93 Steven Forti 

CANZONE D’AUTORE/AI centro, le donne 

97 Alessio Lega 

...E COMPAGNIA CANTANTE/ 

Un nuovo libro su Bakunin. Mio. 


101 DOSSIER CARLO DOGLIO 

103 Stefania Proli 

Un urbanista libertario 

105 Gianpiero Landi 

L’avventura intellettuale di un uomo aperto 

107 Daniele Doglio 

Cent’anni fa, mio padre 

109 Franco La Cecia 

Il professor Doglio 

112 Massimiliano Ilari 

Dentro al movimento anarchico 





sommario 


5 


ifl L 










114 Franco Buncuga 

Il mio primo esame di urbanistica 

120 Letizia Montalbano 

Una percettibile differenza 

123 Michele Salsi 

Che voglia di scrivere su Carlo Doglio 

126 Stefania Proli 

Leggere Carlo Doglio 

127 Carlo Doglio 

Il piano armonico (la pianificazione della libertà) 

131 Carlo Doglio 

Viaggio all’anarchismo 

138 Giorgio Nebbia 

Ripartire dai suoi scritti 

140 *** 

37 ANNI FA/“A” 71 


CAS.POST.17120 

141 Philippe Godard 

Dibattito ricerca scientifica.3/ 

La scienza è legata ai sistemi di dominio 

142 Nicolò Bellanca 

Come possiamo concepire un ordine libertario? 

143 Nicholas Tomeo 

Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile 

144 Giuseppe Deeleva 

Botta.../Ma quando parlate dei rom, non dite mai che... 

144 Giorgio Bezzecchi 

...e risposta/l pregiudizi sono duri a morire 

145 Eugenia Lentini 

Ma la violenza, comunque, è prevaricazione 

146 Fabrizio Dentini 

Contro il materialismo, per il margine umano. 

Anche nel porno. 

146 *** 

I NOSTRI FONDI NERI/ 

Sottoscrizioni e abbonamenti sostenitori 

147 * * * 

II solito regalo inutile? No. Un abbonamento ad “A” 


Direttrice responsabile 
Fausta Bizzozzero 
Grafica e impaginazione 
Grafica Roveda - Bollate (Mi) 


Stampa e legatoria 
Ingraf Industria Grafica - Milano 
Confezione e spedizione 
Con.plast - Cormano (Mi) 
Registrazione al tribunale di Milano 
in data 24.2.1971 al n. 72 


ISSN 0044-5592 
Carta Bollani ecologica 


Questa rivista è 

aderente all’LISPI 

(Unione Stampa Periodica Italiana) 


In copertina e in quarta: 
opere di Banksy 


6 


sommario 





alle lettrici, ai lettori 


Dal ChiapAs 
al Kurdistan 


Dal mondo. Con la sua dodicesima “lettera dal 
Chiapas” (alle pagg. 22-27) si chiude il reportage di Or- 
setta Bellani sull’esperienza zapatista, che iniziò il 1° 
gennaio 1994 ed è tuttora in corso. La prima di queste 
corrispondenze è stata pubblicata nel numero estivo 
del 2014 (“A” 391) e successivamente su tutti i numeri 
(con l’eccezione dello scorso). “A” ha ospitato i testi e le 
foto di Bellani, particolarmente interessanti - a nostro 
avviso - perché frutto di una conoscenza diretta e pro¬ 
lungata della vita delle comunità zapatiste. 

Subito dopo lo scritto di Bellani, ne pubblichiamo 
(alle pagg. 28-32) uno di Claudio Albertani - da molto 
tempo residente in Messico - che analizza la vicen¬ 
da dello zapatismo, dalle sue origini ai giorni nostri, 
mettendone in risalto aspetti positivi e anche alcuni 
limiti. Il tutto nell’ambito di una scelta di campo ben 
precisa, dalla parte di chi rifiuta la sudditanza ai mo¬ 
delli di “sviluppo” dominanti e si propone di operare 
concretamente con metodologie almeno in parte di¬ 
verse, tendenzialmente libertarie. 

Dal cuore dell’Impero arriva la terza corrisponden¬ 
za (alle pagg. 43-45) da New York di Santo Barezini, 
ormai già un “classico” della nostra rivista. 

Abbiamo da un paio d’anni una rubrica (“9999, 
fine pena mai” - alla pag. 74) affidata all’ergastolano 
Carmelo Musumeci. Un mondo, quello del carcere, 
presente in tutto il mondo, ma dal mondo “normale” 
perlopiù ignorato. 

Sempre della serie “dai nostri inviati sul posto”, 
potete leggere (alle pagg. 17-20) il sintetico reso¬ 
conto che Giulio D’Errico ha scritto, a nome del col¬ 
lettivo “RojavaResiste”, al ritorno da un viaggio nel 
Kurdistan turco. Pur in una drammatica situazione 
di guerra, emergono elementi interessanti per chi - 
come noi - intende valorizzare qualsiasi elemento di 
difformità libertaria rispetto agli schemi dominanti. 
Senza, d’altra parte, perdere il senso della misura ed 
enfatizzare questi aspetti come se fossero più radicati 
e sviluppati di quanto in effetti siano. 

Ancora in terra asiatica, e precisamente nella parte 
asiatica della Turchia attuale, ebbe luogo un secolo 
fa l’episodio centrale della strage degli Armeni, che 
Francesco Berti ricostruisce (alle pagg. 82-84) con 
una particolare attenzione alla sue caratteristiche di 
fondo. Accompagnano questo scritto sei tavole (alle 


pagg. 85-90) disegnate da Paolo Cossi, in un suo bel 
libro del 2007 recentemente ripubblicato. 

Dopo le Americhe e l’Asia, l’Africa. A uno degli stati 
più poveri di questo continente, il Ciad, è dedicata 
(alle pagg. 35-42) la rubrica “Senza confini” di Valeria 
De Paoli, che principalmente attraverso le sue tavole 
rende conto della situazione sociale (e anche natu¬ 
ralistica) di questo Paese peraltro ricco di ingiustizie 
sociali, rifugiati, guerra, dittature. 

Di taglio completamente diverso lo scritto (alle pagg. 
47-52) che Steven Forti ci ha inviato per ricordare i 25 
anni di Radio Contrabanda, storica emittente “contro”, 
a Barcellona. E così anche l’Europa ha il suo spazio. 

Manca in questo numero, per completare la lista 
dei continenti, una corrispondenza dall’Oceania. Ce 
ne scusiamo. 

Punti-vendita. Potrebbe sembrare un arido elen¬ 
co di edicole, librerie, centri sociali, ecc. Invece - a 
nostro avviso - l’elenco dei punti-vendita (alle pagg. 
72-73) meriterebbe più attenzione, o meglio più “par¬ 
tecipazione”. 

La nostra proposta è quella di un’assunzione di 
responsabilità da parte di tutti coloro che ritengono 
importante che “A”, oltre ad esistere (e a essere dispo¬ 
nibile e scaricabile gratis online) sia anche reperibile 
e acquistabile. Sarebbe positivo se si riuscisse ad in¬ 
dividuare almeno un punto-vendita, un’edicola, una 
libreria, una bottega del commercio equo e solidale, 
un sede anarchica, un centro culturale, insomma un 
posto che accetti di ricevere (da noi) anche solo qual¬ 
che copia di “A”. Nel primo interno di copertina di 
ogni numero di questa rivista, sotto il titolino “Piazza- 
molA”, si spiega bene questa procedura. 

Le copie invendute le lasciamo al punto-vendita, 
evitiamo i costi di (ri) spedizione e ci basiamo sulla 
fiducia. Fiducia che nella nostra esperienza è sempre 
stata ben riposta, perché chi si rende disponibile a 
“tenerci” non lo fa certo per avidità di denaro... 

È questa una delle tante cose belle, piccole ma cer¬ 
to significative, che capitano lavorando ad un pro¬ 
getto editoriale come questo di “A”. Fuori e contro la 
mentalità commerciale dominante e dilagante. 


alle lettrici, ai lettori I 7 


Un po’ d’anarchia 

nell’oggi 

di Andrea Papi 


Continuano a sorgere nel mondo situazioni, momenti, movimenti, 
sperimentazioni, tutti segnati da metodologie profondamente libertarie, 
ma che quasi mai si autodefiniscono tali. 

Da questa realtà bisogna ripartire. 


C iò che quotidianamente siamo costretti a vive¬ 
re è a dir poco convulso, propagatore di caos 
mentale ed esistenziale. Un disordine inna¬ 
turale imposto e gestito da forze criminali avide di 
potere e di smisurate ricchezze, dominanti in questa 
fase del divenire dell’umanità. Come possono dun¬ 
que prendere corpo esperienze propagatrici di una 
visione anarchica, inserirsi in un tale clima prospet¬ 
tive d’innovazione libertaria? L’anarchia, al di là di 
ogni preconcetto, dovrebbe essere la più alta espres¬ 
sione dell’ordine, come con saggezza scrisse Reclus. 

Mi ha ispirato una proposizione di Francesco Co- 
dello che trovo particolarmente stimolante. Inoltre 
Videa, dominante nelle pedagogie tradizionali, della 
linearità del processo di conoscenza, viene qui sosti¬ 
tuita da una pratica di circolarità a spirale che, par¬ 
tendo dalla domanda, via via si evolve e, attraverso 
il ruolo positivo dell’errore, ritorna a un livello di volta 
in volta più elevato a farsi conoscenza attiva e ricerca 
condivisa. In questo modo vi è un passaggio da un’a¬ 
rea di non conoscenza a una di conoscenza, continua- 
mente e sistematicamente, che favorisce un’idea di 
costruzione del sapere fondato sull’esperienza e non 
sulla trasmissione. (In Per un’educazione libertaria, 
pubblicato in MicroMega, 8 settembre 2014. Tratto 
da La campanella non suona più, Edizioni La Baro¬ 
nata, pag. 104). 

Con sintesi ed efficacia Francesco tratteggia una 
metodologia educativa di tipo libertario. Trovandomi 
pienamente concorde coi punti che enuncia, in varia 


maniera in qualche occasione li ho trattati anch’io. Li 
trovo interessanti perché sono fondamentali basi di 
riferimento non soltanto per l’ambito specifico edu¬ 
cativo, bensì per sperimentazioni in qualsiasi cam¬ 
po. Rappresentano cioè un’impostazione scientifica 
che illumina il cammino per intraprendere esperien¬ 
ze all’insegna di orizzonti innovativi. Nelle cose di 
impronta anarchica e libertaria in fondo, qualunque 
sia il campo d’azione, c’è sempre una consapevolezza 
autoeducativa mutuale e socialmente scambievole. 

Considerazioni particolarmente importanti se si 
considera che la messa in opera di esperienze e ten¬ 
tativi, oltre a veri e propri esperimenti sociali, nella 
loro molteplicità sono l’unica vera alternativa che si 
delinea all’orizzonte di possibili cambiamenti sociali 
radicali. Dico questo perché, come ho già affermato 
e analizzato più volte in precedenti scritti (anche in 
articoli pubblicati in questa rivista), il panorama ri¬ 
voluzionario classico, che delinea il momento risolu¬ 
tivo attraverso un’auspicata vittoria nello scontro col 
potere facendolo soccombere, quasi una palingenesi 
rivoluzionaria, è ormai da considerarsi improponibi¬ 
le, privo com’è di fondamento realistico. 

I semi 

sotto la neve 

Detto in brevissima sintesi, non esistono più, se 
non illusori, palazzi del potere da prendere o da ab¬ 
battere. Ammesso che ce la potessimo fare, attuai- 


8 I politica 


mente potremmo pure distruggere tutti i palazzi del 
potere o uccidere tutti i tiranni che identifichiamo, 
ma non riusciremmo ugualmente neppure a scalfi¬ 
re in modo significativo il dominio di cui vorremmo 
liberarci, perché non alberga più in nessun palazzo 
né è rappresentato da nessun despota in particolare. 
Affinché le possibilità di una rivoluzione libertaria 
e anarchica continuino ad essere vive e realistiche, 
diventa perciò indispensabile ipotizzare strade e pro¬ 
cessi di cambiamento non più fondati sull’illusione 
di una qualsiasi forma di rivoluzione insurrezionale, 
da troppi ritenuta ancora indispensabile per l’auspi¬ 
cata rigenerazione sociale libertaria. 

Le possibilità e le ipotesi di azione non sono più 
riscontrabili nelle logiche di scontro meramente, o 
essenzialmente, contrappositivo, antitetiche ai pote¬ 
ri dominanti. Vanno altresì ricercate e reinventate 
in tutti quegli ambiti, in genere poco manifesti o ad¬ 
dirittura invisibili, riassumibili all’interno di quella 
geniale immagine metaforica che Colin Ward definì 
i semi sotto la neve, pronti ad essere fertili non ap¬ 
pena se ne determinino le condizioni adatte. Sareb¬ 
be invero estremamente fecondo, sia per noi sia per 
i tracciati anarchici in divenire, se decidessimo di 
trasferire il pensiero e l’azione dalla dimensione pro¬ 
spettica dello scontro per l’abbattimento del potere, 
com’è nella tradizione in cui finora ci siamo autoe¬ 
ducati, a quella per la costruzione fin da ora della 
qualità sociale che si vuole proporre, in una logica 
non più dello scontro, dell’abbattimento, dell’insur¬ 
rezione, ma del superamento della dimensione del 
potere attraverso la messa in opera di sperimenta¬ 
zioni alternative. 

Metodologie 

profondamente libertarie 

Non a caso, per esempio, oggi tutti noi guardia¬ 
mo con trepidazione, curiosità e interesse a ciò che 
sta accadendo in Rojava, regione kurda del nord si¬ 
riano, ma anche ancora alle realizzazioni sociali che 
animano il Chiapas, che da oltre due decenni porta 
avanti autonomamente un’esperienza sociale avan¬ 
zata e radicale. Entrambe, pur non dichiarandosi 
anarchiche, stanno conducendo esperienze fonda- 
mentali dal punto di vista libertario, nelle quali non 
a caso gli anarchici per primi riescono a riconoscer¬ 
si. Attirano la nostra attenzione perché stanno por¬ 
tando avanti, con costanza intelligenza e profonda 
convinzione, esperimenti sociali per diversi aspetti 
differenti tra loro, ma accomunati da identico spi¬ 
rito di libertà e liberazione, che li fanno annoverare 
tra le possibilità in divenire che da sempre l’anarchi¬ 
smo auspica e propugna. Sono percorsi in cammino 
che stanno preparando, assieme ad altri che ancora 
non sono riusciti ad emergere (i famosi semi sotto la 
neve), il nuovo da costruire per intraprendere una 
qualità della vita associata non più fondata sul do¬ 
minio, anzi oltre il dominio come costante delle rela¬ 
zioni e interrelazioni. 

La sintetica proposizione di Codello citata all’ini¬ 


zio riesce a suggerire un senso e una metodologia 
che vanno profondamente incontro all’insieme pro¬ 
spettico che sto tentando di delineare. Ci dice che 
i processi di conoscenza invece di essere lineari, 
cioè precostituiti e conformi come vorrebbe il pote¬ 
re, devono essere caratterizzati da una “circolarità a 
spirale”, cioè non verticali, condivisi e muralmen¬ 
te scambievoli, fondati su orizzontalità e reciprocità 
nelle relazioni sperimentate direttamente. È un’e¬ 
sperienza che ingenera richieste di partecipazione e 
condivisione, che stimola una domanda che “...via 
via si evolve e, attraverso il ruolo positivo dell’errore, 
ritorna a un livello di volta in volta più elevato a farsi 
conoscenza attiva e ricerca condivisa”. 

Qui assume un valore esemplare quella che in al¬ 
tre occasioni ho chiamato “autocorrezione”, cioè la 
capacità di esercitare sul proprio operato una critica 
tesa a perfezionarsi, in una logica per cui il senso 
dell’errore sparisce: “non ci sono errori, ma espe¬ 
rienze differenti”. In questo modo ciò che si fa vive 
un passaggio fecondo ed estremamente significativo 
“da un’area di non conoscenza a una di conoscen¬ 
za”, perché vissuto direttamente in prima persona 
da tutti/e coloro che vi partecipano. Tutto ciò non 
può non favorire “un’idea di costruzione del sapere 
fondato sull’esperienza e non sulla trasmissione”. 

Una metodologia estremamente significativa, 
adatta a favorire sperimentazioni fondate sull’auto- 
costruzione e l’autogestione delle stesse, allo stesso 
tempo stimolante per auto/educarsi ad auto/co¬ 
struire e auto/gestire in condivisione con altri. 

Come giustamente sottolinea anche Graeber, in 
questa fase storica continuano a sorgere nel mondo 
situazioni, momenti, movimenti, sperimentazioni e 
quant’altro, tutti segnati da metodologie profonda¬ 
mente libertarie, spesso con chiare caratteristiche 
invariabilmente anarchiche, ma che quasi mai si 
autodefiniscono tali. Bisognerebbe tenerne conto 
nel modo dovuto, perché è un segnale che indica 
come ci sia una spinta spontanea di rivolta per ri¬ 
cercare e sperimentare situazioni di tipo anarchico 
e libertario, proprio per costruire fin da ora alterna¬ 
tive che diano un senso vero di liberazione e libertà 
sociale. 

Purtroppo la gran parte degli anarchici sono colle¬ 
gati a questo segno dei tempi, che fra l’altro li riguar¬ 
da direttamente, in modo episodico e frammentario. 
Dovrebbero invece farne pienamente parte per sti¬ 
molare verso una radicalità coerente fino in fondo, 
proponendosi con proprie coerenti sperimentazioni e 
valorizzando quelle già esistenti, cercando di creare 
una rete diffusa e autogestita di collegamenti tra le 
diverse esperienze in atto. 

Questo insieme molteplice dovrebbe tendere ad 
essere un movimento planetario, che agisce e lotta 
consapevolmente per percorrere una strada realisti¬ 
ca verso l’anarchia, diremmo noi, indipendentemen¬ 
te che si definisca tale o in altro modo. 

Andrea Papi 
www.libertandreapapi.it 


politica I 9 


pensier 

libero 



di Sergio Staino 


LA POLITICA Ct F0 $$é ORMI UH PAR- 

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SCHIFO. W CtRTtllÀ PI tcm. FLÈTTO. 



10 pensier libero 






Milano/ 

I 75 anni 
di attività 
delVIstituto 
"Ettore Molinari” 

La rivista da sempre è attenta ai luoghi 
della storia dell’anarchismo, una testimo¬ 
nianza vitale del radicamento della storia 
del movimento libertario con quella del 
Paese. 

Nel mese estivo ho presentato una 
ricerca suoi monumenti dedicati ai li¬ 
bertari e tra questi in particolare due 
ricordano Ettore Molinari (1867-1926): 
il primo è la tomba di famiglia al Cimi¬ 
tero monumentale di Milano mentre il 
secondo è un busto di bronzo opera 
dello scultore B.R. Veneziani conser¬ 
vato presso l’Istituto che porta il nome 
del grande scienziato anarchico. In Italia, 
credo che l’Istituto tecnico industriale 
“E. Molinari" sia l’unica scuola superiore 
dedicata alla memoria di un anarchico. 
In precedenza, alla fine degli anni Set¬ 
tanta, un’altra scuola a Torino era stata 
dedicata per un breve periodo a Franco 
Serantini, giovane libertario morto nel 
Carcere del Don Bosco di Pisa dopo 
che era stato selvaggiamente picchiato 
dalla polizia il 5 maggio 1972, durante 
una manifestazione antifascista. 

Dunque, non passa inosservato un 
Istituto che per festeggiare i suoi 75 
anni dalla “nascita" abbia organizzato 
un programma di eventi incentrato su un 
convegno nel quale si è approfondita e 
analizzata la figura dello scienziato anar¬ 
chico cui appunto è intestata la scuola. 
Le iniziative si sono tenute l’8 e il 9 ot¬ 
tobre presso la sede dell’Istituto in via 
Crescenzago 108/110 a Milano. 

Ma facciamo un passo indietro e ri¬ 
costruiamo il percorso storico di questo 
Istituto. Alla fine dell’estate del 1940 
(l’Italia era entrata in guerra a giugno) 
Giuseppe Bottai, allora ministro dell’e- 


Fatti & 

misfatti 


ducazione nazionale, comunica ad An¬ 
gelo Coppadoro, il preside incaricato, di 
aver deciso l’istituzione a Milano di un 
nuovo corso di studio della chimica. Il 16 
ottobre di quell’anno inizia ufficialmente 
l’attività del “Regio Istituto tecnico indu¬ 
striale per chimici industriali", con sede 
in Milano in via S. Marta 18. L’istituto na¬ 
sce in un contesto particolare, nel quale 
le applicazioni chimiche sono di grande 
importanza strategica neH’economia di 
guerra e dove la cura della didattica e la 
preparazione degli allievi sono tenute in 
grande considerazione. Le attrezzature 
date in dotazione all’Istituto, pur nell’am¬ 
bito delle ristrettezze del periodo, hanno 
un elevato livello tecnico. 

Alla fine della guerra, il preside pro¬ 
pone al consiglio dell’Istituto il cambia¬ 
mento del nome e la scelta ricade su 
Ettore Molinari, prestigioso docente uni¬ 
versitario, ricercatore e chimico di fama 
internazionale scomparso a Milano il 9 
novembre 1926. La morte di Molinari 
nella città lombarda non era stata com¬ 
memorata degnamente, d’altronde in 
quel periodo storico il defunto regime 
aveva varato quelle leggi eccezionali 
che, vietando in Italia qualsiasi attività 
di opposizione politica, imbavagliando 


la stampa con la censura e il control¬ 
lo economico delle principali testate 
d’informazione, di fatto avevano fatto 
precipitare il paese nell’epoca del tota¬ 
litarismo fascista. 

La scuola, che negli anni Sessanta e 
Settanta ha avuto un boom di immatrico¬ 
lazioni, si è sempre fatta apprezzare per 
la qualità dell’insegnamento e dei corsi 
e si è caratterizzata per essere una strut¬ 
tura aperta, progressista e culturalmente 
vicino alla “sinistra". 

Quest’anno, dunque, l’Istituto ha de¬ 
ciso di commemorare degnamente i suoi 
75 anni di attività e ha invitato una serie 
di “esperti" a parlare di Ettore Molinari. I 
lavori, che si sono svolti nell’Aula magna 
dell’Istituto davanti a un attento pubblico, 
sono stati aperti dallo storico della scien¬ 
za Luigi Cerruti (autore di un importante 
lavoro: Bella e potente , la prima e tuttora 
unica storia della chimica nel Novecento 
apparsa nella letteratura internazionale, 
pubblicata nel 2003) che ha presentato 
una relazione dal titolo: La figura di Ettore 
Molinari: profilo di un chimico, di un anar¬ 
chico e di un pacifista ; successivamente 
è intervenuto Ferruccio Trifirò (professore 
emerito dell’Alma Mater, dove per anni è 
stato preside della Facoltà di Chimica 



cronache 
























industriale, e unico italiano presente nel 
comitato scientifico - Scientific Advisory 
Board - dell’Opac, Organizzazione per 
la proibizione delle armi chimiche) che 
ha tenuto una relazione su: La dualità 
della chimica: fra attività belliche e ser¬ 
vizio all’umanità ; poi ha parlato Franco 
Bertolucci della Biblioteca F. Serantini 
su: La memoria di Ettore Moli nari nel¬ 
le ricerche storiografiche del Secondo 
dopoguerra di P.C. Masini e in alcune 
collezioni di documenti rari ; infine, hanno 
chiuso i lavori diversi interventi di allievi, 
ex allievi, docenti e personale tecnico e 
amministrativo che hanno raccontato il 
“loro Molinari". 

Dal convegno è emersa la figura di 
un personaggio straordinario dal punto 
di vista umano e scientifico che, come ri¬ 
cordava Masini in un suo scritto, è “il solo 
anarchico che nell’epoca prefascista sia 
giunto a una cattedra universitaria", ma 
che spesso è ricordato più per la sua at¬ 
tività scientifica che non per le sue scelte 
politiche di anarchico individualista. Moli¬ 
nari è uno scienziato che si forma abbeve¬ 
randosi alla fonte della scienza positivista 
e materialista e che matura una convinzio¬ 
ne originale sulla necessità dello svilup¬ 
po della tecnologia e della scienza, come 
premessa indispensabile per lo sviluppo 
sociale e per la rivoluzione anarchica. 

In uno dei prossimi numeri della rivista 
pubblicheremo un contributo per la co¬ 
noscenza e l’opera di questo anarchico 
dimenticato, nel Secondo dopoguerra, 
anche purtroppo dai libertari! 

Franco Bertolucci 


Lisbona/ 

Edizioni 
Sovversive in 
mostra 

In questi ultimi due anni la tradizionale 
Fiera del libro anarchico di Lisbona ha 
cambiato nome ed è diventata la Vetri¬ 
na delle Edizioni Sovversive. L’evento ha 
avuto nuovamente luogo nella sede di 
una delle Associazioni culturali più an¬ 
tiche di Lisbona “Os Amigos do Minho" 
(Gli amici di Minho) 1 , situata in un quartie¬ 
re molto popolare chiamato Intendente, 
vicino al centro cittadino, dove il proces¬ 
so di gentrificazione sta progressivamen¬ 


te distruggendo gli stili di vita tradizionali. 

Come con la vecchia denominazio¬ 
ne di Fiera, anche con quella odierna di 
Vetrina questo evento annuale ha dato 
spazio non solo alla presentazione e all’e¬ 
sposizione di libri, giornali e riviste, ma 
anche a dibattiti, musica, performance 
teatrali e ottimo cibo vegano. 

La Vetrina si apriva con circa 15 ban¬ 
chetti, 5 dei quali provenienti da paesi 
extra-portoghesi: dalla Spagna prove¬ 
nivano la libreria Bakaki di Granada, 
abituale partecipante, la rivista Argelaga 
di Barcellona e l’editore vegano Ocho- 
doscuatro di Madrid; per la prima volta, 
poi, la Lokaal Akrata di Brussels e la Tem- 
pest Library di Berlino. Tra gli stand por¬ 
toghesi, la sempre presente Biblioteca 
Observatòrio dos Estragos de Socieda- 
de Globalizada (Biblioteca Osservatorio 
delle Nocività della Società Globalizzata), 
il Centro de Cultura Libertària, la sezione 
portoghese dell’AU, il giornale Mapa, la 
libreria e casa editrice Letra Livre e la 
casa editrice Textos Subterràneos. 

Letra Livre e Textos Subterràneos han¬ 
no presentato i loro ultimi libri, rispettiva¬ 
mente Para urna história da repressào do 
anarquismo em Portugal no século XIX 
(“Per una storia della repressione dell’a¬ 
narchismo in Portogallo nel XIX secolo") 
di Luis Bigotte Chorào e A reprodugào 
da vi da quotidiana e outros escritos (“La 
riproduzione della vita quotidiana e altri 
testi") di Fredy Perlman. 

Tra i numerosi dibattiti ne vanno evi¬ 
denziati due: uno promosso dal Group 
of Anthropological Studies La Corrala di 
Granada inerente al libro Por qué no nos 
dejan hacer en la calle ? (“Perché non 
lo possiamo fare per le strade?"), che 
discuteva delle pratiche correnti di con¬ 
trollo sociale e privatizzazione degli spazi 
pubblici nella città capitalista, prendendo 
in considerazione la restrizione legisla¬ 
tiva promulgata dalla città spagnola di 
Granada che punisce molte attività per 
le strade come bere, vendere, prostituir¬ 
si, ritrovarsi convivialmente, mendicare, 
ecc.; l’altro, del collettivo Ippolita, sul 
loro libro Nell’acquario di Facebook: la 
resistible ascesa dell’anarco-capitalismo , 
tenuto da Carlo, uno degli autori. Gue- 
sto è stato l’ultimo dibattito della Vetri¬ 
na, il più seguito dal pubblico e con una 
grossa presenza di giovani, considerata 
la modernità e l’attualità dell’argomento. 

Come al solito, anche altre attività 
hanno riempito le tre giornate della Ve¬ 
trina : brevi documentari, concerti e una 
performance teatrale. 


Ultimo, ma non meno importante, que¬ 
sto evento è stato al solito un’opportunità 
per incontrare quei vecchi compagni e 
amici che non si vedono spesso a causa 
dell’età o perché vivono fuori Lisbona; 
sfortunatamente però se ne vedono sem¬ 
pre meno. 

Mario Rui Pinto 

traduzione di Carlotta Pedrazzini 

1 Minho è la regione più a nord dello stato por¬ 
toghese, confina con la provincia spagnola 
Galizia 


Firenze/ 

A ciascuno 
la sua Vetrina 

Si è svolta a Firenze, dal 3 al 5 ot¬ 
tobre scorso, la settima edizione della 
Vetrina dell’editoria anarchica e liberta¬ 
ria. Anche quelli che, come chi scrive 1 , 
hanno visto solo una delle precedenti 
edizioni, hanno l’impressione, tornando 
al teatro Obihall di via Fabrizio De André, 
di essere stati invitati a partecipare a una 
grande festa di famiglia, dove incontra¬ 
re amici, più o meno recenti, fare nuove 
conoscenze, dove poter vedere il viso di 
una persona di cui si conosceva solo il 
nome, magari da decenni, o trasformare 
un’amicizia virtuale in una vera relazione. 
Non è possibile parlare con tutte e tutti, 
per la numerosa frequentazione, e alla 
fine bisogna accontentarsi di essere ri¬ 
usciti a mantenere gli impegni presi e a 
soddisfare i desideri nati decifrando (con 
qualche difficoltà) il programma pubblica¬ 
to qualche giorno prima dell’inizio della 
vetrina su una rete sociale. 

Anche il programma cartaceo (bello 
ma poco leggibile) suscita nuovi entu¬ 
siasmi e frustrazioni: mentre devi salire al 
primo piano per mantenere la promessa 
fatta di partecipare a una presentazio¬ 
ne, ti stanno chiamando le voci (a volte 
assordanti data la scarsa qualità dell’im¬ 
pianto audio e la tendenza irrepressibile 
ad alzare sempre più il volume) dell’au- 
ditorium. Ma strada facendo inciampi in 
qualcuno che cercavi, o ti cercava, da 
ore e così ti perdi sia il dibattito sia la 
presentazione (a meno che non sia co¬ 
minciata in ritardo), ma guadagni, forse, 
un/a nuovo/a amico/a. 

Magari puoi proseguire la conversa- 


12 


cronache 





No Ta vi 

Lotte e repressione 

Gaglione (Torino), 3 ottobre 2015 - Calci e pugni ai manifestanti, diversi 
anziani rimangono feriti. Non è che uno dei tanti episodi di ordinaria violenza 
istituzionale e repressione contro il movimentro No Tav. “A" ha seguito fin 
dall’inizio questa lotta, caratterizzata da un’ampia partecipazione popolare 
che ne ha fatto un simbolo dell’opposizione all’imposizione di un modello 
di sviluppo assurdo. 

(Si ringrazia Luca Perino per la segnalazione e la foto). 


zione facendo la fila per il cibo, buonis¬ 
simo, vario e a prezzo conveniente, al 
contrario di quanto si trovi, almeno in 
Francia, in tanti altri incontri, ad esem¬ 
pio sull’ambiente o sull’economia alter¬ 
nativa... dove il cibo è spesso caro e 
non sempre nutriente. Rovescio della 
medaglia, la fila per comprare da man¬ 
giare è lunga. Forse varrebbe la pena di 
pensare a un sistema di prepagamento, 
magari con una valuta locale, come si fa 
spesso nelle feste e fiere alternative, e 
magari pensare di passare al biologico. 
Almeno per la pasta (a questo propo¬ 
sito, mando un messaggio personale a 
Paolo, della cooperativa Isis, presente 
con uno stand alla Vetrina: la pasta è 
piaciuta ai mangioni!). 

Per poco che ti venga in mente di fare 
una scappatina nostalgica nel centro cit¬ 
tà, magari la mattina presto per vedere 
Firenze come all’epoca in cui il flusso dei 
turisti ancora non ti impediva di cammi¬ 
nare sui lungarni, il tempo è volato ed 
è quasi ora di rifare la (lunga) strada di 
ritorno, con tante belle impressioni, nuovi 
progetti, tanta ammirazione per la bella 
organizzazione e una borsa piena di cose 
prese alla Vetrina. 

Da questa borsa, estraggo alcuni ri¬ 
cordi, impressioni e oggetti, scelti fra i 
tanti che sono il riflesso della mia versio¬ 
ne della Vetrina. Prima un ricordo sonoro, 
legato al piacere di riascoltare Alessio 
Lega; ha cantato proprio la mia canzone 
preferita, tratta dal suo album Malatesta , 
«Risaie», già sentita a Séte e Montpellier, 
dove Alessio era venuto a fare due bei 
concerti, interpretando canzoni in tante 
lingue per essere in sintonia con le per¬ 
sone che l’avevano invitato 2 . 

Il secondo ricordo è a fumetti: l'incon¬ 
tro con Jean-Pierre Ducret e i suoi bei di¬ 
segni sulla Rivoluzione russa in Ucraina. 
L’Archivio Germinai di Carrara ha fatto 
un lavoro enorme, in particolare di tra¬ 
duzione e di creazione di font, usando la 
scrittura del disegnatore 3 . È in corso un 
progetto di pubblicazione dell’originale 
in francese. Da seguire... 

Cerco e ritrovo, proprio in fondo in fon¬ 
do, perso sotto i tanti oggetti, un libricino, 
tutto fatto a mano e battuto, sembra, con 
una vecchia macchina da scrivere: Omag¬ 
gio all’unicità. È il biglietto da visita delle 
edizioni Les Milieux libres. Non tutto il con¬ 
tenuto si può leggere perché le paginette 
andrebbero separate con il tagliacarta, ma 
c’è il rischio di rovinarle. Sarebbe un pec¬ 
cato. Si capisce comunque che vi sono 
stampate definizioni, tradotte dal francese 


e tratte dal Dictionnaire de l’individuali- 
sme libertaire 4 . Nella borsa, il libricino era 
sepolto sotto i libri e le magliette comprate 
alla Vetrina (e sotto i pacchi di pasta Isis). 
Libricino e magliette, prese allo stand 
dei CUB e illustrate con i pesci piccoli 
che mangiano il pesce grosso, sono una 
buona illustrazione della pluralità della 
manifestazione. 

La stessa diversità, che rende così 
interessante la Vetrina, si ritrova nelle 
presentazioni di libri appena pubblicati. 
Rimando alle recensioni che usciranno 
qua e là, stese da chi ha letto i tanti libri 
cui è stato dato uno spazio durante la 
Vetrina. Per ovvi motivi (vedi sopra) non 
ho seguito tutte le presentazioni che 
m’interessavano e non ho ancora letto 
i libri comprati (o regalatimi in compen¬ 
so di collaborazioni passate o future. Di 
nuovo grazie!). Mi resta un’osservazione: 
editori, fate in modo che chi presenta il 
libro, anche se non specialista dell’argo¬ 
mento, almeno l’abbia letto veramente e 
non in modo obliquo, in particolare quan¬ 
do l’autore è assente; pena: lasciare nel¬ 
la mente degli ascoltatori idee strambe 
sull’argomento. 

Mi sono persa il dibattitene del sabato 
pomeriggio e le presentazioni con autori 
stranieri, cioè i momenti, forse, di più am¬ 
pio respiro internazionale e magari questo 
è il motivo per cui mi rimane l’impressione 
di una Vetrina soprattutto italiana, o me¬ 


glio toscana, siciliana, ticinese, emiliana, 
bolognese, milanese... dove anche i mar¬ 
sigliesi, e qualche bretone, sono di casa. 
Spero di arricchire questa mia geografia 
durante l’ottava edizione. Interessante 
mettere a confronto con il programma 
fiorentino quello londinese per la Bookfair 
che si svolgerà proprio in questi giorni. 
Devo aver visto male: non emerge nessun 
legame con l’anarchismo italiano 5 ... 

Ultimo ricordo qui evocato, il proget¬ 
to REBAL, per il momento soprattutto 
italo-svizzero, ma che intende aprirsi an¬ 
che ad altri paesi. REBAL ha presenta¬ 
to il suo catalogo collettivo virtuale (Ehi 
ragazzi, proprio in questo momento non 
posso accedere. Come mai?) e ha ab¬ 
bozzato, con tanta cautela, un discorso 
su diffusione cartacea e online. REBAL 
intende infatti integrare non solo i cata¬ 
loghi delle biblioteche aderenti ma an¬ 
che risorse digitali e ad accesso aperto 6 . 
Ci voleva un certo coraggio ad affronta¬ 
re l’argomento che sembra essere stato 
evitato dagli organizzatori della Vetrina, 
i quali hanno puntato tutto sulla carta. 
Eppure si poteva prendere spunto da 
tante esperienze che esistono già, come 
quella di questa stessa rivista, “A’’, che 
offre sistematicamente i suoi contenuti 
online dopo aver messo in vendita la ver¬ 
sione cartacea. E non cito altri esempi 
per evitare di dimenticarne. I libri digitali 
uccidono i libri o li fanno conoscere me- 


cronache 


13 




glio? Si può restare completamente al 
di fuori di questo cambiamento avvenu¬ 
to nel mondo dei libri? Cosa lascia più 
impronte sull’ambiente: tutti questi com¬ 
puter che tengono in mente le nostre 
informazioni o le tante pagine stampate 
di libri, che finiscono col pesare molto, 
anche fino a due chili e mezzo, e che in 
tanti casi vengono svenduti dopo qual¬ 
che tempo? Come non fare la differenza 
tra il libro come oggetto e il suo con¬ 
tenuto? Di questo tanti hanno parlato 
meglio di me, ma potrebbe essere un 
ottimo spunto per l’ottava edizione. A 
meno che la tematica non entri in contra¬ 
sto con la logica commerc... - ops stavo 
per dire una parolaccia - della Vetrina? 

Isabelle Felici 

1 Grazie ad Alessandra Giro per l’aiuto nella 
ri lettura. 

2 Per un resoconto di questi concerti, cfr. Isabel¬ 
le Felici, « A Séte et à Montpellier avec cette 
mauvaise tète d’Alessio », 15 giugno 2013, 
http://atelierdecreationlibertaire.com/blogs/ 
anarchistes-italiens/2013/06/15/a-sete-et-a- 
montpellier-avec-cette-mauvaise-tete-dales- 
sio/. 

3 Cfr. l’articolo di Silvio Corsini su Umanità 
Nova , n.29 del 4 ottobre 2015 - esempla¬ 
re estratto dalla mia borsa... -, e il sito www. 
makhno.org. 

4 Michel Perraudeau, Dictionnaire de l’indivi- 
dualisme libertaire , Paris, Les éditions libertai- 
res, 2011. 

5 II programma degli incontri si decifra su que¬ 
sto link http://anarchistbookfair.org.uk/ alla se¬ 
zione meetings. 

6 Cfr il testo di presentazione del progetto: 
http://www.rebal.info/vufind/Manifesto/Home. 


Francoforte/ 

In scena alla 
Fiera 

la decrescita del 
libro 

Quali sensazioni emergono dalla parte¬ 
cipazione alla Buchmesse di quest’anno? 

Dopo anni di apparente espansione, 
la direzione della Fiera, visto il calo dei 
partecipanti dell’anno precedente, ha de¬ 
ciso di ridurre il numero dei padiglioni de¬ 
stinati agli espositori, Quello più ampio, 
a un piano solo, il numero 8, è rimasto 


chiuso, e gli editori anglofoni che erano lì 
ospitati sono stato spostati al numero 6, 
in precedenza riservato soprattutto agli 
editori francofoni. Questi ultimi hanno 
trovato spazio al primo piano del n. 5 e 
gli editori italiani sono stati sfrattati all’in¬ 
feriore piano terreno. Anche alcuni gruppi 
editoriali italiani che per motivi di presti¬ 
gio avevano trovato spazio tra gli editori 
americani (Giunti, De Agostini...) sono 
stati d’ufficio riportati nell’area nazionale. 

La cosa non è piaciuta al management 
della Mondadori che, per questa e altre 
considerazioni, ha deciso di disertare 
la fiera. Così la principale novità per gli 
operatori stranieri è stata la sorpresa di 
non trovare più gli editor di Mondadori, di 
Einaudi e di Piemme, e di cercare invano 
i loro stand. L’unico marchio del gruppo 
presente è stato quello di recente acqui¬ 
sizione: RCS Libri, il cui stand, di dimen¬ 
sioni ridotte, ospitava alcuni dipendenti 
preoccupati degli effetti della fusione per 
il loro futuro. Così l’area riservata ai libri 
italiani risultava decisamente ridimensio¬ 
nata e lo stand che spiccava per la sua 
imponenza era quello di 110 metri qua¬ 
drati in stile assiro-barocco del Vaticano. 

La compravendita di diritti, che è 
l’attività principale della manifestazione, 
incomincia tradizionalmente le sere che 
precedono l’inaugurazione e si svolge 
negli alberghi più lussuosi della capitale 
dell’Assia. Così, il mercoledì dell’apertu¬ 
ra, in genere le più importanti transazioni 
si sono già concluse e fino al sabato gli 
appuntamenti agli stand si concentrano 
maggiormente sulle proposte di libri in 
uscita nei mesi successivi e sulle tran¬ 
sazioni minori, con anticipi che solo rara¬ 
mente sono superiori a poche migliaia di 
euro. Quest’anno le frasi che più spesso 
si sentivano erano: “Oggi puntiamo di più 
su titoli originali. Dobbiamo limitare le tra¬ 
duzioni. La direzione ci chiede di ridurre i 
titoli in programma." In un’atmosfera del 
genere, c’era poco da festeggiare. E tra 
gli italiani gli unici davvero contenti appa¬ 
rivano quelli delle edizioni e/o, grazie al 
“Ferrante effect". Il grande successo dei 
romanzi di Elena Ferrante negli Stati Uniti 
è servito da traino per le loro traduzioni 
in più di venticinque lingue diverse, e allo 
stand della casa editrice si è brindato 
allegramente. 

L’atmosfera depressa non era, però, 
solo presente nello spazio destinato agli 
editori italiani e si toccava con mano tra 
gli espositori di quasi tutti i paesi, so¬ 
prattutto tra quelli dei paesi anglofoni. 
È sempre più evidente che ci troviamo 



davanti a un profondo cambiamento nel 
mondo dell’editoria, che tocca la natura 
stessa del libro e delle abitudini di lettura. 

La stasi dell’editoria, che continua da 
anni, con cifre che tendono tutte alla con¬ 
trazione, induce tutti a sondare possibili 
alternative. Una è quella che induce alla 
concentrazione i grandi gruppi. Il caso 
della fusione Mondadori-Rizzoli è solo 
l’ultimo, anche se corrono voci sempre 
più insistenti che il nuovo gruppo fini¬ 
rà per essere assorbito dal principale 
colosso mondiale delle edizioni tracie, 
Bertelsmann-Random House. E su tutte 
queste manovre come l’ombra nera di 
una piovra incombe Amazon, pronta a 
diventare il monopolio capace di gestire 
sul piano globale la diffusione di conte¬ 
nuti. Infatti, è sui contenuti che si gioca la 
partita: gli editori più accorti sperano di 
poter controllare lo stesso sviluppo tec¬ 
nologico con un’editoria che si serva non 
soltanto del cartaceo, ma anche della va¬ 
sta gamma dei mezzi dell’elettronica, che 
va dall’e-book alle App e alle altre piatta¬ 
forme, anche se tutti negano la possibilità 
che il cartaceo finisca definitivamente. 

Animati da questa fiducia nell’eternità 
del libro, tanti, come me, trovano l’occa¬ 
sione per scoprire testi preziosi da offrire 
a più lettori. La mia più bella scoperta 
di quest’anno? Un libretto a più voci 
curato dal collettivo amburghese Haus 
Bartleby, Sag alles ab, che come dice 
il sottotitolo, vuole essere “un’apologià 
dello sciopero generale che duri tutta 
la vita", per una fine del capitalismo at¬ 
traverso la negazione delle sue logiche, 
con eleganti arringhe di autori come Niels 
Boeing, Christian Dries, Sonja Eismann, 
David Graeber, Paul Herden, Das Kapita- 
lismustribunal, Anselm Lenz, Hans-Peter 
Mùller, Guillaume Paoli, Yanis Varoufakis, 
Elisabeth VoB, Anne Waak. 

Guido Lagomarsino 


14 


cronache 





Il genere 
sovversivo 


società 


di Carlotta Pedrazzini 


La chiesa e le forze conservatrici sono scatenate contro la fantomatica 
“ideologia del gender”. Una vera e propria crociata oscurantista, con tanto 

di sentinelle, neonazisti e... 


è uno spettro che si aggira per le scuole ita¬ 
liane, si tratta del gender. Di lui si parla, 
quasi incessantemente da ormai qualche 
anno, sui giornali, nei salotti televisivi, sui social 
network, anche nelle aule della politica. Si tratta di 
un termine ombrello (che in italiano significa “gene¬ 
re”) sotto al quale, secondo alcuni, si raccoglierebbe¬ 
ro ideologie e teorie di una portata talmente negativa 
da richiedere l’intervento vigile di genitori, stato e 
chiesa. 

Il gender è uno spauracchio temutissimo, capace 
di far mobilitare le sentinelle in piedi, far nascere 
associazioni, redigere petizioni e affiggere manifesti, 
come quelli apparsi all’inizio di quest’anno scolasti¬ 
co davanti ad alcune scuole milanesi e firmati da 
Forza Nuova. “Difendi tuo figlio” recitavano i cartel¬ 
li posti fuori da diversi istituti scolastici di Milano; 
i manifesti sarebbero stati affissi per “informare” i 
genitori della pericolosità della “teoria gender” e del 
presunto “omosessualismo” che, secondo i militanti 
dell’estrema destra, da qualche tempo si starebbero 
diffondendo tra i banchi delle scuole italiane, crean¬ 
do confusione nelle menti dei bambini. 

Nonostante tutto questo insistente parlare, una 
domanda sorge sempre spontanea: per l’esattezza, 
questo gender , che cos’è? 

La parola, che come già accennato significa “ge¬ 
nere”, viene da qualche anno utilizzata in riferimen¬ 
to alla fantomatica ideologia del gender , un termine 
usato per la prima volta dal Pontificio consiglio per 
la famiglia 1 ad indicare - in modo negativo e assolu¬ 


tamente falso - i vasti studi di genere. 

Ciò che non piace a chiesa e conservatori è il ten¬ 
tativo, operato da chi si occupa di gender studies, 
di indagare le costruzioni sociali e culturali riguar¬ 
danti le categorie uomo-donna, che hanno portato 
alla costruzione di una gerarchia tra i sessi. Anche 
le divisioni dei ruoli sociali, basate su stereotipi di 
genere, e le divisioni del mercato del lavoro sono 
messe in discussione perché fondate unicamente 
su caratteristiche costruite che non hanno alcuna 
radice nella “natura”. 

Le ricerce di genere sottolineano come i concetti 
di mascolinità e femminilità siano dinamici, sog¬ 
getti a condizionamenti di tempo, spazio, cultura 
e società. Indicano che esistono delle prescrizioni, 
basate sull’idea di maschio e di femmina, che di¬ 
spongono agli individui quale condotta adottare, 
quali comportamenti sono consoni e quali no, cre¬ 
ando aH’interno della comunità degli specifici ruoli 
basati sul genere. 

Nessuna delle differenziazioni che scaturiscono 
da queste costruzioni è naturalmente presente nel 
mondo, ma è solamente frutto di condizionamenti 
culturali e sociali. Decostruire queste caratteristiche 
e categorie che alcuni pensavano (e purtroppo an¬ 
cora pensano) intrinseche e date, significa negare la 
naturalità di un ordine tra i sessi; proseguendo, se 
un ordine naturale non esiste, non può esserci una 
gerarchia, quindi non può esserci dominio. 

Inutile ribadire che il significato degli studi di 
genere è stato ampiamente travisato e, in seguito, 


società 


15 



riposto sotto il termine gender. Inutile anche sottoli¬ 
neare che sembra essere stato fatto proprio apposta, 
vista la portata “sovversiva” di questi studi. 

Dire infatti che non esiste un ordine naturale tra 
i sessi può portare, estendendo il concetto, a realiz¬ 
zare che non esista un ordine naturale tra gli esseri 
umani in grado di giustificare le gerarchie esistenti. 
Ogni tipo di gerarchia sarebbe così messa in discus¬ 
sione, come anche ogni tipo di dominio. Un bel casi¬ 
no, insomma. 

Per gettare un po’ di fumo negli occhi sugli ar¬ 
gomenti quali sesso, genere, costruzioni sociali, 
dominio, negli ultimi anni sono state fondate asso¬ 
ciazioni, anche alcuni periodici; il loro intento è di 
diffondere un pensiero alterato sugli studi di genere, 
identificandoli con la presunta ideologia del gender, 
definita come espressione di una lobby gay che vor¬ 
rebbe rendere il mondo omosessuale, distruggere la 
famiglia tradizionale, rendere i bambini sessualmen¬ 
te promiscui già a partire dalle scuole dell’infanzia. 
Naturalmente, niente di tutto questo è fondato e 
niente di tutto questo ha a che fare con le ricerche 
sul genere. 

Ora, acciarato che tutto ciò che riguarda il fanto¬ 
matico gender è frutto quantomeno di un frainten¬ 
dimento (se non di un intenzionale depistaggio), ci 
si chiede: perché si continua a parlarne in questi 
termini? E soprattutto, perché chi ne parla conti¬ 
nua a raccogliere consensi e proseliti, anche sul 
lato istituzionale? 

Libri 

proibiti 

Associazioni cattoliche e di estrema destra, forti 
dell’appoggio della chiesa, esercitano da tempo mol¬ 
te pressioni sulle istituzioni, le quali hanno non solo 
permesso la diffusione di una “bufala” in costante 
espansione, ma anche rilanciato e, in alcuni casi, 
fatte proprie le loro teorie. 

La regione Lombardia ha recentemente organiz¬ 
zato un convegno dal titolo “Nutrire la famiglia per 
nutrire il futuro”, nel quale i relatori hanno eviden¬ 
ziato la pericolosità delle teorie sul genere, invitando 
i genitori a vigilare e le istituzioni a darsi da fare in 
materia. 

Ed ecco fatto. Il 6 ottobre scorso il consiglio re¬ 
gionale lombardo ha approvato una mozione in cui 
si chiede di mettere fine al dilagare dell’ ideologia 
gender nelle scuole. E il mezzo proposto è quello 
della censura; mettere al bando i libri che sareb¬ 
bero in grado di veicolare il tanto temuto gender è 
la soluzione che alcuni hanno avanzato. Basta libri 
in cui le principesse non vogliono vestirsi di rosa e 
rimanere chiuse nei castelli ad aspettare il principe 
azzurro! Basta fiabe in cui i protagonisti possono 
avere anche due mamme o due papà. E che i perso¬ 
naggi femminili restino in cucina, per il bene della 
famiglia tradizionale! 

Tutti i volumi che propongono percorsi di ab¬ 
battimento delle discriminazioni razziali, di genere, 


orientamento sessuale sarebbero proibiti perché 
troppo pericolosi. 

L’idea che ha portato a questa mozione è la stessa 
che ha spinto il sindaco di Venezia a stilare una lista 
di 49 volumi da togliere dalle scuole, tra cui alcuni 
dal suono veramente spaventoso come “Il bell’ana¬ 
troccolo” o “A caccia dell’orso”. 

Complicità 

istituzionale 

In molti degli articoli sull’argomento che ho avuto 
modo di leggere in questi giorni, gli autori denuncia¬ 
vano questa presa di posizione delle istituzioni, di¬ 
chiarandosi quantomeno sorpresi che queste aves¬ 
sero deciso non solo di non ostacolare la diffusione 
delle menzogne sugli studi di genere, ma addirittura 
scelto di favorirle e farle proprie. 

Personalmente è stato il loro stupore a stupirmi. 
Cos’altro sono lo stato e la chiesa se non organismi 
di controllo? E in che modo la loro vicinanza di in¬ 
tenti e modalità dovrebbe sorprendermi? 

Che la chiesa e le istituzioni cerchino di ostacola¬ 
re o depotenziare chiunque si adoperi per aumenta¬ 
re la consapevolezza sui condizionamenti culturali 
e storici a cui sono sottoposte le nostre categorie 
sul sesso e sul genere ha una valenza politica molto 
forte. La presa di coscienza sull’infondatezza di un 
ordine gerarchico naturale e della differenziazione 
dei ruoli può facilmente sfuggire di mano; può in¬ 
fatti estendersi fino alla messa in discussione del¬ 
le gerarchie sociali, del dominio e dei privilegi. Le 
categorizzazioni e i ruoli sociali rendono la società 
“ordinata” e ricettiva di ordini. Metterli in discus¬ 
sione significa indebolire i sistemi di controllo so¬ 
ciale ed è proprio questo che spaventa. 

Cosa accadrebbe se si iniziasse a mettere in dub¬ 
bio la categorizzazione della società in cui viviamo, 
la sua struttura accentrata e gerarchica? Cosa suc¬ 
cederebbe se la domanda di più libertà individuale 
abbandonasse l’ambito sessuale e si dirigesse verso 
quello del potere? 

Beh, sarebbe l’anarchia. 

Carlotta Pedrazzini 


1 Sara Garbagnoli, «L’ideologia del genere»: l’irresistibile ascesa 
di un’invenzione retorica vaticana contro la denaturalizzazione 
dell’ordine sessuale, “About gender. International journal of 
gender studies”, 2014, voi. 3, n. 6 pp. 250-263 


16 


società 



Kurdistan turco 


Viaggio in Bakur 

di Giulio D’Errico per “RojavaResiste” 


Impressioni di viaggio dalla regione dove i curdi - pur nel contesto di guerra - 
sperimentano, tra mille difficoltà, anche autogoverno e autogestione. 

A partire dall’influenza esercitata dal pensiero municipalista 
libertario di Murray Bookchin. 


I l Bakur (settentrione, com’è chiamato il Kurdistan 
turco) è una terra attraversata da sorprendenti 
esperimenti di autogoverno e autogestione, e al 
contempo dilaniata da uno scontro continuo con il 
governo di Recep Tayyip Erdogan. 

Esperimenti che prendono il via molto lontano. La 
profonda revisione del programma del PKK attuata da 
Òcalan dairisola-carcere di Imrali, dove è tuttora im¬ 
prigionato, ne è la base teorica. Da una visione classi¬ 
camente marxista-leninista a un socialismo libertario 
fortemente inspirato al municipalismo Bookchiniano, 
negli ultimi quindici anni il movimento di liberazione 
curdo ha subito una forte metamorfosi. Passa di qua 
la rinuncia all’obiettivo di creare uno stato curdo, so¬ 
stituito dal progetto del confederalismo democratico 
fondato sui quattro pilastri di autonomia, democrazia 
diretta, femminismo e ecologia. 

La lotta per l’autonomia e l’esperimento rivolu¬ 
zionario nel Rojava (occidente) siriano ne sono il 
carburante e la scintilla. Alla guerra contro Daesh 
per liberare Kobane e i cantoni curdi oltreconflne, 
i militanti del Kurdistan turco hanno partecipato 
numerosi, così come numerosi stanno partecipando 
ai conflitti nella regione irachena (o Bashur, meri¬ 
dione). La resistenza e la ricostruzione della città- 
simbolo di Kobane è stata costantemente supportata 
da diversi gruppi e organizzazioni in tutto il Bakur, e 
nello stesso territorio migliaia di profughi provenien¬ 
ti dalle zone di conflitto o dalle aree ancora in mano 
al Daesh, popolano i numerosi campi profughi. Uno 
scambio continuo ha attraversato una frontiera 
sempre più militarizzata e ufficialmente invalicabile. 

Nei primi mesi del 2015 alcune municipalità in 
territorio turco hanno dichiarato la propria autono¬ 
mia e si sono date forme di autogoverno, traendo 


forza proprio da quanto sta avvenendo in Rojava. 
Sono state istituite case del popolo, assemblee di 
quartiere, comitati, scuole e centri culturali, così 
come cooperative di lavoro in città e nei villaggi. Le 
modalità sono diverse di luogo in luogo, come di¬ 
verso è il peso dei partiti curdi, delle organizzazioni 
sindacali e delle stesse amministrazioni locali. 

Esperimenti e conflitti, dicevamo. E qui, l’uno non 
si dà senza l’altro. 

Il governo di Ankara non ha mai perso occasione 
di appoggiare, ufficialmente o meno, qualsiasi grup¬ 
po o formazione in funzione anti-curda. L’instabile 
alleanza con Bashar Al-Assad aveva in questo la sua 
forza principale, mentre i rapporti con Daesh sono 
venuti alla luce in più occasioni. 

Con le elezioni del giugno scorso però il conflitto ha 
ripreso a inasprirsi anche sullo stesso territorio tur- 



Kurdistan turco 


17 






co. Il progetto di riforma costituzionale in senso presi¬ 
denziale di Erdogan ha subito una battuta d’arresto, 
poiché lo storico traguardo del 13% del partito filo- 
curdo HDP (partito del popolo democratico), primo 
partito dichiaratamente pro-curdo a entrare in par¬ 
lamento, ha impedito al presidente della repubblica 
turca e al suo partito, l’AKP (partito per la giustizia e 

10 sviluppo), di ottenere la maggioranza assoluta. Da 
quelle elezioni nessun partito è uscito vincitore e un 
governo di unità nazionale è stato creato per traghet¬ 
tare il paese fino alle prossime elezioni di novembre. 
Da quelle elezioni è però scaturita l’esigenza, ancora 
più forte di prima, da parte di Erdogan, di annienta¬ 
re le opposizioni, con il solito occhio di riguardo per 
quella curda, inasprendo gli attacchi contro le diverse 
espressioni del dissenso. 

Violenze e attacchi che si erano contati a centinaia 
già in campagna elettorale, culminando con l’atten¬ 
tato a firma Daesh del 5 giugno durante un comizio 
dell’HDP a Amed (Diyarbakir). Il 20 luglio un attenta¬ 
tore suicida si fece saltare in aria nel centro culturale 
Amara, a Suruc, sul confine con la Siria, durante un 
incontro di giovani socialisti aderenti al SGDF (Fede¬ 
razione delle associazioni dei giovani socialisti) rac¬ 
colti lì per portare aiuti e solidarietà a Kobane. 

Esperimenti e conflitti 

Il nostro viaggio in Bakur, svoltosi nella seconda 
metà di ottobre, per quanto breve, ci ha permesso di 
essere testimoni di questa esperienza. Discussioni, 
interviste, chiacchiere e incontri hanno reso possibi¬ 
le conoscere in parte quanto sta avvenendo in quella 
regione. Le municipalità autonome, che hanno rot¬ 
to qualsiasi forma di comunicazione con il governo 
centrale, hanno subito continui attacchi da parte 
delle forze di polizia e dell’esercito. Il coprifuoco è 

11 dispositivo preferito per fiaccare la resistenza dei 
quartieri e dei villaggi più combattivi. Interruzione 
dei servizi idrici ed elettrici, oscuramento delle co¬ 
municazioni e dei social network in particolare, bloc¬ 
co fìsico di parte delle città, impossibilità di entrare 
e uscire, pattugliamento continuo di mezzi corazzati. 



CON L'ACQUA 
NON VANIVA VIA 


i 


Ovunque il coprifuoco ha portato con sé una scia 
di sangue. Colpi di granate a sventrare i muri delle 
case e cecchini appostati a colpire chiunque esca di 
casa. Una guerra sporca che il governo attua in pri¬ 
mo luogo contro i civili, utilizzando corpi di polizia 
speciali e esercito. 

A Cizira Botan (Cizre, secondo la topografìa turca) 
siamo arrivati poche settimane dopo il ritiro del co¬ 
prifuoco. La violenza delle truppe turche aveva come 
obiettivo particolare i quattro quartieri liberati e au¬ 
todifesi dai militanti curdi. Quartieri labirinto che, 
dalle arterie principali della città, si addentrano in 
una miriade di curve e di vicoli inaccessibili ai mezzi 
corazzati. Quartieri difesi da barricate e teli di pla¬ 
stica a coprire le vie all’occhio dei cecchini. Da uno 
stuolo di giovani e giovanissime staffette e sentinelle 
che, dai tetti come dalle biciclette o dalle moto, con¬ 
trollano le zone di accesso. Quartieri difesi sia con le 
armi che con il supporto della comunità che li vive. 

A combattere in questo territorio sono le forma¬ 
zioni delle Ydg-H (movimento giovanile patriottico 
rivoluzionario) e delle Ydgk-H, sua costola esclusiva- 
mente femminile. Sono gruppi formati da ventenni, 
cresciuti con la primavera siriana, la guerra civile e 
la rivoluzione in Rojava, durante gli anni delle politi¬ 
che di terra bruciata intorno al PKK e ai movimenti 
prò curdi. Queste formazioni, pur affiliate al PKK, 
mantengono una forte autonomia, anche da un pun¬ 
to di vista strategico, in quanto optano per una stra¬ 
tegia tutta urbana di autodifesa armata dei quartieri 
da cui provengono. Nove giorni di coprifuoco hanno 
tentato invano di sfondare le difese di questi quar¬ 
tieri. Ventitré civili, tra cui diversi bambini e anziani, 
sono rimasti uccisi dai colpi dei cecchini o delle armi 
pesanti in dotazione alle forze armate governative, 
in quello che è stato finora il coprifuoco protrattosi 
più a lungo. I muri delle case e le strade dei quartieri 
portano pesanti i segni di quei nove giorni, ma i pro¬ 
getti di autogestione continuano. Ci viene raccontato 
della creazione di una scuola in curdo, decisa e at¬ 
tuata in completa autonomia da parte di un gruppo 
di cittadini, della prosecuzione delle assemblee loca¬ 
li nel centro culturale del quartiere, del progetto di 
autogoverno della città che prosegue nono¬ 
stante la violenze e nonostante al momento 
mm della dichiarazione di autonomia la stessa 
co-sindaca dalla città sia stata rimossa dal 
suo ruolo. 

Il coprifuoco lo ritroviamo e lo viviamo ad 
Amed. La zona di Sur, la città vecchia rac¬ 
chiusa dalle antiche mura è inaccessibile, e 
lo resterà per quattro giorni. Il coprifuoco si 
espande ad altre zone della città. Colonne 
di fumo e colpi d’armi da fuoco sono la sce¬ 
nografìa visiva e sonora dell’antica capitale 
curda. Al di fuori delle aree di coprifuoco 
sono i giovanissmi a ingaggiare la polizia 
in rapidi scontri, con barricate improvvisa¬ 
te e lanci di pietre, mentre più di un cor¬ 
teo viene organizzato per sostenere almeno 
simbolicamente chi si trova nella zona del 



18 


Kurdistan turco 













coprifuoco. Quanto sta awenendo all’interno della 
città vecchia lo apprendiamo solo alla fine del copri¬ 
fuoco, quando riusciamo a visitare parte di quella 
zona. Gli attacchi delle forze di polizia hanno ucciso 
almeno quattro persone tra cui una ragazzina di 12 
anni. I muri di case e moschee sono crivellate da 
colpi di artiglieria, le scritte pro-PKK sono state can¬ 
cellate o distrutte e sostituite da minacce di morte di 
matrice religiosa, simboli dei lupi grigi e insulti. 

Genocidio culturale 

Il ruolo del partito, l’HDP e la sua componente più 
prettamente curda, il DBP (Partito delle regioni de¬ 
mocratiche), è emblematico e ineguale da una zona 
all’altra, sospeso tra l’amministrazione legale della 
quasi totalità delle municipalità del Bakur e il sup¬ 
porto - interno o esterno a seconda dei casi - per le 
più diverse espressioni della resistenza al dominio 
turco. L’impressione è quella di assistere alla forma¬ 
zione di una società separata dalle istituzioni cen¬ 
trali, società in cui il partito e le istituzioni locali da 
esso controllate sono uno tra i tanti strumenti e le 
tante forme di organizzazione a disposizione. Sepa¬ 
razione che si vede nelle iscrizioni in curdo - lingua 
a tutt’oggi vietata - accostate a quelle ufficiali sui pa¬ 
lazzi comunali della città di Amed (Diyarbakir) come 
nelle sovvenzioni alle accademie d’arte e ai centri 
culturali sparsi su tutto il territorio, dove si insegna 
la lingua e le tradizioni curde, e che sono diventati i 
principali centri di resistenza al genocidio culturale 


messo in atto da decenni dallo stato turco. 

Se oggi - ci viene detto - gran parte dei ragazzi 
parla correntemente curdo, così non era per i loro 
genitori. Nulla è stato concesso, ogni spazio di libertà 
è stato conquistato con determinazione negli ultimi 
anni. E ancora oggi parlare curdo nei quartieri sba¬ 
gliati o in situazioni formali può significare l’arresto. 

Separazione evidente anche nella gestione dei 
rifugiati siriani e iracheni. I campi profughi nella 
regione sono numerosi. Alcuni sono gestiti dall’e¬ 
quivalente turco della nostra Protezione Civile, e a 
questi è impossibile accedere, altri sono gestiti au¬ 
tonomamente dall’HDP. Abbiamo visitato il campo 
di Suruc, un’arsa distesa di terra bruciata su cui 
posano 85 tende, composto da profughi scappati dal 
nord della Siria, e il campo per i profughi yezidi alla 
periferia di Amed, il più grande della regione, dove 
vivono ancora migliaia di persone. Il primo, privo di 
qualsiasi struttura comune, e di qualsiasi servizio 
oltre la sopravvivenza, ospita ora meno della metà 
delle persone che vi vivevano fino a qualche mese fa. 

Molti sono tornati a Kobane o nei cantoni limitrofi 
una volta finiti gli scontri, molti altri sono partiti per 
tentare di entrare in Europa. Chi resta è in attesa di 
una delle due, o resta per usufruire del servizio sani¬ 
tario turco. Nel campo di Amed la situazione è diver¬ 
sa. Tutti gli abitanti arrivano dalla zona di Shingal, 
nel Kurdistan iracheno, grazie alla protezione del 
PKK, che ne ha permesso la fuga dal Daesh, prima 
in Siria e poi in Turchia. Nessuna delle persone con 
cui parliamo vuole tornare a Shingal, anche in caso 


Kurdistan turco 


19 




di pacificazione, e per molti l’unico desiderio è arri¬ 
vare in Europa. Il campo ha però una dimensione 
molto più stabile, con un ambulatorio e un piccolo 
edificio adibito a scuola, anche se sicuramente non 
sufficiente a contenere l’enorme numero di bambini 
e ragazzi che vivono lì. Gli altri campi della regione 
sono più piccoli, e in via di ridimensionamento; i ser¬ 
vizi e la qualità delle strutture variano notevolmente, 
e in alcuni di essi si sono avviati progetti educativi e 
sociali in totale autogestione. 

Una società parallela, dentro lo stato e contro lo 
stato, che non mira ad abbatterlo, ma a conquistare e 
difendere una completa autonomia. Una società che 
ormai si interfaccia con lo stato solo su un piano di 
scontro, militare. Una società che almeno sulla carta 
cerca di organizzarsi su quei principi di democrazia 
diretta, autonomia, femminismo e ecologia che sono 
i pilastri del confederalismo democratico, ma in cui 
la diffusione di una consapevolezza politica che vada 
oltre semplici parole d’ordine sembra riservata a un - 
seppur folto - numero di attivisti e militanti. 

Nel nostro viaggio abbiamo potuto constatare 
come in particolare i temi del femminismo e dell’e¬ 
cologia incidano inegualmente, e in certi casi debol¬ 
mente, sulla popolazione. E anche all’interno della 
comunità più consapevole lo scarto fra città e cam¬ 
pagna è sensibile. Se in centri urbani come Sanliur- 
fa e Amed l’idea di autodeterminazione della donna 
sulla propria vita e sul proprio corpo sembra essere 
un punto assodato, e con essa una totale difesa del 
diritto al divorzio e all’aborto, in posti più periferici 
come Suruc abbiamo incontrato molta meno apertu¬ 
ra su questi diritti, garantiti solo in situazioni emer¬ 


genziali (di violenza). L’idea di una società ecologica, 
con tutte le sue implicazioni e conseguenze radicali, 
soffre ancora di più questa difficoltà a fuoriuscire da 
una ancora più stretta cerchia di accoliti. 

Nel palazzo del sultano 

Siamo a Suruc, nel centro culturale Amara, quan¬ 
do apprendiamo dell’attentato ad Ankara, il 10 otto¬ 
bre. Ci troviamo nel luogo esatto in cui - come già 
accennato - un altro attentatore suicida uccise oltre 
30 persone. Nel giardino del centro un piccolo me¬ 
moriale ricorda le vittime, mentre la parete dell’edi¬ 
ficio è ancora parzialmente distrutta. Ci viene rac¬ 
contato di come la polizia abbia impedito e rallentato 
l’arrivo dei primi soccorsi, di come abbia sparato la¬ 
crimogeni sui feriti, di come abbia contribuito a far 
salire il numero delle vittime. 

Le similitudini tra questo racconto e quello che 
nelle ore successive vedremo e leggeremo sull’at¬ 
tentato nella capitale sono agghiaccianti. Anche ad 
Ankara le esplosioni avvengono vicino al punto di ri¬ 
trovo degli attivisti filo curdi. Anche ad Ankara la po¬ 
lizia (ciecamente?) carica la folla e rallenta i soccorsi. 
Ancora la mano sembra essere quella del Daesh. 

“Mano fascista, regia democristiana” recitava uno 
slogan a proposito della strage di Piazza Fontana a 
Milano, “I responsabili di questo massacro stanno 
nel palazzo del sultano”, recita lo striscione mostrato 
al presidio a cui partecipiamo quello stesso giorno. 

Giulio D’Errico per “RojavaResiste” 
roj avaresiste. noblogs. org 





20 


Kurdistan turco 








mum 


di Roberto Ambrosoli 


L’anarchia? 

Irrealizzabile 



Anarchik 


21 





















22 I Lettere dal Chiapas 12 



















Un futuro 
già presente 

testo e foto di Orsetta Bellani 


Si conclude qui la serie di corrispondenze dal Chiapas iniziate nell’estate 
2014 e uscite su ogni numero (a parte lo scorso). In quest’ultima puntata si 
parla di frugalità, produzione e sviluppo, buen vivir, immaginario alternativo. 


I l parlottare di un gruppo di donne che sgrana 
pannocchie di mais mi scuote dal sonno. La not¬ 
te non è ancora finita ma nella comunità c’è un 
via vai di persone come fosse pieno giorno. Alejan¬ 
drò 1 mi spiega che quando il sole sorge bisogna già 
essere nei campi, in modo da poter interrompere il 
lavoro quando la calura non permette di continuare. 

Mi invita a salire sul cavallo e ridiamo della mia 
goffaggine. Attraversiamo sentieri di terra rossa cir¬ 
condati da mucche e campi coltivati. Incontriamo 
persone a cavallo o a piedi, alcuni portano sulle spalle 
sacchi di mais o attrezzi da lavoro. Sorridono e alza¬ 
no leggermente il bordo del cappello abbassando il 
mento, in segno di saluto. 

Il terreno che la comunità coltiva collettivamente 
si arrampica su una montagna scoscesa. Alej andrò 
mi spiega che non ci sono macchine, si semina e si 
raccoglie con metodi tradizionali. 

Si tratta di una milpa, un agrosistema molto uti¬ 
lizzato presso i popoli indigeni mesoamericani e in 
cui si coltivano mais, fagioli e zucche. La dieta delle 
comunità indigene del Chiapas è composta quasi solo 
da questi tre elementi, non sono molte le famiglie che 
coltivano altri ortaggi, e mi chiedo perché l’organiz¬ 
zazione non promuova un’alimentazione più ricca e 
variata. 

Alzo il bordo inferiore della maglietta per creare 
una saccoccia, che Alej andrò riempie di chicchi di 
mais. Mi spiega che si semina affondando un bastone 
nella terra e, senza accucciarsi, si fa cadere un chicco 


nel solco che poi si ricopre con il piede. Mi porge il 
bastone e mi dice che devo camminare lungo una 
linea immaginaria facendo i buchi, uno dietro l’altro, 
ad una distanza di circa un metro. Non so se sarò 
d’aiuto, ma spero almeno di non fare danni. 

Tutti lavorano duro ma nel frattempo chiacchiera¬ 
no, scherzano. Almeno una persona per ogni famiglia 
del villaggio lavora nel terreno che si coltiva collet¬ 
tivamente, e in assemblea decidono come gestire il 
raccolto. 

Nelle comunità zapatiste il collettivismo, la recipro¬ 
cità basata sulla mutua fiducia, è la relazione sociale 
basica 2 . Storicamente molti villaggi indigeni sono sorti 
in habitat ostili all’agricoltura e alla vita, come la selva 
o montagne che superano i 2mila metri sul livello del 
mare, luoghi in cui la solidarietà divenne necessaria 
alla sopravvivenza 3 . È quella che viene normalmente 
definita come “comunalità”. 

“Siamo comunalità, l’opposto dell’individualità, sia¬ 
mo territorio comunale, non proprietà privata; siamo 
compartizione, non competizione; siamo politeismo, 
non monoteismo. Siamo intercambio, non commercio; 
siamo diversità, non uguaglianza, malgrado anche in 
nome dell’uguaglianza ci opprimano. Siamo interdi¬ 
pendenti, non liberi. Abbiamo autorità, non abbiamo 
sovrani 4 ”. 

Il lavoro collettivo è un collante che favorisce la 
costruzione di legami e socialità, di un senso di ap- 


Lettere dal Chiapas 12 I 23 


partenenza a un gruppo e a uno scopo. Si tratta di 
un modo di gestire i rapporti lavorativi differente da 
quello presente nelle società capitaliste, fuori dalla 
logica di sfruttamento della manodopera. Il lavoro 
collettivo è, quindi, parte della resistenza e della lotta 
per l’autonomia, è la materializzazione del mondo dif- 


Una riflessione di Eduardo Galeano 


“Dov’è che pagano il reddito medio prò capite? 

C’è più di un morto di fame che vorrebbe saperlo. 

Dalle nostre parti, i numerini hanno miglior fortuna delle persone. 
Quanti se la passano bene quando va bene l’economia? 

Quanti ne sviluppa lo sviluppo? 


verdi di prati, pascoli e campi di granoturco. Penso 
che domani tutto questo finirà, tornerò alla città. 

Lascerò questa pace per il caos, ma finalmente 
dormirò in un materasso morbido, con un piumone 
caldo. Non mi dovrò tirare addosso secchiate di acqua 
fredda per bagnarmi ma basterà aprire un rubinet¬ 
to per farmi la doccia con acqua 
tiepida. Potrò leggere le notizie 
seduta di fronte al computer e 
nel supermercato davanti a casa 
comprare tutto quello che voglio; 
tutto quello che qui mi manca. 

Osservo le persone intorno a 
me e non sembrano invidiare la 
mia vita, non desiderano tutto 
quello che possiedo e senza cui io 
non potrei stare. Mi chiedo come 
sia possibile e non trovo risposta. 


A Cuba, la rivoluzione trionfò nell’anno di maggior prosperità 
di tutta la storia economica dell’isola. 

In America Centrale, più la gente era fottuta e disperata 
più le statistiche sorridevano e ridevano. 

Negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, anni tremendi, tempi tumultuosi, 
l’America Centrale vantava l’indice di crescita economica più alto 
del mondo, 

il più rapido ritmo di sviluppo regionale nella storia dell’uomo. 

In Colombia, fiumi di sangue intersecano fiumi d’oro. 

Economia florida, anni di facili guadagni: al culmine dell’euforia, 
il paese produce cocaina, caffè e crimini in grande quantità 25 ”. 

Eduardo Galeano 


ferente che lo zapatismo costruisce con la sua prassi. 

Spiega Roberto, integrante della Giunta di Buon 
Governo de La Garrucha: 

“Il mal governo ha visto che non può distruggere 
l’autonomia. Perché? Perché sappiamo che sta nei 
nostri cuori. Quando la coscienza è matura, quando 
la coscienza non è debole, allora possiamo continuare 
a camminare lavorando in collettivo, tutti insieme, 
uomini, bambini, donne, anziani, tutti lavoriamo 5 ”. 

Verso le 11 il sole brucia e smettiamo di lavorare, 
si riprenderà nel tardo pomeriggio. Ci sediamo sotto 
un albero e mangiamo fagioli, tortillas di mais e uova, 
bevendo Coca Cola. Le bibite non mancano mai nelle 
comunità zapatiste, spesso anche in luoghi così isolati 
da chiedersi come facciano ad arrivarci. 

Mi sento bene. Chiudo gli occhi e godo del sole che 
mi scalda, mentre un vento leggero muove le nuvole 
rade. Guardo la loro ombra correre sulle montagne 


“La frugalità è il tratto distin¬ 
tivo delle culture libere dalla ne¬ 
cessità di accumulare. Al loro 
interno, le necessità quotidiane 
sono soddisfatte soprattutto da 
una produzione di sussistenza, 
e solo una piccola parte è stata 
comprata dal mercato. Ai nostri 
occhi le persone hanno poche 
cose - una capanna, qualche 
pentola e un vestito da mettere 
la domenica - e il denaro ha un 
ruolo secondario. Ma tutti hanno 
accesso ai campi, ai fiumi e ai 
boschi; la parentela e la comu¬ 
nità offrono i servizi che, in altri 
luoghi, devono essere pagati. (...) 
In un villaggio messicano tradi¬ 
zionale, ad esempio, l’accumula¬ 
zione privata porta all’ostracismo 
sociale: il prestigio si raggiunge 
nello spendere in opere necessa¬ 
rie alla comunità. Malgrado queste persone apparten¬ 
gano alla “fascia a basso reddito”, nessuno patisce 
la fame. Tutto ciò si converte in “povertà” quando 
soffre la pressione di una società basata sull’accu¬ 
mulazione 6 ”. 

Produzione 
e sviluppo 

Il 20 gennaio 1949, nel suo discorso di insediamen¬ 
to alla Casa Bianca, l’ex presidente Harry Truman 
presentò una visione del mondo che avrebbe avuto 
molta fortuna. Il vincitore della Seconda Guerra Mon¬ 
diale divise i paesi del pianeta tra un piccolo gruppo 
di “sviluppati” e una maggioranza di “sottosviluppati”, 
presto più gentilmente ribattezzati “in via di sviluppo”. 

Il modello economico e sociale dei paesi occidentali, 
eretto grazie al capitale accumulato con lo sfrutta¬ 
mento coloniale, era presentato come l’esempio a cui 
aspirare. “A chi non piacerebbe essere come noi?”, 


24 I Lettere dal Chiapas 12 





sembrava chiedersi l’ex presidente statunitense. 

“Riconoscersi come sottosviluppato implica accet¬ 
tare una condizione umiliante e indegna. Non si può 
più aver fiducia nel proprio naso; bisogna affidarsi a 
quello degli esperti, che ci porteranno allo sviluppo. 
Non è più possibile sognare i propri sogni: sono già 
stati sognati, i sogni degli “sviluppati” vengono con¬ 
siderati come se fossero i propri sogni, anche se poi 
si trasformano in incubi 7 ”. 

La dicotomia che attraversava il mondo dell’era 
Truman opponeva la produzione alla scarsità. 

La “crescita economica” era la meta da raggiunge¬ 
re. Scarsità e sottosviluppo potevano essere superati 
seguendo ricette che avrebbero portato, per tappe, al 
decollo economico 8 . 

Governi, istituzioni finanziarie internazionali, ban¬ 
che e organizzazioni non governative si sarebbero 
presi la briga di promuoverle e metterle in pratica. Gli 
esperti dello sviluppo avrebbero eliminato l’economia 
basata sull’intercambio e la proprietà collettiva dei 
paesi sottosviluppati per creare società di consuma¬ 
tori voraci. La capacità produttiva divenne il metro 
per misurare il grado di civilizzazione di una società 9 . 

Gli Stati Uniti promisero di accompagnare con 
rispetto i paesi sottosviluppati nel loro processo di 
emancipazione. “Il vecchio imperialismo - lo sfrutta¬ 
mento da parte di esterni - non ha nulla a che vedere 
con le nostre intenzioni. Ciò che è un programma 
di sviluppo basato sull’idea di un negoziato giusto e 
democratico”, assicurò l’ex presidente statunitense 
durante il suo discorso di insediamento alla Casa 
Bianca. 

La potenza nordamericana avrebbe aiutato i colo¬ 
nizzati a liberarsi dai colonizzatori, e promise che il 
progresso avrebbe ridotto la forbice tra i paesi “svilup¬ 
pati” e quelli “sottosviluppati”. In realtà, se nel 1960 
i paesi ricchi lo erano 20 volte in più di quelli poveri, 
nel 1980 erano 46 volte più ricchi. Dopo 20 anni di 
sviluppo, i poveri erano sempre più poveri 10 . 

Ma la bontà del paradigma della produzione e dello 
sviluppo per decenni non venne messo in discussione 
nei paesi capitalisti. E neppure nel blocco socialista 
sovietico: produzione e sviluppo erano le parole d’or¬ 
dine anche dall’altra parte del muro. 

Alla ricerca 
del buen vivir 

Furono altri governi socialisti 11 , quelli latinoame¬ 
ricani, a maturare per primi una riflessione sull’im¬ 
possibilità di una crescita economica infinita, e sui 
danni ambientali irreversibili causati dallo sviluppo 
capitalista. 

Nel decennio scorso la protesta sociale, in buona 
parte indigena, portò Evo Morales al governo della 
Bolivia e Rafael Correa a quello dell’Equador. A partire 
dalla svolta a sinistra entrambi i paesi approvarono 
nuove costituzioni (nel 2008 e 2009), che garanti¬ 
scono come diritti alcune rivendicazioni storiche dei 


movimenti indigeni e contadini 12 . Negli anni seguen¬ 
ti molte organizzazioni indigene si sono distanziate 
dai due governi che accusano di non essersi, nella 
pratica, allontanati dalle politiche “sviluppiste” delle 
amministrazioni neoliberali precedenti, basate sullo 
sfruttamento massiccio delle risorse naturali 13 . 

Le costituzioni di entrambi i paesi sudamericani 
affermano che il nuovo stato si basa sulla ricerca del 
buen vivir o vivir bien, termine che cerca di tradurre il 
concetto indigeno aymara suma qamana, e il quechua 
sumac kawsay 14 . 

Il buen vivir è un filosofia di vita presente nella 
cosmovisione e nelle pratiche dei popoli nativi ame¬ 
ricani, e si modella a partire dal contatto tra la cul¬ 
tura indigena ancestrale e la civilizzazione europea. 
Non esiste una definizione univoca di buen vivir, ogni 
cultura lo costruisce a partire della sua visione del 
mondo, ma presenta dei tratti comuni presso tutte 
le nazioni indigene 15 . 

Si tratta di un concetto olistico che vede gli esseri 
umani stabilire fra loro relazioni di solidarietà e re¬ 
ciprocità, e vivere in integrazione ed equilibrio con la 
natura secondo una logica cosmocentrica piuttosto 
che antropocentrica 16 . Si ha buen vivir quando esiste 
armonia all’interno della famiglia e della comunità, 
quando si hanno salute, educazione e una casa di¬ 
gnitosa, quando vengono rispettate la propria cultura 
e le tradizioni. 

Un concetto molto simile è presente anche nella 
filosofia greca, nell’Odissea di Omero come in Sofo¬ 
cle, Euripide e nell’Etica Nicomachea di Aristotele, 
secondo cui solo la saggezza che nasce dall’armonia 
con il mondo e gli altri esseri umani può portare alla 
felicità 17 . 

Buen vivir non è vivere bene, ma è avere una vita 
degna, che dev’essere conquistata. Non è un’idea ro¬ 
mantica di ritorno alla vita silvestre, ma una proposta 
politica che implica una critica al concetto di sviluppo 
e all’insostenibile stile di vita occidentale. Il buen vivir 
è uno strumento di resistenza all’estrattivismo capi- 








talista, e sempre più frequentemente nei comunicati 
dell’EZLN. Nelle lingue e tzotzil dei maya del Chiapas, 
il concetto di buen vivir viene designato con il termine 
lekil kuxlejal 

“Il lekil kuxlejal è la buona vita per antonomasia. 
Non è un’utopia perché non si riferisce ad un sogno 
inesistente. Il kuxlejal è esistito, si è degradato però 
non si è estinto, ed è possibile recuperarlo” 18 . 

Il lekil kuxlejal non è azione soggettiva ma collettiva. 
Si manifesta nella vita comunitaria che tiene la sua 
base nelfassemblea, è il lavoro collettivo e la parteci¬ 
pazione alle feste, è difesa del territorio e resistenza a 
valori e modelli di vita non accettabili dalla comunità 19 . 

Secondo l’antropologo Jaime Schlittler Àlvarez del 
Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en 
Antropologia Social (CIESAS), il lekil kuxlejal è un 
orizzonte di lotta, per le comunità zapatiste e per 
tutti coloro che si battono per la propria autono¬ 
mia. “Esiste una relazione tra l’idea di autonomia 
e la buona vita. Nel 1994, quando insorse in armi, 
l’EZLN presentò delle richieste allo stato, come ga¬ 
rantire educazione e salute alle comunità indigene”, 
spiega Jaime Schlittler Àlvarez 20 . “All’interno del loro 
percorso di lotta gli zapatisti trasformarono que¬ 
ste richieste in linee guida di quello che vogliono e 
stanno costruendo, che è l’autonomia. E perché la 
vogliono? Perché l’autonomia garantisce una buona 
vita, il lekil kuxlejal”. 

Un frammento, 
fragile ma tangibile 

Il buen vivir dei popoli indigeni americani non pro¬ 
pone solo una critica al concetto di sviluppo, ma offre 
un’alternativa alla crisi della nostra civiltà. Il modello 
attuale è arrivato a un punto di non ritorno, non sap¬ 
piamo cosa verrà dopo, ma siamo chiamati a riflettere 
sul nostro ideale di buona vita e a muovere i passi a 
partire da esso. Dobbiamo immaginare le caratteri¬ 
stiche del nuovo mondo postcapitalista. 

Come possiamo raggiungere la nostra idea di buen 
vivir, di una vita di qualità? Cosa va contro quest’i¬ 
dea? È possibile il buen vivir all’interno del sistema 
capitalista? 

“La fine di un’era esige l’abbandono del tipo di pen¬ 
siero nel quale ci siamo formati e il riconoscere che 
per centocinquanta anni siamo rimasti intrappolati 
nella disputa ideologica tra capitalismo e socialismo. 
Abbiamo smesso di pensare. (...) La cosa interessante 
è che, in vista del fatto che stiamo modificando le no¬ 
stre relazioni con la scienza, il progresso e il potere, 
stiamo finendo in una situazione molto particolare, 
nella quale dobbiamo guardare verso il passato per 
incontrare risposte sul futuro 21 ”. 

Negli anni ’70 nacque l’idea di un capitalismo ri¬ 
spettoso della natura e dei cicli naturali, il cosiddetto 
“sviluppo sostenibile”. Ma lo sviluppo è insostenibile 
per definizione: lo sfruttamento degli esseri umani e 


della natura è una delle caratteristiche fondamentali 
del sistema attuale e il buen vivir - allo stesso modo 
della decrescita resa celebre dal lavoro di Serge La- 
touche 22 - è un progetto che non può muoversi al 
suo interno. 

Fuori dal capitalismo quindi, ma anche fuori dal¬ 
la città? Sembra infatti impossibile poter godere del 
buen vivir nei grandi centri urbani, in cui vive l’80% 
della popolazione mondiale. In questo caso, la sfida è 
pensare quale tipo di città vogliamo e come la costru¬ 
iremo, dibattendo sulla funzione degli spazi pubblici 
e sul loro senso al di là dell’aspetto estetico 23 . 

Occorre inoltre allontanarsi dall’idea di umanità 
caratteristica della modernità occidentale, di un esse¬ 
re umano interessato al solo interesse personale. Non 
si tratta di accogliere l’idea ingenua di un’umanità 
altruista e pacifica, ma di considerare che, come affer¬ 
ma Marshall Sahlins, la natura umana è un divenire 
culturale e come tale può essere modificata. 

È necessario, in conclusione, costruire un immagi¬ 
nario alternativo al presente capitalista a partire dalle 
forme sociali già esistenti, e in opposizione a quelle 
che rifiutiamo. Scrive Jéròme Baschet: 

“Iniziare a sognare e dibattere collettivamente 
quello che vogliamo costruire è parte del cammino. 
Un cammino che si fa camminando e si cammina 
chiedendo, con l’energia che ci muove verso ciò che 
ancora non è. (...) Esperienze come quella zapatista 
sono un frammento, fragile ma tangibile, di un futuro 
già presente 24 ”. 

Orsetta Bellani 
@sobreamerica 


1 Nome fittizio, per motivi di sicurezza. 

2 Dania Lopez Cordova, La reciprocidad corno lazo social fundamen- 
tal entre las personas y con la naturaleza en una propuesta de 
transformación societal. In Boris Maranón Pimentel (a cura di), 
Buen Vivir y descolonialidad. Crìtica al desarrollo y la racionalidad 
instrumentales, Universidad Autonoma de México, 2014, pag. 
99-120. 

3 Raul Zibechi, Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista 
in Chiapas, Elèuthera, Milano, 1998, pag. 45. 

4 Jaime Martinez Luna, Eso que llaman comunalidad, Colección 
Diàlogos, Pueblos originarios de Oaxaca, Conacuita, Messico, 
2010 . 

5 Quaderni di testo della prima Escuelita Zapatista, Resistencia 
autònoma, pag. 45. I quaderni si possono scaricare aH’indirizzo 
http://anarquiacoronada.blogspot.it/2013/09/primera-escuela- 
zapatista-descarga-sus.html 

6 Wolfgang Sachs, Planet Dialectics - Explorations in Environment & 
Development, Zed Books, Londres, 1999. 

7 Gustavo Esteva, Mas alla del desarrollo: la buena vida. In América 
Latina enMovimiento (ALAI), 1 giugno 2009. Consultabile in www. 
alainet.org/es/active/381 10. 

8 Pablo Dàvalos, Rejlexiones sobre el sumak kawsay (el buen vi¬ 
vir) y las teorìas del desarrollo. In América Latina en Movimen¬ 
to (ALAI), 5 agosto 2008. Consultabile in www.alainet.org/es/ 
active/25617#sthash.bj QZPnmm.dpuf. 


26 I Lettere dal Chiapas 12 




9 Wolfgang Sachs, Planet Dialectics - Explorations in Environment & 
Development, Zed Books, Londres, 1999. 

10 Gustavo Esteva, Mas alla del desarrollo: la buena uida. In América 
Latina enMovimiento, 1 giugno 2009. Consultabile in www.alainet. 
org/es/active/38110. 

11 II cosiddetto “Socialismo del XXI Secolo” 

12 Prevedono, ad esempio, il rafforzamento del ruolo dello stato 
nell’economia e garantiscono importanti diritti ai popoli indigeni: 
gestione autonoma del loro territorio, possibilità di esercitare il 
sistema politico e giudiziario indigeno e di partecipare dei benefìci 
dello sfruttamento delle risorse naturali presenti nei loro territori. 

13 Pablo Stefanoni, Evo, “el modernizador” . In settimanale Brecha, 
ottobre 2014. Consultabile in: http://www.sobreamericalatina. 
com/?p=1652 

14 Cletus Gregor Bailé, Nuevas narrativas constitucionales en Bolivia 
y Ecuador: el buen vivir y los derechos de la naturaleza, Latino- 
américa. Revista de estudios latinoamericanos, Messico, febbraio 
2014. Consultabile in: http://www.sciencedirect.com/science/ 
article/pii/S 1665857414717247 

15 Aldo Zanchetta, Il Buen Vivir come paradigma del mondo nuovo?, 
marzo 2013. Consultabile in: https://liberauniversitapopolare. 
files.wordpress.com/2009/ 11/il-buen-vivir-come-paradigma-del- 
mondo-nuovo.pdf 

16 David Choquehuanca Céspedes, Macia la reconstrucción del 
Vivir Bien. In América Latina en Movimiento (ALAI), febbraio 
2010. Consultabile in: http://www.plataformabuenvivir.com/ 
wp - content / uploads /2012/07/ ChoquehuancaRecons truccion- 
VivirBien2010. pdf 


17 Olga Abasolo, Rejlexiones sobre el concepto de buen vivir en la 
cultura Occidental. Entrevista a Emilio Lledó, CIP-Ecosocial, Bo- 
letin ECOS n. 11, aprile-giugno 2010. Consultabile in: https:// 
www. fuhem. es / media/ cdv/ file /biblioteca/ Entrevistas / Entrevi- 
sta_Emilio_Lledo. pdf 

18 Antonio Paoli, Educación, autonomia y lekil kuxlejal: aproximacio- 
nes sociolinguisticas a la sabiduria de los tseltales, Universidad 
Autonoma Metropolitana (UAM) -Xochimilco, Ciudad de México, 
2003. 

19 Jaime Martinez Luna, Eso que llaman comunalidad, Colección 
Diàlogos, Pueblos originarios de Oaxaca, Conacuita, 2010. 

20 Intervista di Orsetta Bellani a Jaime Schlittler Àlvarez, San Cri- 
stóbal de Las Casas, ottobre 2015. 

21 Gustavo Esteva, Antistasis. L’insurrezione incorso, Asterios, 2012, 
pag. 27 e 29. 

22 Secondo Serge Latouche, è necessario ristrutturare l’apparato 
produttivo e cambiare il modello di consumo per ridurre l’impatto 
dell’impronta ecologica, oltre a modificare il sistema di valori di 
riferimento della società, per crearne una basata sulla convivenza 
e sullo spirito del dono. 

23 FlorenciaYanniello, Vivir bien enlas ciudades, rivista Tinta Verde, 
12 gennaio 2014. Consultabile in: https://tintaverde.wordpress. 
com/2014/01/ 12/debates-en-torno-al-extractivismo-y-el-buen- 
vivir/ 

24 Jéròme Baschet, Adiós al capitalismo, Futuro Anterior, Buenos 
Aires, Argentina, 2014, pag. 78-79. 

25 Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci, Sperling&Kupfer, Milano, 
2008. 










I neozapatisti 
ieri e oggi 

di Claudio Albertani 


Con tutti i suoi paradossi e le sue ambiguità, la rivoluzione zapatista 
ha portato alla superficie l’urgenza di liberare le energie creative 
non solo dei popoli indigeni, ma anche dei molti mondi negati 

dalla società in cui viviamo. 


A pparsa il primo gennaio 1994, poco dopo la 
caduta del blocco sovietico e nel momento 
culminante del neoliberismo, la ribellione in¬ 
digena del Messico annuncia l’inizio di una nuova 
epoca di conflitti sociali. Circostanze singolari aveva¬ 
no spinto gli zapatisti a non ripercorrere le strade del 
passato: la fine della guerra fredda, la globalizzazio¬ 
ne, la prossimità degli Stati Uniti e, al tempo stesso, 
deH’America Centrale, dove le recenti esperienze in¬ 
surrezionali avevano lasciato aperte ferite dolorose. 
Essi avevano deciso di ribellarsi non per esercitare 
la violenza risentita dei perdenti, ma per raccontare 
a tutti i popoli l’assurdità della loro condizione di 
uomini e donne cui si impone di apparecchiare sen¬ 
za posa il banchetto della modernità, nel momento 
stesso in cui si interdice loro l’accesso alle vivande. 

Se in un primo tempo misero sottosopra la dodi¬ 
cesima economia mondiale, il fiore all’occhiello della 
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazio¬ 
nale, ben presto divennero il sintomo di una nuova 
sensibilità, il punto di riferimento non dei nostalgici 
del passato, bensì dei nostalgici del futuro. Basta¬ 
rono poche, brillanti azioni di guerra - una guerra 
preparata dieci anni e durata dodici giorni - per ra¬ 
dere al suolo i castelli di carta del neoliberismo e 
mostrare, ancora una volta, il re nudo. 

Per il governo messicano, sarebbe stato relativa¬ 
mente facile annientarli militarmente, però, contra¬ 


riamente a tutte le previsioni, massicce mobilitazioni 
in Messico e nel mondo intero, resero impraticabile 
la via del massacro. Si giunse ad una tregua ed i 
maya ribelli riconquistarono la parola autentica, in 
una società dominata dalla menzogna. 

Contro il razzismo fecero sapere che lottavano 
per “un mondo che contiene molti mondi” e contro 
la mafia del potere, proclamarono “tutto per tutti, 
niente per noi soli”. Non parevano interessati a fare 
proseliti, né proclamavano ideologie; disillusi rispet¬ 
to alle correnti politiche fondate sull’affermazione di 
un ideale, di una scienza o di un programma, si pre¬ 
sentavano come qualcosa di lucidamente diverso e 
non solo successivo rispetto alle guerriglie dell’Ame¬ 
rica Latina. Infatti, oltre a criticare i partiti tradizio¬ 
nali, essi rifiutavano l’idea di avanguardia, armata 
o pacifica. Il potere, dicevano, non è un oggetto da 
prendere, ma una relazione sociale da costruire. 

Incontri 
e disincontri 

Il messaggio che arrivava dalla giungla era chiaro: 
oggi non si tratta più di dirigere e neppure di esse¬ 
re piloti invisibili; l’importante è creare situazioni di 
rottura, aprire il cammino a una socialità differente, 
stimolare incontri, favorire l’autonomia dei soggetti. 
Si apriva così la possibilità di cominciare da capo 


e la giungla Lacandona si convertì rapidamente in 
una specie di grande laboratorio sociale, dove si 
pensavano, si dicevano e si facevano cose rilevanti. 
Uomini e donne provenienti dai quattro angoli del 
globo cominciarono ad andare e venire dal sud-est 
messicano per ascoltare, conversare e capire. E nac¬ 
que l’idea degli incontri intercontinentali “per l’uma- 
nità e contro il neoliberismo”, (Chiapas, estate 1996; 
Spagna, estate 1997), che oggi possiamo considera¬ 
re gli antecedenti importanti del movimento contro 
la globalizzazione neoliberista e degli indignados che 
gridano il loro “Basta” occultandosi il volto con la 
maschera di Anonymous. 

Vi parteciparono migliaia di persone provenien¬ 
ti da decine di paesi e dalle più disparate galassie 
umane: gruppi radicali, residui dei partiti politici di 
sinistra, movimenti di liberazione, sindacati, ong, 
cattolici, centri sociali, gay, anarchici, femministe, 
ecologisti, reduci delle rivoluzioni sudamericane e 
persino intellettuali di prestigio, senza dimentica¬ 
re qualche discepolo del presidente Mao, del Che e 
del vecchio Trockij. Altri ancora - forse i più - erano 
semplicemente donne e uomini desiderosi di rom¬ 
pere l’accerchiamento spirituale che si vive nelle 
metropoli del mondo globalizzato. Ognuno avvertiva 
che la ribellione degli indigeni del Chiapas lo aveva 
in qualche modo interpellato e quegli incontri offri¬ 
rono a tutti la possibilità di esprimersi liberamente 
e di rimettersi in gioco. Questo, mi sembra, era l’im¬ 
portante, anche se, già allora, non furono pochi a 
sollevare dubbi sul futuro di una tale, improbabile 
mescolanza umana. 

Sempre appassionanti e paradossali, le iniziative 
zapatiste - i dialoghi di pace, gli incontri naziona¬ 
li, intercontinentali ed “intergalattici”, il Frente Za- 
patista de Liberación Nacional (FZLN), il Congreso 
Nacional Indìgena (CNI)... - erano elaborate grazie 
all’innegabile apporto che il subcomandante Marcos 
(oggi Galeano, in memoria di José Luis Solis Lopez, 
alias Galeano, un militante dell’EZLN assassinato il 
2 maggio 2014 a La Realidad) plasmava in discorsi, 
interviste, racconti e nelle Dichiarazioni della Sel¬ 
va Lacandona. Massimo dirigente militare, egli era 
“subcomandante” perché la leadership del movi¬ 
mento spettava alle comunità ribelli. Tuttavia, dopo 
l’insurrezione di gennaio, Marcos divenne anche il 
loro principale portavoce, per via della grande abili¬ 
tà che mostrava nell’uso dello spagnolo che i maya 
parlano poco. 

Tradotti in mezzo mondo, i testi del Sup ebbero 
un ruolo decisivo non solo nella diffusione del neo- 
zapatismo, ma anche nella nascita dei nuovi movi¬ 
menti sociali successivi al crollo del muro di Berlino. 
Centinaia di migliaia di persone seguivano con tre¬ 
pidazione le avventure di Durito, il noto scarafaggio 
donchisciottesco, e le parabole del Vecchio Antonio, 
simbolo dell’antica sapienza maya. Marcos riprende¬ 
va qui una vecchia tradizione rivoluzionaria, inaugu¬ 
rata in Messico dall’anarchico Ricardo Flores Magón 
nel Messico prerivoluzionario: l’uso della letteratura 
a scopo didattico e di agitazione. 


A Marcos spetta il merito storico di aver scritto te¬ 
sti epici come De qué nos van a perdonar [18 gennaio 
1994) che rappresenta per gli indigeni messicani l’e¬ 
quivalente di I have a dream di Martin Luther King. 
Sorse così un poeta, oltre che un dirigente politico; 
uno stratega del rovesciamento che non separa la 
poesia dalla rivoluzione. Mettendo in primo piano il 
contributo dei popoli indigeni e chiarendo che la glo¬ 
balizzazione produce miseria e distruzione mentre, 
allo stesso tempo, crea nuove possibilità di ascolto e 
interazione, i testi di Marcos aiutarono a riprendere 
il filo conduttore della critica sociale. 

Tuttavia, quella che pareva una vittoria indiscuti¬ 
bile, mostrò ben presto gravi limiti. È possibile vin¬ 
cere la battaglia della parola “autentica” sul terreno 
dell’avversario, l’universo contraffatto e menzognero 
dei media? L’esperienza dice di no, però Marcos ac¬ 
cettò fino in fondo la funzione di portavoce che gli 
avevano conferito le comunità e che la televisione, 
sempre alla ricerca di nuovi stereotipi, non tardò a 
riconoscergli. Immerso in quel ruolo, incominciò ad 
assumere attitudini autoritarie e dispotiche che si 
allontanavano sempre più dal discorso libertario che 
lui stesso aveva contribuito a creare. 

L’esercizio dell’autonomia 
e la risposta del governo 

Le rivoluzioni sociali creano istituzioni proprie 
che, invariabilmente, si contrappongono a quelle del 
vecchio mondo. In Chiapas, ciò ha dato luogo alla 
fondazione dei comuni autonomi, veri e propri spazi 
di potere alternativo contro il sistema sociale basa¬ 
to sulla dittatura dell’economia e dello Stato. È qui 
che risiede il contributo più importante degli zapa- 
tisti, anche se l’autonomia non è certo un’invenzio¬ 
ne dell’EZLN (non appare, ad esempio, nella Prima 
Dichiarazione della Selva Lacandona), ma una vec¬ 
chia rivendicazione del movimento indio messicano 
e continentale. L’originalità degli zapatisti sta nell’a¬ 
verla messa in pratica ridandole vigore e forza. 

Il 16 febbraio 1996, furono firmati gli Accordi di 
San Andrés Larràinzar, così chiamati per il villag¬ 
gio tzotzil nei pressi di San Cristobai dove si cele¬ 
brarono. Frutto di un prolungato dibattito nel quale 
intervennero gli esponenti delle cinquantasei etnie 
messicane, oltre ad intellettuali e attivisti delle più 
svariate tendenze, il nucleo degli accordi verteva 
proprio sull’autonomia: autonomia culturale, au¬ 
tonomia comunale e autonomia territoriale. Per la 
prima volta in cinquecento anni, agli indigeni veniva 
riconosciuto - almeno sulla carta - il diritto di am¬ 
ministrare la giustizia, eleggere direttamente le loro 
autorità, accedere al controllo delle risorse naturali 
e dei mezzi di comunicazione. 

L’autonomia zapatista era - ed è - una pratica 
apertamente antistatale che il potere non può tolle¬ 
rare. Solo così si spiega la guerra di bassa intensità 
scatenata dai vari governi che si sono succeduti ne¬ 
gli ultimi vent’anni. In un primo momento, il pre¬ 
sidente Zedillo (1994-2000) permise la firma degli 


accordi, però poi non li rispettò e consentì la crea¬ 
zione di gruppi paramilitari che presto commisero 
crimini efferati, come il terribile massacro di Acte- 
al, dove morirono 45 indigeni tzotziles, fra i quali vi 
erano bambini e donne incinte (22 dicembre 1997). 
L’EZLN non cadde nella provocazione e non riprese 
le ostilità militari, tuttavia, si ritirò dal tavolo delle 
trattative prendendo al tempo stesso la decisione di 
ridurre i rapporti esterni e rinforzare i meccanismi 
di autodifesa. 

Nel 2000, la vittoria di Vicente Fox del Partido Ac- 
ción Nacional (PAN, di destra) alle elezioni del 2000 
significò la fine del regime del partito unico. Il Parti¬ 
do Revolucionario Institucional, PRI, che con diversi 
nomi aveva mantenuto il potere ininterrottamente 
dagli anni Venti, perse la presidenza, in parte anche 
grazie al severo giudizio dei messicani sulfambigua 
politica del governo nei confronti degli zapatisti. Fi¬ 
niva così quella che Mario Vargas Liosa aveva defini¬ 
to la “dittatura perfetta” e alcuni scorsero la possibi¬ 
lità di riavviare il processo di pace. Fu una speranza 
fugace. Dopo lo strepitoso successo della Marcha del 
color de la tierra che giunse a Città del Messico nel 
marzo 2001, Fox si unì al PRI e al Partido de la Revo- 
lución Democràtica (PRD, che si autodefinisce di sini¬ 
stra) per votare una legge bidone che, nella pratica, 
sanciva fannullamento degli Accordi di San Andrés. 

Con l’aiuto della solidarietà internazionale l’EZLN 
ripiegò nuovamente nel Chiapas, concentrando i 
propri sforzi nella creazione di cooperative, struttu¬ 
re di autogoverno, sistemi di salute e di educazione 
alternativa. In tal modo, oltre a progredire dal punto 
di vista materiale, rinforzarono il nucleo centrale del 
progetto di contropotere centrato sull’autonomia, la 
democrazia diretta ed il muto appoggio. Nel 2003, 
dopo una lunga riflessione interna, le comunità za- 
patiste decisero di raggrupparsi secondo nuove linee 
territoriali, separare definitivamente le strutture mi¬ 
litari da quelle civili, perfezionare i meccanismi del¬ 
la rotazione delle cariche e ristrutturare i rapporti 
con la solidarietà internazionale. Istituirono allora 
degli organismi di coordinamento, chiamati Juntas 
de Buen Gobierrto e sostituirono i cinque Aguasca- 
lientes (spazi di incontro con la società civile creati 
nel 1994) con altrettanti Caracoles che perdurano 
come solidi bastioni dell’autonomia e della resisten¬ 
za indigena. 

Il 19 giugno 2005, Marcos dichiarò lo stato d’aller¬ 
ta nei territori zapatisti interrompendo le consuete 
visite ai Caracoles, dei gruppi solidali e sospendendo 
la cooperazione internazionale. Il grave gesto sorpre¬ 
se le reti della solidarietà internazionale e gli stessi 
militanti del Frente. L’ultimo stato d’allerta risaliva 
al massacro di Acteal e molti temevano una nuova 
offensiva contro le comunità indigene. La direzione 
dell’EZLN precisò subito che si limitava a prendere 
misure difensive e che avrebbe rispettato il cessate il 
fuoco del 12 gennaio 1994 ratificato dagli Accordi di 
San Andrés. Cos’era accaduto? Nulla di particolar¬ 
mente grave, questa volta, salvo che, dopo un lungo 
periodo di silenzio, Marcos si disponeva a lanciare 


una nuova serie di comunicati che, in gran parte, 
riguardavano le elezioni presidenziali del 2006. 

Poco dopo, arrivò infatti la Sesta Dichiarazione 
della Selva Lacandona, un documento di ampio re¬ 
spiro in cui la direzione dell’EZLN denunciava nuo¬ 
vamente la decomposizione della classe politica mes¬ 
sicana, riaffermava le radici indie del neozapatismo 
e ripercorreva le vicende alterne di quasi dodici anni 
di lotte. Esaurito il dialogo con il governo e bruciato 
il rapporto con la sinistra storica, bisognava adesso 
guardare “in basso e a sinistra”, unirsi ai lavoratori 
urbani e rurali, così come alla galassia di gruppi e 
movimenti marginali. Seguiva una veemente riven¬ 
dicazione del Che Guevara, un saluto ai popoli la¬ 
tinoamericani, alla rivoluzione cubana, all’Europa 
sociale, e ai “fratelli d’Asia, Africa e Oceania”. Il tutto 
con un linguaggio che ricordava le radici marxiste- 
leniste dell’EZLN. 

Il fallimento 
della otra campana 

Contemporaneamente, l’EZLN lanciava la Otra 
campana, un’iniziativa da intraprendere insieme 
con le organizzazioni della sinistra antagonista, i 
popoli indigeni, le organizzazioni sociali, i collettivi 
antagonisti e le Ong, oltre a donne, uomini, anzia¬ 
ni e bambini che vi aderissero a titolo individuale 
(benché su invito degli zapatisti). Erano imminenti le 
elezioni presidenziali e la proposta centrale, sottrar¬ 
si all’ingannevole abbraccio del PRD e costruire un 
polo di lotta anticapitalista e antipartito oltre i ba¬ 
stioni del Chiapas, era allettante. Il subcomandante 
aveva perfettamente ragione quando affermava che 
i grandi problemi nazionali non potevano risolversi 
nell’ambito istituzionale e che un regime autentica¬ 
mente democratico sarebbe scaturito solo da una 
profonda rivoluzione sociale. 

Marcos concentrò gli attacchi contro Andrés Ma¬ 
nuel Lopez Obrador (AMLO) - un riformatore che 
raccoglieva le simpatie di molte persone “in basso e 
a sinistra” -, il che non fu una buona idea perché già 
ci stavano pensando i partiti di destra e la televisio¬ 
ne che lo presentavano come un “grave pericolo per 
la nazione”. Il fatto è che, come in Spagna nel 1936, 
vi erano i buoni motivi per non votare, ma ve ne era¬ 
no anche per votare, visto che, con tutti i suoi difetti, 
AMLO non era certo un repressore e avrebbe dato 
un respiro momentaneo ai movimenti sociali e parti¬ 
colarmente agli zapatisti. L’importante era lasciare a 
tutti la libertà di scegliere senza farne una questione 
di principio per non creare divisioni. 

Marcos - adesso chiamato “Delegato Zero” - in¬ 
traprese una campagna parallela a quella dei can¬ 
didati presidenziali che aveva l’obiettivo di colloca¬ 
re nuovamente le rivendicazioni zapatiste al centro 
del dibattito politico. Il lungo viaggio attraverso il 
sud-est mostrò che nel Messico profondo persiste¬ 
vano l’abbandono e la terribile miseria dei popoli 
indigeni, nonostante la sbandierata transizione al 
“primo mondo” ed alla democrazia. Il contatto con 


la gente in “basso e a sinistra”, si circoscrisse però 
principalmente ai soliti gruppetti marxisti-leninisti 
i quali, più che inventare nuove forme di fare poli¬ 
tica, riproducevano alfinfinito le sciagure di quella 
vecchia. Alcuni inalberavano addirittura i ritratti di 
Stalin, come a significare la negazione di tutto ciò 
che l’EZLN era stato fino a quel momento. 

La carovana giunse a Città del Messico a fine aprile 
fra aspre polemiche suscitate dalla presenza di una 
scorta militare, allo scopo di “proteggere” i parteci¬ 
panti da eventuali attentati. Si interruppe tuttavia 
dopo i fatti di Ateneo, un sobborgo della capitale che il 
3 e il 4 maggio fu teatro di violentissimi scontri fra la 
polizia e militanti del Frente de los Pueblos en Deferi¬ 
sci de la Tierra che si opponevano alla costruzione de 
un aeroporto sulle loro terre comunali. A fine giugno, 
appariva chiaro che i risultati dell’iniziativa zapatista 
erano modesti: la contraddizione tra il discorso liber¬ 
tario del Delegato Zero e la sua pratica verticale ren¬ 
deva difficile trasmettere il messaggio libertario delle 
comunità in resistenza oltre i ristretti circoli militanti. 
In realtà, la nuova strategia - centrata sul recluta¬ 
mento e la cooptazione più che sul dialogo fraterno 
- sembrava riprendere i vecchi schemi della guerra 
popolare prolungata di stampo maoista. 

Il 2 luglio 2006, giorno delle elezioni, AMLO, il 
candidato della “sinistra” ottenne la maggioranza, 
però fu proclamato vincitore il candidato della de¬ 
stra, Felipe Calderón. Sabato 8, mezzo milione di 
persone invase il centro di Città del Messico per pro¬ 
testare contro la frode e una settimana dopo la ci¬ 
fra era triplicata. Cominciava un grande movimento 
di massa che nei mesi successivi avrebbe occupato 
lo scenario principale delle lotte sociali in Messico. 
Commettendo un grave errore, gli zapatisti si asten¬ 
nero dal parteciparvi concentrandosi, senza succes¬ 
so, nella campagna per la liberazione dei prigionieri 
di Ateneo (il loro leader, Ignacio del Valle, fu liberato 
solo nel 2010). In dicembre 2008, si celebrò a Città 
del Messico il primo di una serie di festival chiamati 
La digna rabia che non riuscirono a ricreare l’atmo¬ 
sfera elettrizzante della tappa precedente. In segui¬ 
to, gli scritti di Marcos si fecero più rari, dando l’im¬ 
pressione che le comunità ribelli avessero deciso di 
gestire direttamente i rapporti con il mondo esterno, 
decisione che parve saggia a molti, compreso l’auto¬ 
re di queste righe. 

Corruzione, femminicidi, 
crisi economica... 

Il 2012, anno elettorale, fu teatro di una nuova e 
altrettanto clamorosa frode ai danni di Lopez Obra- 
dor. Il Messico, come l’Italia della prima repubblica 
era una democrazia bloccata e, dopo 12 anni di go¬ 
verni del PAN, tornava al potere il vecchio PRI con la 
presidenza di Enrique Pena Nieto. A Città del Messi- 
co e nel resto del paese, vi furono grandi manifesta¬ 
zioni incitate dal vigoroso movimento studentesco 
chiamato YoSoy#132, però gli zapatisti si mantenne¬ 
ro muti. È vero che non ripeterono gli errori del 2006 


- fare campagna contro il candidato dell’opposizione 
-, però pochi compresero le ragioni di quel silenzio 
che si faceva sempre più assordante. Da parte sua, 
Marcos lanciò una nuova serie di comunicati, dove 
annunciava “il crollo del vostro mondo” e la “rinasci¬ 
ta del nostro”. In un paese straziato dalla miseria e 
da un’assurda guerra contro il narcotraffico che ha 
fatto decine di migliaia di morti (la cifra esatta non 
si saprà mai), il messaggio era poco credibile, ma 
denotava la volontà degli zapatisti di continuare ad 
essere protagonisti sullo scenario del mondo politico 
contemporaneo. 

A partire dal governo Pena Nieto, la situazione del 
Messico è precipitata spaventosamente. Le vittime 
della sporca guerra (ufficialmente circa 50 mila, più 
del doppio secondo stime indipendenti), i femmini¬ 
cidi, la severa crisi economica, gli scandali di cor¬ 
ruzione, la mercificazione dell’educazione (Pena dice 
di volerla... quotare in borsa!), il saccheggio delle ri¬ 
sorse naturali (gli idrocarburi in primo luogo, pero 
anche acqua, biodiversità, e la ricchezza minerale...) 
e, soprattutto, la strage degli studenti di Ayotzina- 
pa a Iguala, nel Guerrero (26 settembre 2014: sei 
morti, 43 desaparecidos ed un numero non preci¬ 
sato di feriti), stanno mostrando la fragilità di un 
regime la cui credibilità si fondava in gran parte sui 
volti telegenici del presidente e di sua moglie, l’attri¬ 
ce Angelica Rivera. Di fronte a ciò, gli zapatisti han¬ 
no attivato varie iniziative di appoggio ai genitori dei 
desaparecidos, aprendo così una nuova tappa della 
loro storia, una tappa più attenta agli sviluppi della 
società messicana. 

A oltre vent’anni da quel fatidico primo gennaio, il 
bilancio della ribellione resta, in gran parte, positivo 
malgrado gli innegabili errori commessi dalla diri¬ 
genza dell’EZLN. In primo luogo, gli zapatisti hanno 
messo sul tavolo della discussione la questione indi¬ 
gena. Grazie a loro, il Messico è cambiato: non solo 
hanno denunciato le inaudite condizioni di emargi¬ 
nazione nelle quali vivono i popoli originari, ma han¬ 
no anche posto l’accento sul contributo che possono 
dare ai grandi problemi del mondo attuale, special- 
mente nell’ambito dell’ecologia e della ricostruzione 
sociale. Se essere indio oggi significa qualcosa di 
molto differente all’epoca anteriore al ‘94, il merito è 
soprattutto degli zapatisti. Ma vi è di più. Essi hanno 
impresso una nuova forza alla lotta per le autonomie 
indigene; hanno forgiato rapporti umani basati sulla 
cooperazione, la gratuità e il mutuo appoggio e, cosa 
non minore, nei territori da loro controllati, sono ri¬ 
usciti a neutralizzare le politiche sociali controinsur¬ 
rezionali del governo messicano. 

È vero anche che, nonostante numerosi tentativi, 
non sono riusciti a costruire un movimento della por¬ 
tata di quello boliviano o dell’ecuadoriano e neppure 
un polo antagonista paragonabile a quello dei Sem 
terra in Brasile, però continuano ad essere un esem¬ 
pio di resistenza e di lotta nel mondo intero. Grazie 
agli zapatisti, il movimento indigeno continentale si 
è rinnovato profondamente e i comuni autonomi che 
sono sorti in differenti regioni del Messico - e che 


tuttora persistono - hanno tratto ispirazione dalla 
loro esperienza. 

Oggi gli zapatisti si mantengono, in primo luogo, 
come contropotere locale e, nonostante due decen¬ 
ni di militarizzazione e guerra civile, continuano ad 
essere un importante laboratorio di critica sociale 
che merita le simpatie e la solidarietà di quanti ten¬ 
gono in considerazione i destini nel mondo. Come 
nel passato, resistono. Un loro anonimo esponente 
ha dichiarato recentemente: “la resistenza è il luogo 
dove noi facciamo quello che vogliamo, senza chie¬ 
dere il permesso a nessuno. Per questo diciamo che 
vi sono molte resistenze. Noi non abbiamo un orario 
per la resistenza e nemmeno un calendario definito. 
La resistenza non ha fine perché, possono ucciderci, 
ma la nostra parola rimane. La parola è immortale”. 


Alcuni muoiono di malattie curabili come la picco¬ 
la, grande comandanta Ramona; altri sono torturati 
e incarcerati, come Alberto Patishtan - maestro di 
scuola che si è fatto tredici anni di galera, falsamen¬ 
te accusato di omicidio - però la Selva Lacandona 
non è più solo un luogo di sofferenza e abbandono. 
Con i tutti i suoi paradossi e le sue ambiguità, la 
rivoluzione zapatista ha portato alla superficie l’ur¬ 
genza di liberare le energie creative non solo dei po¬ 
poli indigeni, ma anche dei molti mondi negati dalla 
società in cui viviamo. Ha messo in moto il primo 
assalto organizzato e cosciente contro l’ordine neoli¬ 
berista e i suoi epigoni. Ha creato incontri, rapporti, 
legami, opportunità. Non è poco. 

Claudio Albertani 


Bollettino deirArchivio Pinelli / n. 45 


Editoriale 

Cose nostre 

A proposito del 25 aprile, 
settantanni dopo 
a cura di David Bernardini 
Un saluto riconoscente a chi ha 
percorso con noi un pezzo di strada 
Un chiarimento dovuto 

Tesi e ricerche 

Quando graffia il gatto nero 
di Elisa Iscandri 
Carte ritrovate 
di Roberto Carocci 

Memoria storica 

Frammenti dall’esilio 
a cura di David Bernardini 
BIOGRAFIE 

È morto Federico, un militante 


della rivoluzione spagnola 
a cura di Claudio Verna 
Liber Forti 

a cura di Gaia Raimondi 
Le (mie) tre identità 
di Judith Malina 
David Koven 
a cura di Gaia Raimondi 

Storia per immagini 

Anarchia tra storia e arte, una 
mostra in Ticino 

Anarchivi 

Gilbert Roth 

a cura dei suoi compagni di strada 

La rete 

Note sull’incontro anarchico di 
Tunisi 

di Fred - FA - secrétariat IFA 



Meeting 
anarchico a 
San Francisco 
di Andrew 
Hoyt 

Album di 
famiglia 

Sul balcone di Giovanna 

Varie ed eventuali 

Quando incontrai la “banda” di 
Charlie Hebdo 
di Luciano Lanza 
A Contretemps chiude... 

...e Fifth Estate invece festeggia 50 
anni di editoria radicale 

Cover story 

Fritz Scherer 
di David Bernardini 


Redazione: il collettivo del Centro studi libertari/Archivio Giuseppe Pinelli 
Impaginazione: Abi 

Ricerca iconografica: Roberto Gimmi, Gianfranco Aresi 

In copertina: Fritz Scherer, anarchico tedesco, in uno scatto dell’agosto 1974; vedi la sua biografìa in Cover Story 
Quarta di copertina: Milano, 1968: Cesare Vurchio (1931-2015) con Giuseppe Pinelli (1928-1969) 

1/2015 

Centro Studi Libertari / Archivio Giuseppe Pinelli - via Jean Jaurès 9, 20125 Milano - tei. 02 87 39 33 82 
orario di apertura 10:00-18:00 dei giorni feriali - orario di consultazione 14:00-18:00 - su appuntamento 
e-mail: archivio@archiviopinelli.it - web: http://www.archiviopinelli.it 
c/c postale n. 14039200 intestato a Centro studi libertari, Milano 
tutti i numeri precedenti sono liberamente scaricabili dal sito 

stampato e distribuito da: 

elèuthera editrice - via Jean Jaurès 9-20125 Milano 









(^.Avvisi 

Lisbona. La BOESG (Bi¬ 
blioteca degli operai e impie¬ 
gati della Società Generale 
di Navigazione - SGN) è una 
vecchia biblioteca operaia 
fondata nel 1947 a Lisbona. 
Il suo obiettivo era promuo¬ 
vere la lettura e la cultura 
tra gli operai e gli impiegati 
della SGN. Dopo la cadu¬ 
ta del fascismo il 24 aprile 
1974, diversi fattori, tra cui 
la fine della SGN, la morte o 
l'invecchiamento dei membri 
fondatori della biblioteca e la 
nuova realtà sociale, ne han¬ 
no diminuito l'attività. 

Gli anni Novanta hanno vi¬ 
sto l'arrivo di membri stranieri 
della SGN, ma la biblioteca 
rimaneva un semplice locale 
di incontro. La BOESG rina¬ 
sce nel 2010 con un nuovo 
progetto che si fonda su una 
base d'archivio di circa sei¬ 
mila titoli quasi interamente 
catalogati e divisi in sezio¬ 
ni; l'acronimo BOESG si 
è trasformato in Biblioteca 
Observatório dos Estragos 
da Sociedade Globalizada 
& dos Meios para os Supe¬ 
rar (Biblioteca Osservatorio 
delle Nocività della Società 
Globalizzata e dei Mezzi per 
Superarla). [...] 

Alla fine abbiamo trovato 
uno spazio, a Lisbona, nel 
quale sarà possibile realiz¬ 
zare diverse attività. Questo 
nuovo spazio è costituito da 
un negozio su strada e tre 
piani sotto terra ma con luce 
naturale, poiché di tratta di 
una corte interna. Vogliamo 
collocare la libreria nel nego¬ 
zio che affaccia sulla strada 


TAMTAM 

Comunicati 


e usare in maniera indipen¬ 
dente fra loro i tre piani per 
la biblioteca, una mensa so¬ 
ciale autogestita e una sala 
concerti. [...] 

Facciamo appello alla so¬ 
lidarietà di quelli e quelle che 
ci conoscono e che simpa¬ 
tizzano per il nostro progetto 
chiedendo di effettuare una 
donazione sul conto banca¬ 
rio indicato qui sotto: 

Banca: Caixa Geral de 
Depósitos 

IBAN: PT50003500270 
004933513229 

BICSWIFT: CGDIPTPL 

Per contatti e informazioni: 
www.boesg.blogspot.it 
Facebook: Biblioteca BOESG 

(^Editoria 

Percussioni. È pronta la 
ri-edizione rivista, corretta, 
ed aggiornata al capriccio 
del momento del libroide ma¬ 
nufatto Del Rumoroso Auto¬ 
didatta. Trattato di batterismo 
creativo (formato tascabile, 
pp. 80. Testo e disegni di 
Federico Zenoni). Una sorta 
di manuale di autodidattica 
della percussione. 



Per coloro che non inten¬ 
dono immolare la loro crea¬ 
tività alla rendita monetaria 
e decidono perciò di essere 
autodidatti, non mancano uti¬ 
li suggerimenti. 

Per richieste: 
casa ed. Libera e Senza Impegni, 
via del Mare 73, 20142, Milano; 
€ 5,00 oppure € 10,00 compreso 

11 libro da taschino "Batterista in 

12 mosse ". Oppure baratto con 

vostra autoproduzione. 
www.senzaimpegni.altervista.org 

Individualismo. È stato 
recentemente pubblicato per 
i tipi di Les Milieux Libres Edi¬ 
zioni Riflessioni sull'indivi¬ 
dualismo. Sapere-Volere-Po¬ 
tere di Manuel Devaldès (So- 
azza/GR - Svizzera, 2015, 
pp. 48, € 6,00). Dalla quarta 
di copertina: "Cos’è la socie¬ 
tà se non la risultante di un 
insieme di individui? Come 
può la società avere un inte¬ 
resse (e perché non anche 
degli appetiti, dei sentimenti, 
eco.)? E se potesse avere un 
interesse, come questo po¬ 
trebbe essere superiore e an¬ 
tagonistico all’interesse degli 
individui che la compongono, 
se sono liberi? [...] 

Non possiamo noi, indi¬ 
vidui, sostituire lo Stato con 
le nostre libere associazioni? 
Alla legge generale, colletti¬ 
va, non possiamo sostituire 
le nostre convenzioni mutue, 
revocabili quando sono di 
intralcio al nostro benesse¬ 
re? Abbiamo bisogno delle 
patrie parcellizzate fatte dai 
nostri padroni, quando ne ab¬ 
biamo una più vasta: la Ter¬ 
ra? E così di seguito. Tante 
questioni che il libero esa¬ 
me dell’individualista risolve 


Mnnuri 


RIFLESSIONI 

SULL 1 INDIVIDUALISMO 

JÀPERE-VOLERE-POTEtìE 



giustamente a vantaggio 
dell’individuo". L'autore Ma¬ 
nuel Devaldès (pseudonimo 
di Ernest Lohy, Évreux 1875 
- Parigi 1956) fu uno degli 
individualisti libertari più noti 
della prima metà del XX se¬ 
colo. Collaborò a numerosi 
giornali anarchici e oltre alle 
sue Riflessioni sull’indivi¬ 
dualismo scrisse altre opere 
sull’antimilitarismo, pacifismo 
e neo-malthusianesimo. 

Contatti: 

Les Milieux Libres Edizioni 
Borgh, CH-6962 Soazza/GR 
(Svizzera) 

email: lml.edizioni@gmail.com 

Documentario. È di¬ 
sponibile il dvd II segno del 
Capro (sottotitolo: "Memoria 
dovuta a storie, persone e 
luoghi di anarchia in Italia"), 
un documentario di Fabiana 
Antonioli con musiche ori¬ 
ginali di Fabrizio Modonese 
Palumbo e Daniele Pagliero. 

Nella presentazione si 
legge, tra l'altro: "Una traccia 
che le lega tutte, seguita per 
tre anni, attraverso un pae¬ 
se che non conosce la sua 
storia. Da Gaetano Bresci a 


comunicati I 33 








Carrara, da Pino Pinelli alla 
Reggio Calabria dei moti, da 
un maestro del Cilento ad 
una biblioteca sarda, ad un 
film clandestino del 1927... 
Ridando valore ad un'idea, 
attraverso i racconti di chi 
quell'idea l'ha vissuta". 

Su "A" 399 (giugno 
2015) abbiamo pubblicato 
un testo, di Fabiana Antonio- 
li, di presentazione di questo 
documentario proiettato per 
la prima volta durante la Fe- 
stA400 svoltasi a Massenza- 
tico (Re) nell'ultimo weekend 
dello scorso giugno. 

Il dvd, della durata di circa 100 
minuti, può essere richiesto a: 

Filmika 

www.filmika.it 

Antropologia. Per i tipi 
di Elèuthera è stato recen¬ 
temente pubblicato il libro di 
Vincenzo Matera La scrittura 
etnografica (Milano, 2015, 
pp. 128, € 13,00). Che tipo 
di oggetto narrativo è un re¬ 
soconto etnografico? Quali 
sono le sue caratteristiche 
linguistiche ed epistemologi- 


vmcenzo matera 
la scrittura 
etnografica 

e <’iwtrciili4-kfir 
nftl» 41 «rwTT!fwlq|iftif 


© 

elèuthera 



che? Quale sapere trasmet¬ 
te? Il lavoro dell’etnografo, 
secondo una visione cano¬ 
nica, prevede tre fasi: la rac¬ 
colta dei dati sul campo, la 
loro elaborazione teorica, la 
scrittura. Per molto tempo l’a¬ 
spetto della scrittura è stato 
escluso dalla considerazione 
critica della prassi etnogra¬ 
fica, in base a una presunta 
neutralità del medium rispetto 
all’oggetto rappresentato. Ma 
la scrittura non è uno stru¬ 
mento neutro, anzi è impre¬ 
gnato di significati ideologici, 
politici e culturali. Partendo 
dall’ipotesi che il lavoro di 
scrittura di un etnografo impli¬ 
chi una particolare visione del 
mondo e della conoscenza, 
questo libro si interroga sulle 
relazioni fra strutturazione co¬ 
noscitiva, quindi produzione 
di sapere, formulazione lin¬ 
guistica, quindi produzione di 
testo, e realtà esterna, quindi 
riferimento al contesto empiri¬ 
co dell’etnografia. 

Per contatti: 

Elèuthera 

via Jean Jaures 9, 20125 Milano 
tei. 02 26 14 39 50 
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uscita la seconda edizione 
del volume di Giorgio Sac¬ 
chetti Carte di gabinetto. 
Gli anarchici italiani nelle 
fonti di polizia (1921-1991) 
(2015, Ragusa, pp. 300, € 
20,00). La prima edizione 
di questo libro, con il titolo 
Sovversivi agli atti. Gli anar¬ 
chici nelle carte del Ministe¬ 
ro dell'Interno era stata pub¬ 
blicata, sempre dalle Edizio¬ 
ni La Fiaccola, nel 2002. Il 
volume ripercorre le vicende 
anarchiche italiane dell'inte¬ 
ro secolo breve attraverso la 
particolarissima visuale del 
ministero dell'interno. Dallo 
studio dei documenti emer¬ 
ge una certa continuità nella 
prassi poliziesca, insieme ad 
una consolidata attitudine a 
creare figure stereotipate di 


Carte di gabinetto 

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"nemici oggettivi" e di "auto¬ 
ri di delitti possibili". 

Per richieste e pagamenti: 

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rocalcare in copertina (pp. 
160, € 13,00, con coperti¬ 
na rigida, calendario, piano 
mensile, piano settimanale, 
spazio per le note alla fine di 
ogni settimana, dati persona¬ 
li, numeri utili). Un breviario li¬ 
bertario contro l'acquiescen¬ 
za, l'ignavia e la stupidità in 
cui segnare gli appuntamenti 
che potrebbero rendere il 


2016 un anno memorabi¬ 
le e per scandire il nuovo 
anno con i suggerimenti e 
le riflessioni di Étienne de 
La Boétie, Marshall Sahlins, 
Albert Camus, Ursula K. Le 
Guin, Oscar Wilde, Fabrizio 
De André, Eduardo Galea- 
no, Michail Bakunin, Errico 
Malatesta, Pierre-Joseph 
Proudhon, Paul Goodman, 
Georges Bataille, Marga¬ 
ret Mead, Francisco Ferrer 
y Guardia, Lev Tolstoj, Max 
Stirner, Friedrich Nietzsche, 
Gustav Landauer, David 
Graeber, Colin Ward, Murray 
Bookchin, Paul Valéry, Emma 
Goldman e tanti altri. 

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anticipati con le modalità indicate nel primo interno di 
copertina di ogni numero di “A”. Oppure contrassegno, 
comunicandoci indirizzo e quantitativo: in questo caso, 
aggiungere fissi € 5,00. Per spedizioni all’estero, pren¬ 
dete contatto con noi, comunicandoci il quantitativo 
desiderato e il Paese di destinazione. 

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34 


comunicati 





















Senza 

confini 



Cuore nero 
(l’Africa 






Poco più di 11 milioni di abitanti, 1,3 milioni di chilometri quadrati, 
oltre 200 etnie, il Ciad ha una lunga storia di dittatura militare 
e di ingiustizia sociale. Ecco come lo descrive - da due 
punti di osservazione contrapposti - la nostra 
collaboratrice senza confini. 


senza confini 


35 






































Ciad, paese “sconosciuto”, definito da alcuni “cuore nero d’Africa”, 
dalle mille e una contraddizioni. Un paese storicamente politicamente 
instabile, con poco più di 11 milioni di abitanti per più di 200 gruppi etnici 
su un territorio enorme circondato da paesi in guerra. 

Negli anni si sono susseguiti colpi di stato, presidenti autoprocla¬ 
mati, ribellioni di gruppi di minoranza, battaglie cruente e repressioni. 
Ad oggi nel paese confluiscono molteplici aiuti umanitari e fondi (di ur¬ 
genza e di sviluppo) da parte di numerosissimi enti governativi e non 
governativi del mondo “occidentale”, ad esempio solo daH’UNHCR (Alto 
commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) vengono stanziati ogni 
anno più di 150 milioni di dollari per il suo intervento nel paese che acco¬ 
glie infatti sul suo territorio più di 500.000 rifugiati provenienti da diversi 
paesi africani (Sudan, Repubblica Centrafricana, Congo, ecc.). 

Inoltre dal 2003 il Ciad si unisce all’organizzazione dei paesi produt¬ 
tori di petrolio (OPEP). Nonostante questo resta uno dei paesi più poveri 
al mondo con un indice di sviluppo umano di 184/187 (HDI/2014). 

Dall’altra parte il Ciad ha un territorio fantastico dal punto di vista 
naturalistico e ambientale. Nel 2001 viene ritrovato lo scheletro dell’omi- 
nide più antico mai scoperto nella storia, chiamato “l’Uomo di Toumai” 
che si stima sia vissuto tra i 7 e i 6 milioni di anni fa. Nonostante la situa¬ 
zione sociopolitica dell’area, varie agenzie turistiche organizzano viaggi 
nel deserto supportati da scorte armate. 

Purtroppo all’instabilità politica si aggiunge l’instabilità e degrada¬ 
zione ambientale che può essere riassunta dall’emblematico caso del 
Lago Ciad, uno dei più importanti sistemi idrografici del continente afri¬ 
cano che ha visto ridursi la sua superficie del 90% in soli 40 anni e che 
rischia di scomparire a breve. 

V. D. P. 


36 I senza confini 


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senza confini 


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senza confini 


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senza confini 


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42 


senza confini 








































































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Lettera 

da New York 


testo e foto 

di Santo Barezini 


Uniti, ma divisi 


Hear me white brothers 

black brothers, hear me: 

I have hearcL thè words 

They set (...) to divide you: 

Dirty nigger, poor white trash, 

Brothers listen well to me: 

The same voice spoke them. 

(da: (( Speech”, Robert Hayden, 1939) 

L’iniziazione con la burocrazia made in USA l’ho 
avuta circa un anno fa, quando varcai la soglia del¬ 
la Social Security Administration, una tappa indi¬ 
spensabile per il nuovo arrivato. Alle 8 di mattina la 
sala d’attesa già cominciava a riempirsi e si avvertiva 
nell’aria una certa tensione. 

II massiccio poliziotto all’ingresso, con l’aria an¬ 
noiata di chi ha davanti a sé un’altra giornata senza 
storia, mi indirizzò con lo sguardo verso il distribu¬ 
tore di numeretti. Accanto stazionava una pila di 
moduli celestini. Un scritta in inglese e spagnolo re¬ 
citava: “mentre attendete il vostro turno compilate 
il formulario”. Così feci, ma quando giunsi alla do¬ 
manda numero 6 andai nel panico. 

6. Etnicità. Sei ispanico o latino? (risposta facolta¬ 
tiva). 

Si capisce. È già abbastanza complicato orientar¬ 
si in un paese nuovo, comprendere una burocrazia 
diversa da quella con cui sei cresciuto. Figuriamoci 
quando la domanda a cui devi rispondere è inusita¬ 
ta. In questi casi comincio a sudare, faccio fatica a 
ragionare. 

Ispanico o latino? Domanda elusiva. Lì per lì la 
differenza fra i due aggettivi mi sfuggiva. 

Forse sono latino, mi dissi con l’ansia crescente, 
in fondo parlo una lingua neolatina. Ma poi mi resi 
conto che la lingua non c’entrava. Chi aveva pre¬ 
disposto quel modulo pensava ai latinoamericani: 
sono loro i “latinos” di New York. Apposi la crocetta 
sul no. Ma la domanda mi aveva colpito. Un pugno 
allo stomaco. Che significato poteva avere “etnicità” 
in quel contesto? Mi trovavo lì per una procedura 
burocratica, mica per partecipare a uno studio so¬ 


ciologico. E perché l’unica alternativa riguardava la 
popolazione di lingua spagnola? Perché un cileno o 
un messicano dovevano indicare la propria presunta 
“etnicità” mentre un danese o un italiano ne erano 
esentati? Mistero. 

In altri paesi dove ho vissuto la domanda di rito 
normalmente riguardava la lingua madre o quella 
parlata fra le mura domestiche. Una domanda pu¬ 
lita, facile, apparentemente priva di implicazioni 
negative, pensata magari per conoscere il retroterra 
culturale, aiutare i figli in un percorso di integrazio¬ 
ne scolastica. 

Perplesso, continuai a scorrere il modulo, mentre 
il bip dal cartellone luminoso segnalava 1’awicinarsi 
del mio turno. Ma la domanda successiva era un 
altro pugno allo stomaco. 

7; Razza. Selezionarne una o più di una (risposta 
facoltativa). 

Provai a stropicciarmi gli occhi e a rileggere la do¬ 
manda, ma non c’era da sbagliarsi, nel campo cele¬ 
stino le quattro lettere nere spiccavano inequivoca¬ 
bili: race, razza. Non cittadinanza, etnia, lingua, al 
limite colore della pelle. Ero incredulo. 

Ho passato tante frontiere, avuto varie residenze 
sulla Terra. Ho sorseggiato il té nelle tende dei be¬ 
duini in Cisgiordania, gustato l’hummus nei campi 
profughi in Libano e in Giordania, mangiato nelle 
baracche di fango e latta dei pobladores cileni. Ho 
percorso il corno d’Africa sconvolto dalla guerra e 
la Jugoslavia in fiamme. In tanti mi hanno chiesto 
chi fossi, cosa volessi, quali fossero la nazionalità, la 
lingua, la professione, lo scopo. Mille volte ho dovuto 
mostrare i documenti, rispondere alle domande di 
dubbiosi doganieri alle frontiere e minacciosi militari 
ai checkpoint. Ma anche nei luoghi più drammatici 
nessuno mi ha chiesto mai di che razza fossi. 

Mi è capitato solo qui, nel paese del politicamente 
corretto e delle affermative actions, il luogo dove ogni 
parola viene soppesata, dove un editore ha cambia¬ 
to persino il testo originale dell’Huckleberiy Finn di 
Mark Twain affinché la parola nigger, la parola che è 
anatema e non può più essere pronunciata in pub¬ 
blico, scomparisse anche dalle pagine di un capola¬ 
voro, e i giovani non avessero occasione di incontrar¬ 
la nelle letture scolastiche. 

Questo paese ha eletto un presidente dalla pelle 
nera (l’uomo più potente del mondo) e mi ero illuso 



che avesse così sconfìtto una volta per tutte i mostri 
del passato. Ma quel passato l’ho subito incontra¬ 
to, nei moduli di un’assurda burocrazia che ancora 
oggi ti chiede di che razza sei. Se la civiltà si misura 
anche dalle parole, preferirei che i giovani potessero 
leggere e capire il testo originale di Twain, ma non 
crescessero ritenendo normale che Tamministrazio- 
ne pubblica divida e conti i suoi cittadini secondo un 
astruso concetto razziale. 

Comunque il modulo, implacabile, mi stava da¬ 
vanti. Dovevo compilarlo. 

Avrei dovuto avere la lucidità e il coraggio di Albert 
Einstein che amava, sì, gli Stati Uniti, ma conside¬ 
rava il razzismo la loro piaga storica e alla domanda 
sulla razza di appartenenza rispondeva invariabil¬ 
mente: “umana”. Ma il formulario, a risposta multi¬ 
pla, non prevedeva questa possibilità. Le alternative, 
anzi, viravano sull’assurdo: 

nativo delle Hawaii, nativo dell’Alaska, asiatico, 
indiano americano, nero/afro-americano, altro isola¬ 
no del Pacifico, bianco. 

Strano miscuglio, senza capo né coda e senza sen¬ 
so apparente. Secondo quel bizzarro elenco un ben¬ 
galese, un uzbeko e un cinese ricadono tutti nella 
“razza” asiatica; maliani, angolani, etiopi, neri ame¬ 
ricani, aborigeni australiani, a dispetto delle enormi 
differenze culturali e linguistiche, sono classificati 
secondo il colore della pelle in un unico gruppo raz¬ 
ziale. Gli indigeni delle Fiji o di Samoa non sono con¬ 
teggiati assieme a quelli delle Hawaii, pur essendo 
tutti isolani del Pacifico. I circa 100.000 individui 
che costituiscono la minuscola popolazione indigena 
dell’Alaska hanno il dubbio privilegio di un campo 
tutto per conto loro mentre apache, sioux, navajo, 
mohawk, arapaho, spokane e via dicendo sono tutti, 
genericamente: “indiani americani”. E tutti gli euro¬ 
pei, i canadesi, gli australiani, i neozelandesi e ov¬ 
viamente gli americani di pelle più o meno chiara 
sono accomunati sotto un’unica “razza” bianca che 
non credevo esistesse. 

La risposta è facoltativa, c’è scritto. Sì, ma provate 


voi a trovarvi a vivere in un paese nuovo, entrare in 
un ufficio dove devono rilasciarvi un tesserino indi¬ 
spensabile per lavorare, aprire un conto in banca o 
firmare un contratto di affitto. Provate ad essere mi¬ 
granti alle prese con la burocrazia di un luogo cono¬ 
sciuto solo dai film, intimiditi dagli impiegati severi 
dietro agli sportelli, confusi in una folla di facce pre¬ 
occupate, guardati a vista dal poliziotto che sembra 
uscito da un telefilm, grasso nella sua divisa blu, col 
distintivo sul petto e le manette che pendono dalla 
cintura accanto alla minacciosa pistola a tamburo. 
Provate a immaginarvi impauriti dalla possibilità di 
un rifiuto, dalla prospettiva di dover rifare i bagagli 
e andarsene. Decidete voi cosa avreste fatto. Io quel 
giorno misi la mia crocetta sulla casella che indicava 
la razza bianca, terminai in fretta di compilare il for¬ 
mulario e, quando finalmente apparve il mio numero 
sul tabellone luminoso, mi avviai preoccupato allo 
sportello. 

Esseri estranei 

Quando, poco dopo, guadagnai la strada, l’aria 
fresca di una bella mattina autunnale mi rasserenò 
un poco e cercai di riflettere sull’episodio, arrabbiato 
con me stesso e meditabondo. Forse proprio in quel 
momento cominciai a pormi la domanda che mi di¬ 
vora da un anno: “Che ci faccio, io, qui?”. Perché ho 
vissuto in luoghi dove mi sono sentito a casa e altri 
che mi hanno fatto sentire straniero ma per la prima 
volta mi sono sentito davvero estraneo. 

È di quegli stessi giorni un altro episodio che mi 
capita di raccontare, confrontandolo con la vicenda 
del formulario, per evidenziare le strane contraddi¬ 
zioni di questo paese. 

Nella difficile ricerca della casa capitammo a 
Washington Heights, un quartieraccio a nord di 
Manhattan, con strade anonime fiancheggiate da 
palazzi senz’anima. Percorrendo quei marciapiedi ci 
si sentiva improvvisamente trasportati in un altro 
mondo, come se non fosse più New York ma il bar¬ 
rio di una metropoli a sud del Rio Grande. Si span¬ 
deva nell’aria densa il profumo delle tortillas, dalle 



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44 


New York 



radio dei venditori ambulanti eruttavano ritmi latini 
e ovunque si sentiva parlare spagnolo, in un allegro 
miscuglio di accenti. 

Ci accompagnava una giovane texana, lei stessa 
mezza messicana, un’agente immobiliare che per 
poter vivere e lavorare a New York doveva aver cura¬ 
to il suo accento, che aveva perso le asprezze a denti 
stretti del Texas. 

Le chiesi se il quartiere fosse abitato in prevalenza 
da latinoamericani. Rispose che non poteva darmi 
quell’informazione: nella sua professione era vietato 
fare riferimenti di tipo etnico o razziale, a rischio di 
perdere la licenza. La guardai incredulo, la mia do¬ 
manda era di genuino interesse, ma lei fu irremovi¬ 
bile, non intendeva rischiare il posto di lavoro. 

Un male da estirpare 

Aveva ragione Einstein: la questione razziale at¬ 
traversa tutta la storia degli Stati Uniti come un 
male diffìcile da estirpare. Un virus che si nascon¬ 
de nelle pieghe della società, muta, resiste al tempo 
e alle cure, si riaffaccia di frequente e miete le sue 
vittime. 

Basti pensare che alla fine del 2014 si contava¬ 
no 930 gruppi fondati sui principi della “supremazia 
bianca” 1 , con un aumento esponenziale registrato a 
partire dall’arrivo di Obama alla Casa Bianca. Alcuni 
di questi gruppi si ispirano al tristemente famoso Ku 
Klux Klan, con circa 15.000 membri. La scrittrice 
nera Toni Morrison sostiene infatti che l’elezione di 
Obama ha peggiorato le cose per la comunità afro- 
americana, per la reazione di un’inferocita minoran¬ 
za bianca che non vuole essere governata da un pre¬ 
sidente nero. 

La storia americana ci rimanda quest’immagine in 
chiaroscuro: dalla corte suprema che nel 1896 giu¬ 
dicò costituzionale il segregazionismo, ai giudici che 
negli anni 70 del novecento imponevano il “busing” 2 
per desegregare le scuole; dal fenomeno del “White 
flight” 3 degli anni ottanta ai tentativi del Texas di 
aggirare le norme istituendo scuole “integrate” ma 
destinate alle sole minoranze. 

Ancora oggi per chiedere una “licenza matrimo¬ 
niale” in Alabama e in altri stati i futuri sposi devo¬ 
no dichiarare la propria “razza” e la risposta non è 
facoltativa. La razza è spesso indicata nei certificati 
di stato civile e, se nelle scuole è vietato utilizzare 
un linguaggio che possa in qualche modo agitare le 
acque delle differenze razziali, sulle guide ufficiali, 
per ogni scuola, accanto al programma di studi, è 
indicata sempre anche la composizione etnica degli 
studenti che la frequentano. 

Dal medico, dal dentista, dal ginecologo, nelle car¬ 
telle cliniche lo spazio per indicare la razza del pa¬ 
ziente non manca mai. 

L’elenco potrebbe continuare. E pensare che que¬ 
sto è il melting pot. Tutti insieme, ma tutti divisi. 
Bisogna decidere a quale gruppo si appartiene. 

A volte mi pare di essere il solo a trovare tutto 
questo angoscioso e mi assale lo sconforto. La gente 


che incontro, i colleghi al lavoro, trovano normale 
questo sistema, non si fanno domande. Sono assue¬ 
fatti, abituati a pensare la società in termini di razza 
e colore della pelle. 

“Se vai a vivere in quella zona sarai in minoranza 
nel quartiere”, mi disse uno che voleva consigliarmi 
nella ricerca della casa, “ma se hai abbastanza da 
spendere non sarai una minoranza nell’edificio dove 
abiterai”. Lo guardai attonito. 

“Sono il nero con la posizione più elevata nella mia 
azienda”, sentii dire da un tizio in una conversazione 
fra amici captata al ristorante, “in tutto ci saranno 
tre neri che hanno raggiunto la mia posizione”. Non 
nascondeva l’orgoglio. Si capiva che, essendo nero, 
più in alto di così non sarebbe potuto arrivare. Ri¬ 
masi allibito. 

“Una realtà così complessa, con gente di tante 
culture e religioni, deve essere tenuta sotto control¬ 
lo”, mi disse una collega, “altrimenti diventa ingover¬ 
nabile”. La guardai, incerto su come rispondere. Il 
melting pot è una ricchezza o un problema? 

Un’amica del Michigan, brillante antropoioga e 
linguista, bianca, avulsa da qualsiasi sospetto di 
razzismo, mi spiega che questo sistema è necessa¬ 
rio perché con una storia segnata dal pregiudizio, 
il sistema classificatorio consente di monitorare la 
situazione delle minoranze svantaggiate, verificare 
progressi e fallimenti di un percorso difficile e ac¬ 
cidentato verso una vera uguaglianza. Non riesce a 
convincermi. Il sistema era in vigore anche prima 
della desegregazione, serviva a dividere, perché oggi 
dovrebbe aiutare ad unire? 

Non riesco ad abituarmi, anche se, purtroppo, mi 
sono assuefatto e quando entro in uno studio medi¬ 
co non sussulto più quando arrivo alla casella in cui 
devo dichiarare la mia razza. Forse l’assuefazione è 
il primo passo. 

Davanti a un piatto di cous-cous profumato di 
menta e cumino ho chiesto ad un vicino di casa al¬ 
gerino anzi, berbero, anche lui da poco negli USA, 
che casella avesse barrato lui quando si è trovato 
davanti il formulario del Social Security. Mi ha con¬ 
fidato sornione di aver messo la crocetta su white. 
“Sono andato per esclusione”, ha concluso con una 
gran risata. Meno male, ho pensato. In questa follia 
posso sentirmi un po’ berbero anch’io. 

Santo Barezini 


1 “White Supremacism”: una forma di razzismo basata sulla con¬ 
vinzione che, possedendo i bianchi determinate caratteristiche 
superiori, dovrebbero imporre il loro dominio sulla popolazione 
non bianca. 

2 “Busing”: istituzione di trasporti obbligatori per studenti forzata- 
mente assegnati a scuole anche lontane dalla zona di residenza, 
al fine di accelerare l’integrazione. Una pratica ancora in uso in 
alcune zone, origine di ricorsi, contestazioni e proteste anche 
violente. 

3 Negli anni ottanta del novecento un vasto numero di famiglie 
bianche migrò da zone miste a zone etnicamente più omogenee, 
per sfuggire a istituzioni quali il “busing”. 



la buona stampa 


di Marco Giusfredi 



46 I la buona stampa 









Catalogna 


25 anni c©n 

S.actxQ' Contrabanda 

di Steven Forti / foto archivio di Radio Contrabanda 


La storica radio libera di Barcellona compie a gennaio un quarto di secolo, 
dando voce alla gente di una città sempre in cambiamento. 

25 anni nelle strade, tra chi lotta e chi resiste. 

25 anni (r)esistendo in un vecchio appartamento affacciato sulla 

centralissima Plaga Reial. 



della Barcellona gentrifìcata e presa 
d’assalto da orde di persone a cui 
hanno venduto il mito del Barga, 
di Gaudi e di Mirò e, logicamente, 
del trittico sempre vincente di sole, 
mare ejìesta. Contrabanda FM li 
guarda da lassù da ormai 25 anni. 
Un quarto di secolo. 

Quando in quel vecchio ap¬ 
partamento, che era stato già 
sede di altre associazioni atti¬ 
ve nel sociale, si ebbe l’idea di 
creare Contrabanda FM molte 
cose erano diverse. Plaga Reial era 
un’altra, come Barcellona. Di turisti 

se ne vedevano 
pochi e oltre 
agli storici locali 
come il Jamboree, il 
Karma, il Glaciar e 


I tanti, troppi turisti che 
passeggiano ogni gior¬ 
no per le Ramblas e 
che gironzolano tra il Carrer 
Ferran e l’affollatissima Plaga 
Reial, coi suoi bar e i suoi locali 
notturni, ci passano proprio sot¬ 
to, ma non se ne rendono conto. 

Non sanno nemmeno della sua 
esistenza. Non possono saperlo. 

Radio Contrabanda è abbarbi¬ 
cata lassù, nell’ultimo piano di 
uno dei palazzi che formano la 
Plaga Reial. La sede della storica 
radio libera barcellonese, l’ultima 
voce libre del centro storico di una città 
invasa ogni anno da oltre dieci 
milioni di turisti, si affaccia 
proprio sulla piazza che si 
è convertita nel simbolo 




Sopra: Contrabanda in strada. 

Una “storica” emissione dei primi anni Duemila. 


Sotto: Alle Feste popolari del Raval nel luglio di quest’anno. 
L’intervistato è Inaki del Lokal, storica libreria libertaria del 
centro di Barcellona. 

il Pipa Club, rifugio di musicisti, bohémien, 
alcolizzati e sognatori, era la fauna urbana 
la protagonista della piazza. Gli hotel e i 
ristoranti di lusso erano l’eccezione in tutto 
il centro storico; in quella piazza e nei vicoli 
che la circondano non ve n’era nessuno. 

Parliamo della fine degli anni Ottanta: 
fu quello il momento in cui si tentarono le 
prime emissioni di una nuova radio libera. 
Sì, perché le radio libere non erano una no¬ 
vità a Barcellona. Le prime erano nate tra 
il 1978 e il 1980, sulla scia del movimento 
sorto in Italia e in Francia negli anni prece¬ 
denti. La pioniera fu Ona Lliure, figliastra 
di Radio Alice. Poi vennero La Campana de 
Grècia, Radio Farigola, Radio Gavina e Ra¬ 
dio Venus. Ma alla metà degli anni Ottanta 
tutte queste esperienze, per la dura poli¬ 
tica di repressione delle istituzioni statali, 


regionali e comunali e per un 
importante riflusso dei movi¬ 
menti dopo l’epoca dorata della 
transizione dalla dittatura fran¬ 
chista alla democrazia, si erano 
ormai concluse. Fu nella seconda 
metà del decennio, quando i movimenti 
sociali risorsero intorno alla campagna 
per l’uscita della Spagna dalla Nato e 
contro le riforme delle pensio¬ 
ni e del lavoro del governo di 
Felipe Gonzàlez, che presero 
vita nuovi progetti come Radio 
RSK, Radio Linea IV e Radio 
Bronka. E poi, appunto, anche 
Radio Contrabanda. A differenza 
delle altre, nate in quartieri peri¬ 
ferici della città, Contrabanda si 
installava proprio in pieno centro. 
In mezzo a mille difficoltà, non solo 
tecniche, si riuscì poco a poco a im¬ 
bastire un primo studio, a installare 
l’antenna, a consolidare un gruppo 
di persone che potessero dare continuità 
alle emissioni e far funzionare la radio. Ci 
vollero un paio d’anni: pochi erano pratici 
di cavi, mixer, microfoni e antenne, nessu¬ 
no aveva i soldi per poter comprare le at¬ 
trezzature. La data di nascita “ufficiale” può 
infatti considerarsi il periodo tra dicembre 
del 1990 e gennaio del 1991: fu allora che si 
diede continuità alle trasmissioni e si occu¬ 
pò stabilmente la frequenza dei 91.0 dell’a¬ 
rea metropolitana barcellonese. Non fu fa¬ 
cile. E non solo per la mano dura sempre 
dimostrata dalle istituzioni nei confronti 
del movimento delle radio libere, ma anche 
per il momento storico in cui Contraban¬ 
da FM iniziava a muovere i primi passi. Il 
1991 fu l’ultimo anno di una Barcellona 
che stava scomparendo. Nel 1992 si tenne¬ 
ro le Olimpiadi e la città, governata allora 
dal socialista Pasqual Maragall, si stava ti- 


48 Catalogna 



rando a lucido. Stava cambiando pelle. Le 
grandi riforme urbanistiche che rimodella¬ 
rono il “malfamato” Port Veli, la costruzione 
delle spiaggie artificiali della Barceloneta 
e del Port Olimpie, la trasformazione del 
Montjuic e un larghissimo eccetera. Barcel¬ 
lona doveva ripulirsi e doveva smettere di 
“dare le spalle al mare”, come si era soliti 
dire. La città, finalmente, doveva aprirsi al 
suo Mediterraneo. E anche ai turisti. Una 
radio libera installata proprio nel bel mezzo 
delle Ramblas quando la città si presentava 
al pubblico internazionale non poteva che 
risultare scomoda. 

Ma le difficoltà erano molte, come raccon¬ 
ta Ernesto “Che” Majara, un membro stori¬ 
co della radio, nello scritto che presentia¬ 
mo in queste pagine. Come, d’altronde, per 
tutte le radio libere. Non solo a Barcellona. 
Ma in ogni latitudine dell’Europa: da Bolo¬ 
gna a Copenaghen, da Atene a Lisbona, da 
Palermo a Belfast. Non è una storia nuova: 
gli immancabili e persistenti problemi tec¬ 
nici, le discussioni e i contrasti all’interno 
del collettivo, la voglia di fare e le difficoltà 
di poter fare tutto quello che si vorrebbe, 
quando tutto si basa sul lavoro volontario... 
Problemi presenti non solo nel primo perio¬ 
do di esistenza della radio, ma persi¬ 
stenti, con i suoi alti e i suoi bassi, 
in tutti questi 25 anni. E così, all’ini¬ 
zio degli anni Duemila, Contrabanda 
FM è stata “rifondata”. Politicamente 
ha preso un indirizzo più libertario e 
anarchico, la sua gestione è diven¬ 
tata completamente assembleare, il 
gruppo si è consolidato. Nel mezzo 
si è dovuto cambiare di frequenza 
(dai 91.0 ai 91.4 della FM), si sono 
persi pezzi e se ne sono ritrovati al¬ 
tri. Tutti, sempre, indispensabili. 

Sono decine e decine i programmi 
che sono andati in onda da quei 



Alcune informazioni 
pratiche 


Radio Contrabanda si può ascoltare sui 
91.4 FM nell’area metropolitana di Barcello¬ 
na e in streaming da tutto il mondo dalla web 
di Contrabanda FM (www.contrabanda.org ). 
Tutti i programmi dispongono inoltre di una 
pagina web dove si trovano i podcast di tutte le 
puntate. Contrabanda fa parte della rete delle 
radio libere spagnole (http://radioslibres.info) 
che conta con decine di emittenti libere dalla 
Catalogna alle Asturie, dai Paesi Baschi a Ma¬ 
drid, da Valencia all’Andalusia. 


vecchi microfoni, centinaia e centinaia le 
persone che hanno raccontato la propria 
storia, i propri progetti, le proprie lotte. E 
molte sono le lingue che si sono ascoltate 
e che si continuano ad ascoltare in quel 



Catalogna 49 





piccolo studio involontariamente vintage : 
il castigliano e il catalano, logicamente, ma 
anche il tedesco e l’italiano, con gli stori¬ 
ci programmi NiemancLslancL e Zibaldone, 
e, in passato, anche il francese e l’inglese. 
Una prova in più della realtà complessa di 
Barcellona, delle sue molte anime, delle sue 


molte stratificazioni, del suo melting pot che 
non è fatto, come si vorrebbe far credere, 
solo di turisti upper class e low cost, di stu¬ 
denti erasmus e di impresari che parteci¬ 
pano a grandi meeting dove circolano soldi 
e favori. 

Il legame con i movimenti sociali è sempre 





Zibaldone, 

un programma in italiano, non solo per italiani 


Nel novembre del 1997 nacque Zibaldone, un 
programma in lingua italiana, ideato e curato da 
Roberto Fenocchio, un professore di Alba che 
sbarcò sul litorale catalano alla fine degli anni 
Ottanta. Fu il primo programma radiofonico in 
italiano a Barcellona e in tutta la Spagna, quan¬ 
do ancora la comunità italiana non era numero¬ 
sa come ora. Al giorno d’oggi, infatti, ci sono circa 
50 mila italiani residenti, la seconda comunità 
straniera più grande tra quelle presenti a Barcel¬ 
lona. Roberto ha mantenuto vivo Zibaldone fino 
alla fine del 2010, quando mi ha passato il testi¬ 
mone. È da cinque anni ormai che 
conduco questa tra¬ 
smissione che si può 
ascoltare tutti i vener¬ 
dì pomeriggio dalle 18 
alle 20 sulle frequenze 
di Radio Contrabanda 
e grazie allo streaming 
e ai podcast (scaricabili 
da http://zibaldone.con- 
trabanda.org) in tutto il 
mondo, anche nel Belpae- 
se. Si parla di musica e ci¬ 
nema, teatro e letteratura, 
politica e attivismo sociale 
e di tanto, tanto altro. 


Ai microfoni di Zibaldone sono passate tante 
amiche e tanti amici: musicisti, artisti, attivisti, 
comici, scrittori, attori, giornalisti italiani resi¬ 
denti nel capoluogo catalano o di passaggio per 
un tour o semplicemente in vacanza. Ma non solo 
italiani: anche catalani, spagnoli, latinoamerica¬ 
ni, francesi, inglesi, sloveni... perché Zibaldone, 
come Radio Contrabanda, è un piccolo porto al 
quale approdare dopo un lungo viaggio, per ri¬ 
focillarsi e sentirsi a casa, qualunque lingua si 
parli e da dovunque si provenga. 

S.F. 


in studio con il giornalista greco Pavlos 
Nerantzis e il film-maker Antonio Marenco 


50 Catalogna 




stato stretto: dalle manifestazioni contro la 
guerra in Irak del 2002-2003 al movimento 
degli incLignados, passando per le lotte del 
movimento okupa, quelle dei centri socia¬ 
li, quelle contro la gentrifìcazione del cen¬ 
tro storico, quelle per le chiusure dei CIE 
e tantissime altre. Sempre dando voce ai 
più deboli, ai senza potere. Sempre tenendo 
lontane le bandiere - di un colore o di un 
altro - che cercano di avvolgere tutto e tut¬ 
ti, soprattutto di questi tempi. Sempre cer¬ 
cando di essere un luogo di incontro aper¬ 
to, dove le molte voci e le molte lingue non 
sono una barriera, ma, al contrario, un va¬ 
lore aggiunto. Sempre resistendo. Sempre 
esistendo. Perché esistere, di questi tempi, 
significa sempre più resistere. 

Steven Forti 

Una voce di 
Contrabanda 

Ernesto “Che” Majara del 
programma L’Assemblea de Majaras 
ci racconta la sua esperienza a 
Radio Contrabanda 

Aprile del 1997. Era un momento in cui 
la città sembrava risvegliarsi per i giova¬ 
ni. Iniziavano a crearsi spazi autonomi e 
correnti musicali: il movimento okupa, con 
sgomberi più o meno immediati (come nel 
caso del Cinema Princesa); le prime rave 
urbane e “rurali”; la nuova scena hardco¬ 
re; la nascita di feste alternative in alcuni 
quartieri, ecc. Per quanto riguardava in¬ 
vece i mezzi di comunicazione alternativa, 


sembrava che il periodo dorato fosse già 
passato. 

Eravamo tre ragazzi e decidemmo di pre¬ 
sentarci a Contrabanda FM per fare un 
programma. Era già da alcuni anni che 
ascoltavamo le radio libere della città, che 
all’epoca avevano ancora una certa riso¬ 
nanza tra i giovani, sebbene non ai livelli 
degli anni Ottanta e dei primi anni Novan¬ 
ta. Contrabanda era nata alcuni anni pri¬ 
ma, nel gennaio del 1991, in piena epoca 
pre-Olimpiadi, con tutta la “pulizia” che 
queste implicarono per la città di Barcel¬ 
lona. Ci raccontarono che la radio l’aveva¬ 
no creata con l’intenzione di arrivare a più 
persone rispetto alle altre radio libere esi¬ 
stenti e di agglutinare il più ampio spettro 
possibile dei movimenti sociali. E difatti a 
Contrabanda trovammo diversi collettivi 
rappresentati (femministe, antimilitaristi, 
LGTB, ecologisti, ecc.), anche se c’erano 
stati alcuni contrasti tra gruppi con posi¬ 
zioni ideologiche distinte. 

Il funzionamento era assembleare e ci si 
organizzava attraverso commissioni di lavo¬ 
ro in cui partecipavano la maggioranza dei 
membri dei programmi radiofonici. Però ci 
rendemmo conto che il collettivo era in cri¬ 
si e una delle ragioni era lo sforzo che si 
era fatto per l’occupazione della frequenza 
usata da Contrabanda all’epoca (91.0 del¬ 
la FM di Barcellona) da parte della COM, 
una radio creata dal comune socialista per 
contrarrestare la forza delle radio pubbliche 
della Generalitat di Catalogna, che erano 
controllate dalla destra al potere nella re¬ 
gione. Contrabanda si era così spostata sui 

91.3 FM nonostante le manifestazioni e le 
proteste al riguardo e, pochi mesi dopo, sui 

91.4 FM, frequenza che conserva tuttora, 
non senza qualche saltuario problema. 

Da allora, abbiamo visto passare molti 
programmi, molte persone più o meno im- 


Catalogna 51 




Ernesto “Che” Mqjara 


Sopra: Alle Feste popolari del Poble Sec 
nel luglio di quest’anno durante la mitica 
corsa di “macchine” auto-costruite. 

A destra: Nel mezzo del quartiere della 
Barceloneta, contro il grave processo 
di gentrificazione vissuto da questo 
quartiere della città. 


pegnate (la maggioranza, ad essere since¬ 
ri, poco) e abbiamo sofferto anche molte 
crisi. Una di quelle più dure fu all’inizio 
del millennio quando in un momento di 
bassa partecipazione e alcuni contra¬ 
sti interni una nevicata ci lasciò senza 
antenna. Si interruppero le emissioni per 
alcuni giorni e si approfittò per rifondare 
il collettivo. Ora, dal punto di vista teori¬ 
co la linea è molto più chiara. Siamo un 
mezzo non commerciale, autogestito e as¬ 
sembleare. Ossia, un mezzo che non 


emette nessun tipo di pubblicità, 
che si autofìnanzia e non riceve 
sovvenzioni e che funziona sem¬ 
pre, o almeno ci prova, in modo 
assembleare. 

Ci troviamo nello storico quartiere 
di Ciutat Velia, il che ha significato che ci 
siamo legati alle lotte di chi abita in questa 
zona della città che sta vivendo un grave 
processo di gentrificazione. Al punto ormai 
di compiere 25 anni, sopravviviamo e resi¬ 
stiamo nella giungla delle frequenze 
dell’area metropolitana di Barcellona 
e lo continueremo a fare con l’obietti¬ 
vo di arrivare sempre a più persone e 
di coordinarci anche con altre radio 
libere dello Stato spagnolo. 

Salut y contrabando! 


52 Catalogna 



1 


Rassegna 

libertaria 




Manifesti di pace 

per chiudere 
con la guerra 

I manifesti pacifisti occupano un po¬ 
sto speciale tra i molti strumenti usati 
per la promozione di una cultura di pace 
e per la protesta contro i vari aspetti di 
una subcultura di guerra e di violenza. I 
manifesti spesso attribuiscono un volto 
memorabile alle questioni sociali e poli¬ 
tiche e possono esprimere l’essenza di 
un messaggio tramite immagini forti. La 
gamma di metodi e movimenti che ope¬ 
rano in modalità nonviolenta per la pace 
e la giustizia sociale e solidale sono evi¬ 
denziati nella qualità artistica e creativa e 
nelle informazioni, mirate ad esprimere il 
concetto specifico, contenuto nei mani¬ 
festi. Questo libro (Manifesti racconta¬ 
no... Le molte vie per chiudere con la 
guerra, a cura di Vittorio Pallotti e Fran¬ 
cesco Pugliese, Grafiche Futura, Trento, 
2014, pp. 200, € 20,00) riporta una pic¬ 
cola selezione di manifesti che evidenzia 
alcuni dei temi e delle idee centrali delle 
azioni e delle iniziative di pace in Italia e 
nel mondo. Questa raccolta di manifesti 
per la pace è una piccola porzione del 
vasto e variegato arcipelago nonviolento 
e pacifista ed è solo una minima parte 
di tutti i manifesti che sono stati stam¬ 
pati. Il libro si propone anche di fornire 
ispirazione a coloro che, attualmente, nel 
nostro presente, e in rapporto alle prossi¬ 
me generazioni, si impegnano sulla vasta 
gamma di metodi, esperienze e iniziative 
possibili per creare un mondo di pace e 
attualizzare un’utopia concreta di giusti¬ 
zia sociale e solidale, di gestione non¬ 
violenta e pacifica di conflitti e contrasti, 
spaziando tra vasti temi e argomenti di 
sempre più schiacciante attualità. Il libro 
tratta di disarmo nucleare, dagli anni ‘50 
ad oggi, tramite le marce per la pace e 
l’obiezione di coscienza, fino a giunge¬ 
re ad una vasta panoramica e conside¬ 
razione dei diritti umani, delle difese al¬ 
ternative, del divario tra nord e sud del 


mondo, spaziando da schede descrittive 
sull’ONU e le costituzioni per la pace ad 
argomenti relativi all’ecologia e all’am- 
bientalismo ecopacifista. Educare alla 
pace - anche tramite i manifesti che rac¬ 
contano - significa trasmettere concetti 
di mondialità, di giustizia, di solidarietà, 
nel rispetto per l’altro, nell’educazione 
alla cooperazione e all’interdipendenza 
tra popoli, genti e minoranze, alla demo¬ 
crazia, alla responsabilità di tutti per tutti, 
alla risoluzione dialettica e nonviolenta di 
contrasti e conflitti. 

A questo proposito, gli autori citano 
nella bibliografia testi recenti e innova¬ 
tivi, tra cui “Il pensiero delle differen¬ 
ze. Dall’intercultura all’educazione alla 
pace" e “Il dialogo per la pace. Peda¬ 
gogia della Resistenza contro ogni raz¬ 
zismo" (Mimesis, 2015), maturati in am¬ 
biti intellettuali orientati alla nonviolenza, 
alla risoluzione dei conflitti e all’antifa¬ 
scismo, ossia al superamento di qualsi¬ 
asi forma dittatoriale e autoritaria della 
società. Grande rilievo meritano i capi¬ 
toli riguardanti l’educazione alla pace e 
relativi all’ecologia e aH’ambientalismo 
ecopacifista, in quanto “lottare contro la 
guerra significa lottare per l'ambiente". 
Infatti ormai si parla di biocidio e geo- 



cidio, perché è in atto una devastante 
guerra contro la natura e la terra. Per 
questi motivi è sempre più urgente pen¬ 
sare a nuovi modelli di sviluppo e stili 
di vita sobri e alternativi, con uno sfor¬ 
zo della ragione, un innovativo pensiero 
capace di interrogarsi sulla ricerca e lo 
studio delle potenzialità implicite e delle 
alternative possibili, perché progresso è 
tutto ciò che va in direzione della pace e 
della libertà ed è compatibile con la soli¬ 
darietà, l’equilibrio ecologico e l’armonia 
universale. La riconversione ecologica 
dell’economia è una necessità vitale 
per il pensiero ambientalista e pacifista, 
per una sobrietà creativa, perché dove 
è degradata la natura subentra anche il 
degrado dell’umanità, con l’ingiustizia, la 
violenza, la guerra, la morte. Il libro offre 
una ricca e dettagliata panoramica sui 
molti aspetti della pace e dei movimenti 
pacifisti, tramite saggi istruttivi e un’am¬ 
pia bibliografia contenente libri e articoli 
in italiano e in inglese. Molti di questi 
testi sono stati scritti da Francesco Pu¬ 
gliese - autore del notevole volume ric¬ 
camente illustrato dal titolo “Abbasso la 
guerra. Persone e movimenti per la pace 
daH’800 ad oggi" - e il materiale riguar¬ 
dante i manifesti è stato in gran parte 
prodotto da Vittorio Pallotti, realizzando 
così un felice risultato, il libro, nato dalla 
stretta collaborazione tra due esperti in 
ambiti intimamente correlati. Nella pre¬ 
fazione al libro, Peter Van Den Dungen, 
coordinatore generale della rete interna¬ 
zionale dei musei per la pace e Joyce 
Apsel, Università di New York, sottoline¬ 
ano che il 2014 è l’anno della comme¬ 
morazione del centesimo anniversario di 
una delle più devastanti guerre di tutti 
i tempi e che ha avuto un profondo ef¬ 
fetto nella storia umana e ha prodotto 
un’altra guerra catastrofica e, successi¬ 
vamente, la guerra fredda, con la minac¬ 
cia delle armi di distruzione di massa e 
dell’apocalisse nucleare. La chiave per 
un crescente movimento pacifista per il 
disarmo, ampiamente illustrato dai ma¬ 
nifesti per la pace, consiste nell’educare 


cultura 


53 







la società e le persone a trasformare in 
senso positivo le loro vite. Questo altro 
obiettivo deve realizzarsi tramite la ces¬ 
sazione della produzione della vendita 
di armi e la trasformazione della società 
verso la creazione di risorse che arric¬ 
chiscano l’esistenza mediante l’educa¬ 
zione, i programmi sociali, la creatività, i 
nuovi modelli di sviluppo ecosostenibile, 
improntati sulla riconversione ecologica 
e sull’utilizzo delle energie rinnovabili e 
delle risorse che l’ambiente offre natu¬ 
ralmente all’umanità, per chiudere defi¬ 
nitivamente con il nucleare civile e mi¬ 
litare, per affermare, con la forza della 
verità, la nostra obiezione e il dissenso 
alle guerre imperialiste, fomentate e 
manovrate dalle multinazionali, dalle 
superpotenze economiche e politiche, 
dai mercati dell’alta finanza e dai signori 
dell’atomo. 

Laura Tussi 


Municipalismo 
libertario e 
autogoverno/ 

Le proposte di 
Bookchin 

Pubblichiamo stralci della prefazio¬ 
ne di Salvo Vaccaro al libro di Murray 
Bookchin Democrazia diretta (Elèu- 
thera, 2015, pp. 104, € 12,00). 

Murray Bookchin (1921-2006) è 
stato uno dei pensatori radicali più 
influenti del XX secolo. Le sue idee, 
maturate nel corso di decenni in cui ha 
saputo intrecciare in maniera feconda 
attività politica militante e riflessione 
teorica, sono oggi diventate pratiche 
quotidiane diffuse in vari ambienti del 
pianeta, anche laddove nessuno ha mai 
letto un rigo dei suoi libri. 

La sua attività politica e sindacale 
nell'Immediato secondo dopoguerra ha 
consentito a Bookchin di comprendere 
dinamiche collettive cruciali per ogni 
progettualità politica, dandogli rifugio 
dalle astrattezze concettuali e dalle in¬ 
concludenze tentennanti tipiche di ogni 
intellettuale che voglia restare «puro» ri¬ 
spetto alle contaminazioni della politica 
quotidiana. In essa, Bookchin ha saputo 
progressivamente distanziarsi dalla sua 
origine marxista e trockista per avvici¬ 


narsi sempre più alla visione libertaria e 
anarchica sia del rapporto con il mondo, 
sia delle forme organizzative con cui atti¬ 
vare processi di trasformazione sociale, 
ancor prima che politica. 

In parallelo, la sua formazione da 
autodidatta gli ha permesso di costru¬ 
irsi una solida cultura filosofica, politica, 
sociologica, storica, antropologica, al 
passo con il consolidato teorico del¬ 
la seconda metà del secolo scorso. Il 
suo ancoraggio nella cultura dialettica 
hegelo-marxiana lo ha avvicinato ai teo¬ 
rici di quella che fu denominata Scuola 
di Francoforte, ponendosi come uno dei 
suoi epigoni più interessanti quanto più 
eccentrica fu la sua collocazione tanto 
verso i Francofortesi, quanto verso il 
marxismo politico di matrice teorica. 

I suoi lavori, ormai tradotti in tante 
lingue, spaziano dalla ricerca storica a 
quella antropologica, dalla ricostruzio¬ 
ne delle forme sociali di urbanizzazione 
(dalla polis alla metropoli passando per 
i comuni medievali) ai temi più pretta¬ 
mente politici di segno anarchico, sino 
alla recente raccolta di alcuni suoi te¬ 
sti dall’emblematico titolo The Next 
Revolution , curata dalla figlia Debbie 
insieme a Blair Taylor. L’opera sua più 
celebre è The Ecology of Freedom , 
in cui mette a frutto la sua intensa 
partecipazione ai movimenti ambien¬ 
tali, inaugurando tuttavia una torsione 
teorico-politica non indifferente, poiché 
Bookchin disloca il nesso tra uomo e 
natura, che rappresenta il focus di ogni 
critica ecologica al manifesto moderno 
stilato da Bacone, alla radice del rap¬ 
porto di dominio che pervade il rap¬ 
porto dell’uomo con l’altro uomo, con 
decenni di anticipo rispetto alle visioni 
divulgative di Vandana Shiva o di Na¬ 
omi Klein. La disponibilità, assoluta o 
conflittuale, con cui l’umanità tratta la 
natura si iscrive all’interno di una cor¬ 
nice più ampia in cui l’umano dispone 
dell’altro umano in senso prettamente 
politico, dando luogo a una specifica 
forma di vita che noi definiamo socie¬ 
tà. Ecco perché, secondo Bookchin, 
ogni tesi ecologista che reinterpreti e 
reinventi un rapporto tra uomo e na¬ 
tura, tanto nella concettualità quanto 
nella pratica, è profondamente sociale 
perché socialmente costruita. E tale 
costruzione sociale delinea il campo 
della politica non come arte del gover¬ 
nare assegnata alle varie istituzioni che 
si sono succedute nel corso dei secoli, 
bensì come modalità di organizzazione 


sociale volontariamente progettata e 
costruita nel concorso conflittuale di 
soggetti consapevoli e rischiarati nel 
dialogo permanente di ragioni, argo¬ 
mentazioni e obiezioni critiche. 

Il lavoro che viene qui riproposto - 
al di là di qualche sporadico passag¬ 
gio logorato dall’usura del tempo in 
frenetica accelerazione nel corso dei 
recenti, ultimi anni (ma basta sostituire 
i Griinen tedeschi, antesignani di tutti 
i vani tentativi di creare un partito-non- 
partito, con i greci di Syriza o con gli 
spagnoli di Podemos e la critica non 
muta di segno né fallisce il bersaglio, in 
relazione alla potenza corruttiva e ven¬ 
dicativa del potere politico una volta 
integrati nel sistema istituzionale, come 
peraltro ebbe ad affermare Bookchin nei 
suoi testi più tardi) 1 - si concentra su 
una teoria politica dai forti risvolti pratici 
che segnano il lascito politico di Murray 
Bookchin. Sotto il titolo di Democrazia 
diretta , leggiamo alcuni dei testi centrali 
per focalizzare tanto la sua filosofia po¬ 
litica del Communalism , quanto la sua 
pratica sperimentale del municipalismo 
libertario ovverossia del confederalismo 
libertario. 

Con Communalism , Bookchin inten¬ 
de offrire una linea di fuga affermativa 
alle istanze rivoluzionarie e radicali che 
si agitavano lui vivente e si sono agitate 
dopo la sua scomparsa, praticando con¬ 
cretamente modalità di agire politico e 
sociale che Bookchin aveva sottolineato 
e anticipato nei suoi scritti, senza volerne 
fare un profeta suo malgrado. In effetti, 
pratiche adottate da movimenti quali Oc- 
cupy Wall Street , gli Indignados , alcuni 
aspetti delle rivolte arabe, eco. risentono 
pur senza citarle delle suggestioni offerte 
da Bookchin in una miriade di interventi 
e di articoli scritti per la stampa radica¬ 
le, rivoluzionaria e anarchica nel corso 
della sua esistenza, tutti segnati da una 
mobilitazione dal basso verso l’alto, da 
una acquisizione di consapevolezza del¬ 
la propria forza (empowerment sociale 
e politico, non solo di gender), dal ridi¬ 
mensionamento pensato delle formazioni 
istituenti un corpo burocratico e leaderi- 
stico, dai processi decisionali partecipa¬ 
ti, diretti (face-to-facè) e orizzontali, dalla 
rotazione delle cariche rappresentative 
immediatamente controllabili e revocabi¬ 
li, dalla concatenazione di luoghi politici 
decentralizzati a sfere concentriche cre¬ 
scenti e interdipendenti che coprono ter¬ 
ritori più ampi e coinvolgono quantità di 
individui sempre più numerose (sebbene 


54 


cultura 



Bookchin, a differenza dell’anarchismo 
e delle pratiche dei movimenti recenti 
orientati ala condivisione per consenso, 
si pronunci a favore di un processo de¬ 
cisionale su base maggioritaria). Si trat¬ 
ta di ipotesi riscontrabili in ogni autore 
anarchico che si rispetti, talora adottate 
in tormentati frangenti storici (la Commu- 
ne di Parigi), in momenti frammentari e 
a singhiozzo (la rivoluzione spagnola del 
1936), che Bookchin sistematizza in una 
cornice generale che recepisce la dura 
lezione delle rivoluzioni statuali dell’era 
moderna, sia di quelle che hanno dato 
vita ai sistemi liberali rappresentativi, sia 
di quelle che hanno dato vita a sistemi 
totalitari quali il leninismo realizzato o il 
maoismo istituito. 

Il Communalism , quindi, si propone 
come una teoria politica che raccoglie 
l’eredità della spinta collettiva di una 
politica rivoluzionaria, adottando prati¬ 
che libertarie che prevengano e neutra¬ 
lizzino le derive fisiologiche connesse 
alla chiusura statuale, elitaria (non im¬ 
porta se di classe, di partito o quant’al- 
tro), in ultima analisi gerarchica e au¬ 
toritaria. «Il Communalism rappresenta 
una critica della società gerarchica e 
capitalista nel suo insieme» 2 . Di que¬ 
sta lunga e nobile tradizione, bacata 
sin dalla fonte come preconizzato dal 
dissidio Marx-Bakunin nella I Interna¬ 
zionale e come testimoniato dalle criti¬ 
che anarchiche in tempo reale al sovie- 
tismo leninista della rivoluzione russa, 
a Bookchin interessa principalmente la 
dimensione collettiva della trasforma¬ 
zione sociale e politica, giacché non 
può esistere alcuna proposta politica 
che non sia collettiva nel suo respiro e 
nel suo protagonismo. E con ciò Bo¬ 
okchin ci invita a distinguere sempre e 
comunque una dimensione della politi¬ 
ca potenzialmente estranea, differente 
e conflittuale con una dimensione sta¬ 
tuale, sempre in agguato per catturarla 
e appiattirla su di essa 3 . 

Oggi è tanto più importante sotto- 
lineare tale dimensione communalista , 
che racchiude in sé lo spirito del comu¬ 
ne, dei beni comuni e del comuniSmo 
come filosofia di vita (e non come pro¬ 
getto politico reale), quanto più si va af¬ 
fermando - in inquietante parallelo con 
lo svuotamento della politica da parte 
di egemonie e poteri forti che hanno 
catturato la politica all’interno di logi¬ 
che mercatiste declinate secondo l’at¬ 
tuale congiuntura di finanziarizzazione 
dell’economia politica dominante, quel¬ 


la capitalista - una ipotesi di fuoriuscita 
rivoluzionaria legata alla sommatoria 
caotica ma causale, organizzabile pun¬ 
tualmente ma informalmente, di prese 
di posizioni individuali, di moltitudini 
tanto più singolari quanto più invisibili 
dai circuiti di osservazione e controllo 
che si alimentano di reti mediatiche e 
digitali altrettanto invisibili e pervasive. 
Bookchin polemizza fortemente, maga¬ 
ri eccessivamente, nel suo libro Social 
Anarchism or Lifestyle Anarchism: An 
Unbridgeable Chasm del 1995, con 
un anarchismo ridotto, a suo avviso, a 
stile di vita, a forma impolitica sempre 
pronta ad attaccare frontalmente lo 
stato e le sue istituzioni ma solamente 
di tanto in tanto, disdegnando un lungo 
e paziente lavorio sul terreno per favo¬ 
rire, invece, soluzioni multi-individuali 
di fuga dal reale ormai inesorabilmente 
catturato e illiberabile. [...] 

Beninteso, quando il Communali¬ 
sm bookchiniano insiste sui processi 
storici di mutamento delle forme di vita 
associate offre idee per il presente e 
non mere ricostruzioni accademiche, 
invitando ognuno a decostruire imma¬ 
ginari sedimentati in pratiche ordinarie 
di esistenza avvilente per ricostruire 
immaginari inediti da colmare in prati¬ 
che alternative di vita, di produzione, 
di associazione, di consumo, di affet¬ 
tività, e via continuando. Ma con la 
consapevolezza che tale duplice fatica 
acquista senso se diviene comune , 
ossia condivisa, partecipata, colletti¬ 
va. In altri termini, la diffusività di una 
trasformazione sociale dal basso che 
ripudia la via istituzionale, utile solo al 


murray bookchin 

democrazia 

diretta 

prrti/uftr- rii uImi vjw irci 


$ 

elèuthera 



ricambio delle élites dominanti, non si¬ 
gnifica un autocompiacimento di una 
micro-politica interstiziale e resistente, 
quanto la destituzione (di senso nell’im- 
maginario simbolico quotidiano ma an¬ 
che di presa efficace sulle esistenze) 
e la contestuale espansione di ambiti 
di empowerment a livello societario, in¬ 
cluso la gestione quanto più possibile 
autonoma di territori di vita in comune, 
beninteso in una conflittualità altrettan¬ 
to diffusa socialmente, immune dalle 
seduzioni della politique politicienne. 

Qui entra in gioco il coté sperimenta¬ 
le proposto da Bookchin con il munici¬ 
palismo libertario, magari modellato sul 
modello americano e quindi un po’ di¬ 
stante dalle usuali morse statuali contro 
le quali concepire una partecipazione 
radicale sui territori che arrivi persino a 
gestire non tanto pezzi di governo degli 
enti locali, ma comunque erodere pote¬ 
re politico, strappare amministrazione di 
beni comuni (oltre il pubblico e il priva¬ 
to, sloganisticamente parlando), condi¬ 
zionare dal basso le politiche dei partiti 
ufficiali, affiancare le istituzioni ufficiali 
con luoghi politici condivisi e partecipati 
che elaborano politica orizzontalmente e 
dal basso. «Immaginava che questo au¬ 
togoverno diventasse sempre più forte 
mentre si solidificava in un «potere dua¬ 
le», che avrebbe sfidato e alla fine sman¬ 
tellato il potere dello Stato-nazione» 4 . 
Una progettualità politica a servizio di 
un immaginario sociale forgiato da una 
cittadinanza attiva che non coincide mi¬ 
nimamente con la cittadinanza recintata 
nei limiti del cerchio rappresentativo, 
anzi contro-effettuata in senso radicale 
e debordante limiti e recinti imposti. 

Si tratta di una proposta che va ol¬ 
tre l’indubbio spirito di resistenza che 
alimenta oggigiorno la gran parte delle 
ipotesi politiche non-violente che cerca¬ 
no di coniugare politica e impegno ci¬ 
vico, radicalità e singolarità esistenziale, 
poiché è ovvio che senza un profondo 
coinvolgimento interiore che modifica 
l 'ethos di ciascuno non si va da nessuna 
parte, anzi generalmente si è trasportati 
in direzioni lontane dalla libertà e della 
liberazione. Ma di contro, senza una de¬ 
clinazione plurale di tale ethos singolare, 
resistere è meritorio ma insufficiente a 
trasformare la realtà in senso libertario, il 
che è concepibile solo in una dimensio¬ 
ne collettiva gradualmente e faticosa¬ 
mente conseguibile, tenendo conto dei 
rapporti di forza e degli immaginari da 
scardinare e da rielaborare. Ovvio che la 


cultura 


55 








cornice entro cui inquadrare il commu- 
nalism e la pratica sperimentale del mu¬ 
nicipalismo libertario o della democrazia 
radicale diretta o del confederalismo au- 
togestionario o del potere politico paral¬ 
lelo ( dual power) 5 sia quella del conflitto 
con le gerarchie statuali da un lato, e 
dall’altro con il predominio delle norme 
capitaliste di mercato che sovradetermi- 
nano non solo le dinamiche economiche 
ma oggi, in piena era neoliberale, anche 
le pratiche di soggettivazione in campi 
esteriori aH’economia di mercato. 

Indubbiamente, le esperienze di au¬ 
togoverno territoriale di segno politico 
sono diversificate nel panorama mon¬ 
diale, si va dal contropotere assemble¬ 
are rispetto alle amministrazioni locali 
alla conquista elettorale degli enti lo¬ 
cali mantenendo un controllo di base 
sugli eletti, alla sottrazione di territori 
alla cattura statuale, secondo il model¬ 
lo zapatista. Bookchin concepisce il 
municipalismo libertario come un primo 
tassello di riaffermazione della politica 
sull’econonnico, sulla tecnica dei nume¬ 
ri aridi che imporrebbero soluzioni irri¬ 
flesse e autoveridiche, senza dare adito 
a pubblico dibattito, cui affiancare una 
serie di altri pilastri di autogoverno ter¬ 
ritoriale sul piano delle autogestioni di 
attività produttive e di consumo, non¬ 
ché di altre istituzioni quali la sanità e 
l'istruzione. Ne sono esempi le cliniche 
autogestite degli zapatisti in Chiapas, 
le pratiche rurali di autoproduzione e 
consumo sostenibile per quanto con¬ 
cerne il ciclo alimentare, le energie 
rinnovabili e non invasive o l’uso delle 
acque potabili, sino alle miriadi di scuo- 
le/non-scuole libere ed extraistituziona¬ 
li che si muovono sul terreno non solo 
pedagogico seguendo variegate linee 
di pensiero. [...] 

Salvo Vaccaro 

1 Murray Bookchin, The Next Revolution. Po- 
pular Assemblies and thè Promise of Direct 
Democracy , a cura di Debbie Bookchin e Blair 
Taylor, Verso, London-New York, 2015, in par¬ 
ticolare p. 38. 

2 Ibidem , p. 19. 

3 Ibidem , p. 47. 

4 Debbie Bookchin, Bookchin: l’eredità viven¬ 
te di un rivoluzionario americano , intervista 
di Federico Venturini, 2 marzo 2015, http:// 
zcomm.org/bookchin-living-legacy-of-an-ame- 
rican-revolutionary. 

5 Murray Bookchin, The Next Revolution , cit., 
pp. 78 ss. 


Gli zolfatari siciliani 

e il barbaro 
dominio del 
capitale 

Scriveva Vincenzo Consolo che 
“dallo zolfo, per lo zolfo, è nata e cre¬ 
sciuta in Sicilia una nuova categoria di 
lavoratori; nelle zone zolfifere, nei paesi 
delle miniere è nato e si è sviluppato 
un nuovo modo d’essere siciliano, una 
nuova umanità; dallo zolfo e per lo zolfo 
è nata una storia politica e sociale, una 
letteratura". Da Verga a Giusti Spopo¬ 
li, da Alessio Di Giovanni a Sciascia, 
allo stesso Consolo, tanti sono stati 
i romanzieri che “dallo zolfo” della Si¬ 
cilia si sono fatti ispirare; tanti, anco¬ 
ra oggi, sono i libri dedicati alla storia 
delle zolfare siciliane. Di recente ne è 
stato pubblicato uno, appassionante e 
interessante, di Angelo Barberi, dal ti¬ 
tolo Chista vita ca si faciva barbara 
(Sicilia Punto L edizioni, Ragusa, 2015, 
pp. 180, € 10,00) che a quel mondo, 
e a quel tempo, di zolfatari e miniere, 
ritorna “direttamente", attraverso le pa¬ 
role di chi, avendovi lavorato, racconta 
com’era fatto - di sudore e sangue, di 
miseria e sfruttamento - quel dannarsi a 
cavare zolfo da sottoterra. In più di una 
decina di ampie e dettagliate testimo¬ 
nianze, raccolte da Barberi, tra il 1987 
e il 1988, dalla viva voce di minatori si¬ 
ciliani, viene fuori un quadro documen¬ 
tato e dettagliato delle condizioni di 
vita e di lavoro degli zolfatari delle pro¬ 
vince siciliane di Agrigento, Caltanis- 
setta ed Enna, dov’erano le principali 
e più grandi miniere di zolfo dell’Isola. 

Nei ricordi degli zolfatari, le emozioni 
intense per i loro vissuti pesanti e dram¬ 
matici, sono accompagnate sempre da 
un lucido ragionare e da un sereno e 
realistico raccontare che insiste minu¬ 
ziosamente sulle condizioni materiali 
del loro lavoro: cosicché le loro testi¬ 
monianze sono ricche di informazioni e 
osservazioni sulle tecniche di estrazio¬ 
ne, fusione e lavorazione dello zolfo e 
sull’organizzazione gerarchica del lavo¬ 
ro che vigeva in miniera e che andava 
da chi svolgeva le mansioni più semplici 
(il caruso e il i /agoniere) e quindi anche 
meno pagate, a chi era addetto a più 
complesse attività (il capomastro e il 
picconiere ), e quindi era più retribuito e, 
per di più, per la responsabilità che ave¬ 
va in miniera, godeva di una maggiore 


Angelo Barberi 



considerazione sociale. 

E ancora, dalle testimonianze che il 
libro raccoglie, si può desumere la to¬ 
pografia dei siti minerari dell’entroterra 
siciliano (le cave di zolfo o, come veni¬ 
vano chiamate in dialetto, le pirrere : di 
Trabonella, Ciavolotta, Trabia, Tallarita, 
etc.); dei paesi dai quali i minatori par¬ 
tivano per lavorarvi: Villarosa, Favara, 
Riesi, Leonforte, Assoro, Sommatino e 
altri ancora; finanche delle strade ster¬ 
rate e dei viottoli di campagne percorsi 
dai minatori a piedi, “stratone Stratone, 
accorzatoi accorzatoi ”, per raggiungere 
la loro miniera, distante dal loro paese 
decine e decine di chilometri. 

Ma soprattutto il libro è la denuncia 
della “vita che si faceva barbara" all’in¬ 
terno della miniera, dove il lavoro massa¬ 
crante, senza regole e senza diritti, a cui 
erano sottoposti gli zolfatari li privava del¬ 
la loro dignità personale e di ogni tutela 
sulla loro salute e sulla loro stessa vita. 

I racconti degli zolfatari, infatti, con 
estremo disincanto, mettono tutti in luce 
la consapevolezza dei gravi rischi che 
si correvano scendendo in miniera, per 
le frane e per le esplosioni causate da 
gas come l’antimonio, che giornalmente 
condannavano qualcuno dei minatori a 
pesanti infermità e alla morte. 

Nel cinico disinteresse dei patroni , 
delle società, degli enti pubblici che 
hanno gestito la proprietà e la produ¬ 
zione dello zolfo in Sicilia, dai primi del 
novecento agli anni ‘80, s’è consuma¬ 
to un eccidio di cui le testimonianze 
degli zolfatari danno conto, così come 
epicamente, le stesse voci dei minatori 
narrano della loro reazione alla rasse¬ 
gnazione, alle ingiustizie, ai soprusi e 
allo sfruttamento: emergono dai ricordi 


56 


cultura 









dei minatori, le gesta delle occupazioni 
e delle lotte, i nomi dei primi agitatori, 
raccolti per lo più sotto le bandiere del 
partito comunista, gli appoggi importan¬ 
ti di qualche esponente politico, come 
l’onorevole Fausto Gullo: che propose 
e favorì diversi interventi legislativi in fa¬ 
vore del miglioramento delle condizioni 
di lavoro dei minatori, ma sopratutto fu 
l’ideatore della legge di riforma agraria 
che anche se solo parzialmente, servì, 
negli anni cinquanta, ad espropriare o 
comunque a ridimensionare le grandi 
proprietà terriere siciliane (in buona par¬ 
te ancora di stampo feudale) a favore di 
una razionale ed equa distribuzione del¬ 
la terra ai contadini. 

E parlano dei contadini, i minatori, e 
si lamentano del fatto che non solida¬ 
rizzavano con loro, non sostenevano le 
loro agitazioni, perché consideravano 
chi lavorava in miniera un privilegiato; 
i contadini pensavano che il minatore, 
anche se veniva sottopagato, aveva pur 
sempre un salario “sicuro", mentre i loro 
guadagni erano sempre incerti e preca¬ 
ri, sia quando lavoravano per un proprie¬ 
tario terriero che quando avevano un 
campo proprio da coltivare. E in verità, 
ammettono i minatori intervistati, anche 
loro pensavano di svolgere un lavoro 
non solo più retribuito ma anche miglio¬ 
re nella qualità e nel prestigio rispetto a 
quello dei contadini. Sentivano, così, di 
far parte di un’ aristocrazia dei poveri, in 
una guerra tra miseri a solo vantaggio 
dei potenti e dei ricchi. 

Un mondo di vinti, quello dei minato¬ 
ri, che non trovava conforto nella chie¬ 
sa: terrìbilmente e ingiustamente, rac¬ 
contano gli zolfatari, i preti rifiutarono 
per un lungo perìodo di fare i funerali 
ai morti in miniera che nei pochi resti 
dei loro corpi smembrati dalle esplo¬ 
sioni o dalle frane di pareti e tetti delle 
gallerìe, venivano portati direttamente 
al cimitero, o vietarono i funerali e gli 
altri sacramenti ai minatori che aveva¬ 
no abbracciato, per dare voce alle loro 
rivendicazioni, una fede socialista, co¬ 
munista o anarchica. 

Raccogliendo le memorie dei lavo¬ 
ratori delle ormai scomparse miniere di 
zolfo (e riportandone le tante e caratteri¬ 
stiche espressioni dialettali che a quelle 
memorie hanno ridato forma), Barberi 
ha fatto un’operazione storico-docu¬ 
mentaria di notevole valore, restituendo 
un pezzo fondamentale della storia com¬ 
plessiva del mondo del lavoro e delle 
classi subalterne in Sicilia; facendo rie¬ 


mergere, meritoriamente, il dimenticato 
(e inattuale) protagonismo di uomini che 
hanno combattuto, nella Sicilia più inter¬ 
na e più povera, affinché il loro lavoro e 
la loro umanità non si lasciasse piegare 
dal “barbaro" dominio del capitale e del 
privilegio. 


Silvestro Livolsi 


Gli anni ‘60, 

il Perù e le lotte 
per la terra 

Eduardo Galeano ha detto che il 
mondo non è fatto di atomi, ma di sto¬ 
rie. Perché sono le storie che conver¬ 
tono il passato in presente, ciò che è 
lontano in vicino e possibile. Una bella 
particina di mondo allora è contenuta 
nel libro Noi, gli indios. Le lotte per 
la terra in Perù (Nova Delphi Libri, 
Roma, 2015, pp. 240, € 14,00), del 
suo amico Hugo Bianco Galdós, che 
- raccontando le avventure della pro¬ 
pria vita - avvicina il lettore alle lotte 
per la terra nel Perù degli anni ‘60, con 
la vittoria contadina e indigena sul si¬ 
stema del latifondo, ma più in generale 
all’eterna e confusa lotta tra sfruttati e 
sfruttatori, e alla lotta attuale tra il neoli¬ 
berismo e i figli della Pacha Marna. 

Con la stessa semplicità con cui un 
manager di una multinazionale vede 
nella selva amazzonica solo alberi da 
tagliare, Hugo Bianco con le sue storie 
va delineando come sottofondo un’a¬ 
nalisi semplice e spietata della “nostra" 
società del consumo, come stadio ag¬ 
giornato della società dei conquistado¬ 
res spagnoli, a cui contrappone la ric¬ 
chezza del millenario mondo indigeno, 
una ricchezza fatta di colori, di sentieri, 
di nomi, di sapori, di piante, di parole, 
di vita. 

La poesia con cui l’ex guerrillero 
conclude il libro è forse la pagina meno 
poetica di tutto il libro, perché la poe¬ 
sia vera è dappertutto e nella sua vita, 
è nel toccante carteggio con il poeta 
quechua José Maria Arguedas, nelle 
lettere scritte alla vigilia di una possi¬ 
bile condanna a morte, nella resistenza 
orizzontale e dal basso contro le atro¬ 
cità dei latifondisti, nell’alzarsi gridando 
in un aula di tribunale per condannare 
un’ingiustizia. È poesia anche il dolore 


di tante morti innocenti, di tante soffe¬ 
renze dovute al carcere, alle discrimi¬ 
nazioni, all’ingiustizia; sofferenze che 
reclamano umilmente ma in modo de¬ 
ciso un razionale avvento di un mondo 
giusto e dignitoso per tutti, un mon¬ 
do “indio", anche per chi come Hugo 
(bianco di nome e di fatto) indio non 
ci è nato. 

Infatti tra le tante cose che può inse¬ 
gnare questo libro, c’è che l’indio non è 
una razza sanguigna, ma una razza cul¬ 
turale, perché - come precisa Bianco - 
“l’indio è una cultura di cui fanno parte 
anche persone bionde e con gli occhi 
azzurri e di cui non fanno parte alcune 
persone che, per sangue, sono indios". 
Per questo il libro di Hugo Bianco va 
oltre l’essere ciò che potrebbe esser 
definito un “interessante approfondi¬ 
mento", su determinate lotte in un de¬ 
terminato periodo e luogo del mondo, 
e va oltre anche all’essere un caso di 
vita esemplare, in quanto autobiografia 
di un individuo che per naturale tensio¬ 
ne verso la giustizia e la difesa degli 
oppressi si è ritrovato ad essere un ri¬ 
voluzionario. 

“Noi, gli indios" diventa anche un li¬ 
bro di “teorìa e pratica rivoluzionaria’’, 
sia per il resoconto di tante azioni e lot¬ 
te che hanno avuto il loro successo, sia 
per l’insistere su determinati concetti 
che seppur limitati diventano (o voglio¬ 
no diventare) universali. Uno su tutti: è 
interessantissimo l 'ayllu, il sistema tra¬ 
dizionale di organizzazione comunitaria 
quechua, realizzazione esemplare dei 
prìncipi del mutuo appoggio e della de¬ 
mocrazia diretta. A riprova del fatto che 


Hufiù B-dllLÙ 

Noi, 

gli indios 


Le lotte per la terra in Perù 



cultura 


57 












ben prima di Kroptokin e Bakunin l’a¬ 
narchia esisteva e veniva praticata nella 
vita quotidiana da persone che “anar¬ 
chia" non sapevano neanche cosa vo¬ 
lesse dire. E uno di questi potrebbe es¬ 
sere lo stesso Hugo Bianco: di forma¬ 
zione politica trotzkista, ci dimostra che 
quando si è indaffarati a fare, quando le 
intenzioni sono nobili, gli obiettivi chiari 
e il metodo è rigidamente antiautorita¬ 
rio, poco importano le opinioni perso¬ 
nali su Cuba o Lenin, e - senza perder 
mai un briciolo della propria coerenza 
di rivoluzionario - si può passare dagli 
scioperi alla lotta armata, dalla carica di 
senatore all’organizzazione del turismo 
sociale. 

Con la stessa ironia per cui si dice 
che il 1492 non è stato l’anno della 
scoperta di un continente, ma l’anno 
in cui qualche indigeno ha scoperto 
Cristoforo Colombo perso nel mare, si 
potrebbe dire che, pur così lungimirante 
nelle sue analisi del capitalismo da far 
venire il sospetto che sia lui stesso dalla 
tomba a dirigere gli andamenti dell’e¬ 
conomia mondiale, nemmeno Marx si 
sarebbe mai immaginato che i migliori 
lettori dei suoi libri potessero essere 
dei poveri analfabeti indigeni. Per dirlo 
altrimenti: sembra che il mito freddo e 
quasi terribile di una dittatura del pro¬ 
letariato che redimerà l’umanità, possa 
trovare applicazioni di successo nella 
vita reale soltanto lontano dalle grandi 
industrie, come valore aggiunto alla cul¬ 
tura millenaria, pura e concreta dei po¬ 
poli indigeni. Il Chiapas (per esempio), 
da ormai vent’anni a questa parte, lo sta 
dimostrando. 

La funzione didattica di questo libro 
non si esaurisce nei grandi concetti, nei 
grandi temi, (come la riforma agraria, il 
rispetto della madre terra, eccetera) ma 
contiene nascoste tante piccole cose 
da scoprire. Una di queste è che, non si 
sa perché, pare che tutte le lingue indi¬ 
gene a differenza di quelle europee ab¬ 
biano due termini distinti per dire “noi", 
una che include l’interlocutore e una 
che lo esclude. 

Allora sarebbe interessante sapere 
da Hugo Bianco quale delle due opzio¬ 
ni sarebbe da usare in una traduzione 
in quechua di questo libro. Ma forse in 
questo caso risulta più poetico l’inde¬ 
finito castigliano “nosotros", così che 
sarà poi il lettore a dargli una definizio¬ 
ne, o magari una volta terminato il libro 
decidere di scoprirsi egli stesso incluso 
nel grande popolo degli indios. Allora 


probabilmente scoprirà che il popolo 
degli indios per continuare a esistere 
e lottare non ha bisogno di alcun aiuto, 
ma per servire la Pacha Marna ha tanto 
bisogno di altre voci, di altre braccia, di 
altri cuori. 

Una storia di Galeano dice: “il mon¬ 
do è questo: un sacco di gente, un 
mare di fuocherelli. Non c’è un fuoco 
uguale ad un altro, ogni persona brilla 
di luce propria in mezzo a tutte le al¬ 
tre, ci son persone di fuochi sereni che 
non sentono neanche il vento, ci sono 
persone di fuochi pazzi che riempiono 
l’aria di scintille, ci sono fuochi scioc¬ 
chi che non illuminano né riscaldano, 
però altri ardono la vita con così tanta 
voglia che non si può guardarli senza 
rimanerne abbagliati, e chi si avvicina, 
si incendia". 

Il tayta Hugo Bianco assomiglia a 
uno di questi grandi fuochi e con il li¬ 
bro “Noi, gli indios" si prende l’onore di 
elevarsi a portavoce del mondo indige¬ 
no; se può permetterselo, senza perde¬ 
re niente della sua umiltà, è per la sua 
enorme e indiscutibile umanità, per aver 
non solo meritato ma anche ampiamen¬ 
te ripagato la solidarietà mondiale che 
più di una volta gli ha salvato la vita. 

Michele Salsi 


Una guida per 
l’edificazione 

dell’uomo libero 

Pubblichiamo la prefazione del li¬ 
bro di Paolo Zapparoii II mammifero 
anarchico (Youcanprint Self-Publi- 
shing, Roma, 2015, pp. 80, € 10,00). 
Per contatti: 
www.yo ucanprin t. i t 
raskolnika @gmail. com 

Pacificate le greggi, è tornato il si¬ 
lenzio. Il dio denaro, unico generatore 
di valori rimasto in campo, sembra or¬ 
mai aver delimitato irrimediabilmente i 
confini dell’agire politico, riducendolo 
a mero strumento di attuazione di deci¬ 
sioni economiche prese da un ristretto 
numeri di burocrati e banchieri. 

Allo stesso tempo, e con simili intenti, 
anche il mondo dell’informazione viene 
sempre più ammaestrato e costretto ad 
assumere i connotati di un gigantesco 
megafono, amplificando l’unica voce ri¬ 


masta in campo, quella del padrone. 

L’incessante e martellante bombar¬ 
damento mediatico fatto di informazioni 
fugaci e volatili ha in questo modo ine¬ 
vitabilmente ridotto gli spazi di conver¬ 
sazione ed interrotto drasticamente il 
tempo della riflessione. Così piegato, 
l’animale uomo, mercificato ed alienato 
a dismisura, ha ormai addirittura dismes¬ 
so le proprie pulsioni desideranti e tra¬ 
sformato il suo potenziale sessuale ed 
erotico in forza lavoro o nel suo valore di 
scambio equivalente. 

Date queste condizioni, in un mondo 
in cui il dominio capitalistico superata la 
sua fase spettacolare viene sempre più 
ad assumere una dimensione biopolitica 
totalizzante, si fa più urgente la necessi¬ 
tà della costruzione e predisposizione di 
necessari antidoti che siano all’altezza 
della sfida attuale. 

Il nemico è lo stesso di sempre, il 
Potere con la P maiuscola, quello che 
condiziona il nostro modo di mangiare, 
di vestire, di pensare, e che da nemico 
esterno si è ora trasformato anche in 
nemico interno introducendosi subdola¬ 
mente nelle nostre menti. È quindi so¬ 
prattutto verso noi stessi che dobbiamo 
rivolgere ora lo sguardo se vogliamo 
veramente sradicare la malapianta del 
dominio neoliberista e statalista. A que¬ 
sto appuntamento di certo gli anarchi¬ 
ci non arrivano totalmente impreparati, 
tutt’altro. 

La nostra vecchia cara Idea, pian¬ 
tata saggiamente dalle fervide menti 
che ci hanno preceduto, è ora capace 
di germogliare frutti inaspettati proprio 
quando le contraddizioni del capitali¬ 
smo finanziario vengono oggi sempre 


PAOLO ZAPPARGLI 

]i. MAMMIFERO ANARCHICO 


< ^ 


ll'u'ù l-l 1 rat il II'A drì l'lifitìlù I ihL-rùhì 


58 


cultura 





più alla luce. Occorre però rivolgere lo 
sguardo nella giusta direzione e in tempi 
difficili come questi, aguzzare l’ingegno. 
“Malatempora currunt"... gli oligarchi a 
capo di Amazon, Apple, Nestlé, Facebo- 
ok, Google, ecc... stanno inventando il 
nostro futuro plasmandolo a misura dei 
loro interessi. In conseguenza di ciò, lo 
stesso famigerato “conflitto di interessi", 
da fenomeno episodico diventa così 
elemento endemico e costitutivo della 
macchina amministrativa, a tal punto 
che oggi non si dà governo se non in 
conflitto di interessi. 

I consigli di amministrazione del¬ 
le sempre più voraci multinazionali, in 
combutta con i burocrati di governo che 
assecondano sfacciatamente i loro pro¬ 
positi, monitorano ogni aspetto della no¬ 
stra vita; sanno tutto del nostro passato 
e valutano alla perfezione i nostri gusti 
e le nostre debolezze, sanno dove sia¬ 
mo ed a cosa stiamo pensando. Alcune 
multinazionali si spingono addirittura a 
studiare i comportamenti dei giocato¬ 
ri dei cosiddetti “massively multiplayer 
on-line games", utilizzati come banco 
di prova per esperimenti suH’impatto di 
possibili politiche sociali. 

Ma allora se di biopolitica oggi si 
tratta, cioè del dominio totalizzante 
dell’Impero neoliberista su ogni fase 
della nostra vita, il nostro sforzo e il 
nostro sguardo dovranno essere prin¬ 
cipalmente indirizzati verso la sfera 
morale e pedagogica nell’accezione da 
sempre esemplificata dalla gran parte 
delle dottrine anarchiche e libertarie di 
tutto il mondo. Coloro che non hanno 
mai avuto dimestichezza con questi 
ideali troveranno qui uno strumento 
utile e propedeutico per districarsi in 
questo caotico e meraviglioso mondo 
dell’Idea anarchica. Chi invece si è 
sempre nutrito di tali letture vi troverà 
non solo una panoramica riassuntiva 
dei principali concetti che hanno carat¬ 
terizzato la storia del pensiero morale e 
pedagogico anarchico, ma anche pos¬ 
sibili spunti per affrontare le sfide attua¬ 
li con nuove parole/idee e soprattutto 
con nuove azioni. 

In fondo questo libro avrebbe anche 
potuto chiamarsi: “Guida all’edificazio¬ 
ne dell’uomo libero”, perché tali sono i 
presupposti ideologici che da sempre 
animano il pensiero anarchico, dove per 
uomo libero, si deve intendere una per¬ 
sona che sia veramente maestra di se 
stessa e che non sia ammaestrabile da 
qualsivoglia autorità esterna, sia essa 


di tipo materiale (Stato, Chiesa, Parti¬ 
to, Esercito) sia essa di tipo spirituale/ 
metafisico (religioni, ideologie astratte, 
superstizioni varie). 

Paolo Zapparoli 


Vivere come i 
nomadi/ 

Il movimento 
anarchico 
milanese prima 
del fascismo 

“Gli anarchici, nella vita, sono dei no¬ 
madi. Non seguono quella tale strada, 
ma la loro strada; a piacere della loro 
natura, del loro modo di pensare, del 
loro temperamento, anche." (Leda Rafa- 
nelli, L’Eroe della Folla , 1920). Questa 
frase dell’anarchica toscana dà il titolo 
al volume di Fausto Buttà (Living like 
nomads. The milanese anarchist 
movement before fascism, Cam¬ 
bridge Scholars Publishing, Newcastle 
upon Tyne, 2015, pp. 299, £ 47,99), un 
ricercatore italiano che lavora all’Univer¬ 
sità del Western Australia. Il libro è in 
lingua inglese ed è arricchito da citazio¬ 
ni, note, fotografie di anarchici e map¬ 
pe di Milano. La pubblicazione è diretta 
principalmente al mondo accademico 
anglo-sassone e ha lo scopo di colma¬ 
re una lacuna storiografica. E’ infatti la 
prima volta che la storia del movimen¬ 
to anarchico a Milano viene narrata in 
modo comprensivo e dettagliato, a par¬ 
tire dalle sue origini fino all’avvento del 
fascismo. 

La storia comincia nella Milano della 
fine degli anni sessanta dell’Ottocen¬ 
to ed esplora gli eventi, i personaggi, 
le attività e le idee che diedero vita ai 
primi gruppi internazionalisti. Emergo¬ 
no personaggi come Vincenzo Pezza, 
seguace di Bakunin, e Theodor Cuno, 
un ingegnere tedesco, emissario di 
Engels a Milano, i quali fondarono, il 
giorno della vigilia di Natale del 1871, 
il Circolo Operaio, ovvero la sezione 
milanese della Prima Internazionale. Le 
relazioni e i contrasti tra i seguaci di 
Bakunin e i socialisti legalitari contribu¬ 
irono, negli anni successivi, a delineare 
un’identità anarchica che presentava 
molteplici sfaccettature e che abbrac- 


LIVING LIKE 
NOMADS 


ine Milane^Allarmisi Mi duchi Mm faspsm 



Y*uìlù E urti 


: 

ciava diverse classi sociali e professio¬ 
ni. Una ricerca sociologica qualitativa 
degli anarchici presenti a Milano nel 
periodo in questione dimostra la natura 
interclassista del movimento anarchi¬ 
co. Fu questa una caratteristica che so¬ 
pravvisse negli anni successivi, e che 
non combacia con l’idea che gli anar¬ 
chici milanesi fossero solamente degli 
intellettuali piccolo borghesi. L’altra 
caratteristica principale, che dà spunto 
al titolo del libro, risiede nella nomadi- 
cità dei membri del movimento, ovvero 
il fatto che molti dei militanti anarchici 
a Milano non solo non erano nativi del 
capoluogo lombardo ma qui sostarono 
solo per un po’ di tempo prima di tra¬ 
sferirsi altrove, prima di “essere trasci¬ 
nati al Nord", come scrisse in un’altra 
occasione Pietro Gori. Se da un lato 
va riconosciuto che essi giocarono un 
ruolo importantissimo per il movimento 
anarchico in città, dall’altro ne costitu¬ 
irono anche una debolezza, poiché il 
continuo ricambio dei militanti impedì 
che i gruppi si radicassero sul territorio, 
nei quartieri e nelle fabbriche, in modo 
stabile e duraturo. 

Fu così che parecchi anarchici italiani 
vennero a Milano e poi se ne andarono, 
per varie ragioni tra cui, soprattutto nel 
caso dei militanti più attivi e carismatici, 
la repressione. Tra queste figure vanno 
ricordati i nomi già conosciuti di Pietro 
Gori, Giovanni Gavilli, Ettore Molinari, 
Nella Giacomelli, Luigi Molinari e Leda 
Rafanelli. A questi nomi il libro di Buttà 
affianca quelli di altri militanti sconosciu¬ 
ti, nomi di personaggi che sono caduti 
nell’oblio e che costituirono il grosso 


cultura 


59 







del movimento anarchico a Milano. A tal 
fine, l’autore si è servito sia delle fonti di 
polizia e di prefettura conservate all’Ar¬ 
chivio Centrale di Roma e all’Archivio 
di Stato di Milano, sia della letteratura 
specializzata, da Masini a Cerrito, da 
Antonioli a Berti, a Mantovani, compre¬ 
so il Dizionario Biografico degli Anarchi¬ 
ci Italiani. 

S’intrecciano così le vite di uomini 
e donne in continuo movimento, come 
quella di Ernesto Cantoni detto “Risott", 
perseguitato dalla questura che lo rite¬ 
neva capace di atti violenti, costretto a 
viaggiare e a cambiare nome parecchie 
volte. Vite spezzate, come quella di An¬ 
gelo Galli, ucciso durante uno sciopero 
e il cui funerale fu immortalato da un 
dipinto di Carlo Carrà. Vite da militanti, 
come quella di Aida Latini, donna forte, 
sempre presente e in prima fila negli 
scioperi e nelle iniziative anti-militariste 
di inizio secolo. Vite brevi, come quel¬ 
la del fornaio Sante Caserio da Motta 
Visconti, prima fondatore e membro di 
un circolo anarchico in Porta Genova, 
e poi uccisore del presidente francese 
Sadi Carnot; o come quella di Bruno 
Filippi, vittima della propria dinamite 
preparata per i clienti facoltosi del Caffè 
Biffi in pieno centro a Milano. Vite spese 
per l’ideale libertario, come quelle del¬ 
la maestra Maria Rossi, della tipografa 
Leda Rafanelli, dell’educatrice Nella 
Giacomelli, del commerciante in rottami 
di ferro Ricciotti Longhi, dell’elettricista 
Carlo Gelosa, e di tanti altri sparsi tra i 
vari capitoli del libro. 

Ne esce un quadro dettagliato, un 
ritratto sociale particolareggiato del 
movimento anarchico nel capoluogo 
lombardo, dove le vicende italiane e i 
continui rimandi all’anarchismo in Italia 
fanno da sfondo alle biografie dei mili¬ 
tanti, ai loro dibattiti, litigi, cooperazio¬ 
ni, alle loro idee, al loro attivismo e in 
particolare ai loro giornali. Il materiale 
pubblicato dagli anarchici a Milano è 
vasto e, secondo Buttà, costituisce il 
loro lascito principale, l’eredità cultu¬ 
rale del movimento libertario. Attorno 
a testate giornalistiche come II Mar¬ 
tello, Tito Vezio, L’Amico del Popolo, Il 
Grido della Folla, La Protesta Umana, 
Sciarpa Nera, Umanità Nova e altri, si 
riunirono individui, militanti, reti sociali 
di persone che si conoscevano e che 
sostenevano campagne politiche con¬ 
tigue e complementari. Gli anarchici 
milanesi furono coinvolti in numerose 
iniziative: diedero vita a una Scuola 


moderna, si schierarono con i lavoratori 
negli scioperi delle fabbriche milanesi 
di inizio secolo, condussero battaglie 
anti-militariste, parteciparono alla Set¬ 
timana Rossa del giugno 1914, si op¬ 
posero alla prima guerra mondiale, nel 
biennio 1919-1920 s’illusero che la 
rivoluzione sociale fosse a portata di 
mano e invece si ritrovarono a combat¬ 
tere contro l’avanzata di Mussolini e del 
fascismo. L’ultimo capitolo del libro rac¬ 
conta i fatti successivi alla strage del 
Teatro Diana nel marzo 1921, la qua¬ 
le segnò l’inizio di un declino sempre 
più rapido del movimento anarchico, 
non solo milanese ma in tutto il paese. 
Come tutte le voci dissenzienti, il regi¬ 
me fascista finì per mettere a tacere 
anche quella degli anarchici grazie alle 
leggi sulla stampa del 1926. 

Una delle tesi dell’autore del libro è 
che Milano non fu solo il centro princi¬ 
pale dell’anarchismo individualista in 
Italia, ma offrì l’opportunità a diverse 
correnti dell’anarchismo di svilupparsi e 
di confrontarsi. La storia del movimento 
anarchico locale conferma così la na¬ 
tura del capoluogo lombardo come un 
laboratorio di idee e di pratiche sociali 
e politiche. Milano rappresentò un ter¬ 
reno fertile per un movimento dinamico, 
spesso disorganizzato, ma organico 
perchè fatto di strette reti di relazioni 
basate sulla solidarietà tra i militanti. Un 
movimento che, nel 1891, Luigi Galle- 
ani poeticamente definì “una concorde 
irrequieta attivissima schiera di giovani 
esuberanti di fede ed energia d’un ane¬ 
lito di battaglia irresistibile". 

Giovanni Carletti 


L’amore? 

È l’anarchia 
nel cuore 

“Mi sono sentita tanto in colpa di es¬ 
sere di nuovo felice, nonna. Era come se 
tutti mi dicessero: come puoi partire per 
una vacanza, bere un bicchiere di vino, 
amare un uomo, farti amare nel piacere, 
dormire dopo. Come puoi essere anco¬ 
ra viva, insomma, e aver voglia di stare 
ancora nel mondo. Hai dimenticato le 
bambine? Vergognati. È come se mi di¬ 
cessero che sono morta anche io, e che 
è uno scandalo che mi ribelli." 


Concita De Gregorio 


Mi sa che fuori 
è primavera 



L’ultimo libro di Concita De Gregorio 
Mi sa che fuori è primavera (Feltri¬ 
nelli, Milano, 2015, pp. 128, € 13,00) 
dà voce a una donna, Irina, oggi cin¬ 
quantenne, che ha vissuto una trage¬ 
dia immane, un dolore che non si può 
raccontare, e che ha trovato la forza di 
affrontarlo e il coraggio di ribellarsi per 
continuare a vivere, per non acconten¬ 
tarsi di sopravvivere alla catastrofe. 

I fatti sono noti, la cronaca raccon¬ 
ta una storia terribile: nel gennaio del 
2011, il marito di Irina - la coppia è se¬ 
parata e sta divorziando - sparisce dal 
suo domicilio di Saint-Sulpice presso 
Losanna in Svizzera con le figlie Ales¬ 
sia e Livia, due gemelline di sei anni. 
Dopo diversi spostamenti, da Marsi¬ 
glia, alla Corsica, al sud Italia, l’uomo si 
butta sotto un treno a Cerignola, in Pu¬ 
glia; delle bambine, di cui lui ha lasciato 
scritto “riposano in pace", “non hanno 
sofferto", “non le rivedrai mai più", non 
si è più avuta traccia. La madre, Irina 
Lucidi - italiana, che vive e lavora come 
avvocato a Losanna da diversi anni - 
appare più volte sulle reti televisive 
centroeuropee con i suoi appelli sobri, 
determinati, strazianti. E vani. 

Non è mia intenzione soffermarmi sui 
terribili fatti che hanno stravolto e lace¬ 
rato la vita di Irina, la vita di una madre e 
delle sue bambine, né esprimermi sull’o¬ 
pera giornalistica e letteraria della De 
Gregorio, ma piuttosto rilevare quanto i 
pregiudizi e il moralismo possano cari¬ 
care sulle spalle di una donna, vittima di 
una tragedia oltre l’immaginabile, l’om¬ 
bra pesante di una o più colpe e un’ulte¬ 
riore condanna. 


60 


cultura 






I pregiudizi, subdoli ma rassicuranti 
per chi li ha e se li coltiva, non certo per 
chi li subisce. I primi contro cui Irina ha 
dovuto far fronte sono quelli classici: 
donna indipendente, italiana in Svizzera, 
avvocato, parla cinque lingue, guada¬ 
gna meglio e, all’interno della stessa dit¬ 
ta, è più riconosciuta professionalmente 
del marito; a volte è lontana da casa, per 
lavoro, non sarà certo dunque né una 
moglie né una madre ideale. Si è ribel¬ 
lata alla pena di un matrimonio oppres¬ 
sivo, ha chiesto il divorzio, si è dunque 
caricata della colpa di aver distrutto, lei 
per prima, la famiglia. Sì perché il fat¬ 
to che il marito non fosse né ideale né 
psicologicamente equilibrato non entra 
un granché in linea di conto prima della 
tragedia. 

Contro questi pregiudizi, positivi nei 
confronti del marito e negativi nei suoi 
confronti, Irina ha dovuto lottare da su¬ 
bito, non solo con l’entourage famigliare 
e domestico, non solo nel corso delle 
pratiche di separazione e divorzio ma 
soprattutto nelle fasi di denuncia della 
scomparsa delle bambine. Pregiudizi, 
moralismi e sentenze terribili che get¬ 
tano ombre di sospetto a cui è difficile 
sottrarsi e che marchieranno Irina come 
vittima non innocente. 

A questa sentenza sottaciuta di par¬ 
ziale colpevolezza, alla condanna “a 
vita" della scomparsa, della morte non 
accertata, senza un dove, un come, un 
quando delle sue bambine, sulle spalle 
di Irina si aggiunge un’altra colpa, quella 
di voler continuare a vivere, di volersi ri¬ 
appropriare di una vita degna di essere 
vissuta. Sì perché questo suo ostinato 
attaccamento alla vita malgrado la tra¬ 
gedia, questo suo opporsi alla morte 
viva senza possibili sconti di pena, de¬ 
stino segnato per una giovane madre 
sopravvissuta, si scontra violentemente 
contro un moralismo anche maschilista, 
contro il perbenismo di una società più 
benpensante che solidale. In questo 
senso la sua tenacia è vista come una 
scandalosa disubbidienza. Forse è un 
non detto, ma è un pensiero così denso 
da pesare più di una sentenza scritta. 

II racconto di Concita De Gregorio 
disegna il profilo di una donna corag¬ 
giosa, forte, lucida anche nello strazio 
vuoto e opprimente e disarmante della 
scomparsa e traduce e trasmette bene 
l’energia e le fatiche, razionali ed emo¬ 
tive, necessarie non solo per resistere 
alla morte nel cuore ma anche per op¬ 
porsi appunto alle condanne silenziose 


di un ordine simbolico e di un moralismo 
malato, ritrovati sia nel contesto e nella 
famiglia acquisita in Svizzera, sia nella 
sua famiglia italiana. 

L’anarchia nel cuore, che è poi capa¬ 
cità di ascoltare innanzitutto sé stessi, 
l’amore che sgorga a rivendicare il dirit¬ 
to di vivere ancora, di essere quello che 
vogliamo, che sentiamo di essere, sen¬ 
za calpestare gli altri ma senza lasciarci 
calpestare; è una forma di libertà che 
sento e ammiro profondamente, di cui 
percepisco la purezza, la dolorosa fer¬ 
mezza e la paradossale, inevitabile fra¬ 
gilità. Perché siamo tutti pieni di pregiu¬ 
dizi, troviamo tutti scorciatoie e strade 
comode e ribellarsi è una fatica imma¬ 
ne che non sempre, anzi, decidiamo di 
intraprendere. “Toglierci dal posto che 
gli altri ci assegnano, possiamo", dice 
Irina, “gli altri non sono il destino". È 
con questa determinata leggerezza 
che Irina riesce a sollevare anche il 
cuore di chi legge, ad infondere forza, 
a regalare energia vitale capace di op¬ 
porsi ostinatamente e serenamente ad 
ogni corrente. 

“Ferite d’oro. Quando un oggetto di 
valore si rompe, in Giappone, lo si ripara 
con oro liquido. È un’antica tecnica che 
mostra e non nasconde le fratture. Le 
esibisce come rinascita. Anche per le 
persone è così. Chi ha sofferto è prezio¬ 
so, la fragilità può trasformarsi in forza. 
La tecnica che salda i pezzi, negli esseri 
umani, si chiama amore." 

L’amore di Irina per le sue bambine, 
per la vita, la sua e quella di altre madri, 
di altri bambini, altri famigliari, ha vinto 
sul dolore. A partire dal 2011, ha fonda¬ 
to “Missing Children Switzerland", una 
ONG inserita in una rete europea che 
assiste le famiglie e le autorità in tutte 
le fasi degli eventi legati alla scomparsa 
di minori. 

NeH’immaginario di oggi, che fa 
della positività un valore supremo, la 
grande resistenza di Irina, questa sua 
intraprendenza e capacità di trovare 
le risorse per far trarre profitto ad altri 
dalla sua tragedia, è senz’altro guar¬ 
data con ammirazione. È così anche 
per la sua non-docilità, per la sua ferma 
capacità di dissentire e di distanziarsi 
dalla corrente morale di una collettivi¬ 
tà? Non sarebbe più facile compatirla 
se avesse ceduto ad altri, all’insieme 
di norme civili democraticamente rico¬ 
nosciute, la capacità di scegliere tra 
il bene e il male invece di ostinarsi a 
seguire il nocciolo duro della sua co¬ 


scienza? Non so quanti pesi e quante 
misura abbiano le nostre incoerenze, 
ma fa sempre bene chiederselo. 

Paola Pronini Medici 


La fine della scuola 

e le alternative 
libertarie 

È recentemente uscito il volume del 
nostro collaboratore Francesco Codel- 
lo sulla scuola. Si intitola La campa¬ 
nella non suona più . Fine dei siste¬ 
mi scolastici e alternative liberta¬ 
rie possibili (Edizioni La Baronata, 
Lugano, 2015, pp. 208, € 17,50). Per 
richieste: Edizioni La Baronata, Casella 
postale 328, CH-6906 Lugano (Sviz¬ 
zera), www. an arca-bolo, chibaro n a ta 

baronata@anarca-boio.ch 

baronata@biuemaii.ch 

Ne ripubblichiamo l’introduzione. 

«Vaso, creta o fiore? Né riempire, 
né plasmare ma educare». Questa me¬ 
tafora coniata da Colin Ward ( Talking 
Schools , 1995) sintetizza in modo 
esemplare il possibile significato di 
educazione libertaria. I fondamenti che 
stanno alla base di un’autentica edu¬ 
cazione antiautoritaria possono, infat¬ 
ti, sostanziarsi in questa definizione: 
educare non è riempire (il vaso), non 
è neppure plasmare (la creta), ma pro¬ 
muovere il naturale sbocciare del fiore. 
Tutto questo, apparentemente sempli¬ 
ce, comporta alcune considerazioni e 
mette in luce una varietà di problemati¬ 
che davvero importanti. 

Che cos’è l’educazione libertaria, in 
che cosa si differenzia da una autorita¬ 
ria, come può realizzarsi concretamen¬ 
te, qual è il ruolo dell’insegnante nella 
relazione educativa, e quello dei genito¬ 
ri, la Scuola (il sistema scolastico) che 
soprassiede alla formazione attuale può 
essere modificata? Queste, e molte al¬ 
tre domande, ricorrono sistematicamen¬ 
te in quanti hanno a cuore la realizzazio¬ 
ne di un’educazione libertaria. 

Occorre innanzitutto ritornare al si¬ 
gnificato originario della parola “educa¬ 
zione", riflettere sull’etimologia e analiz¬ 
zare poi la sua evoluzione di significato 
(semantica). Capire perché, da un con¬ 
cetto di educare sorto per significare il 


cultura 


61 



“tirar fuori" ( ex-ducere ), si sia transitato 
nel corso del tempo a un’idea diame¬ 
tralmente opposta (riempire, plasma¬ 
re, eco.), è molto importante. Questa 
operazione di genealogia filosofica è 
indispensabile per capire i meccanismi 
che il dominio, nelle sue varie espres¬ 
sioni, mette in atto per far apparire con¬ 
solidato e vero un concetto che all’ori- 
gine aveva altri significati. Infatti, edu¬ 
care sta proprio a significare l’azione 
che il soggetto compie nel trarre da sé 
il suo pensiero, in relazione con gli altri 
e con la mediazione dell’ambiente. Se 
questo è il concetto originario, appare 
del tutto evidente quanto si sia venuto 
formando un pensiero diametralmen¬ 
te opposto nel corso dei secoli, tanto 
da far perdere completamente questa 
realtà e imporre una visione educati¬ 
va profondamente autoritaria, fondata 
sulla negazione di questa relazione e 
sull’inaugurazione di una gerarchizza- 
zione dei rapporti educativi. 

La metafora della levatrice 

Pressoché tutte le concezioni peda¬ 
gogiche, tranne pochi esempi, hanno, 
nel corso della storia, manipolato la 
concezione originaria sostenendo una 
relazione educativa a-simmetrica, ge¬ 
rarchica, autoritaria. In questo modo si 
è passati da un’idea di soggetto auto- 
educantesi a una di oggetto dell’inter¬ 
vento sistematico, voluto, programma¬ 
to di educazione e istruzione. Questo 
è avvenuto perché le teorie e le prassi 
educative che si sono imposte storica¬ 
mente, si fondano su un’idea antropolo¬ 
gica a priori, su una concezione filosofi¬ 
ca, o religiosa, o politica o economica, 
eco., in sostanza si ispirano a una visio¬ 
ne teleologica della storia, inverandosi 
in pratiche educative che hanno come 
fondamento della propria giustificazio¬ 
ne e realizzazione, il dover essere del 
bambino e della bambina, in generale 
dell’altro da sé. Allora, come diceva 
Mark Twain, l’educazione è divenuta la 
difesa organizzata degli adulti contro la 
gioventù, si è imposta cioè quella che 
Paulo Freire ha efficacemente definito 
una visione “bancaria” dell’educazione, 
cioè una sorta di dono che i sapienti 
(così si considerano) fanno agli igno¬ 
ranti. Le caratteristiche di questa tra¬ 
dizione educativa si possono cogliere 
nell’insieme di informazioni e abilità del 
passato da trasmettere alle nuove ge¬ 
nerazioni, nelle regole e norme di con¬ 
dotta a cui addestrare la gioventù, nel 


complesso dell’organizzazione su cui 
basarsi fatta di programmi, valutazioni, 
classificazioni, regole disciplinari, ritua¬ 
li, gerarchie, eco. L’educatore (inse¬ 
gnante o genitore) diviene una sorta di 
funzionario-agente di questo processo 
in una relazione autoritaria con l’edu¬ 
cando. Se, dall’avvento del cristianesi¬ 
mo e soprattutto a partire dall’età me¬ 
dioevale, la pedagogia era considerata 
ancella della teologia, oggi il comples¬ 
so sistema educativo e le teorie che lo 
inverano, sono al servizio della logica 
del consumo e dell’interiorizzazione di 
falsi bisogni e false verità. 

La visione dell’educazione domi¬ 
nante è comunque, ieri come oggi, 
una concezione depositaria , cioè una 
rappresentazione dell’idea educativa 
fondata su una separazione sostanzia¬ 
le, magari talvolta non facilmente ma¬ 
nifesta, tra chi detiene le conoscenze 
e ha il diritto-dovere di tramandarle, e 
chi è l’oggetto di questa trasmissione. 
Da queste premesse deriva la centrali¬ 
tà che il complesso sistema educativo 
(scuola, famiglia, altri soggetti) asse¬ 
gna alla formazione. Formare è divenu¬ 
ta la parola “magica" e simbolica che 
dà voce alla necessità, sempre più 
impellente, di garantire un consenso 
diffuso, una pratica consumistica ma, 
soprattutto, di creazione di un nuovo 
modello antropologico che abbia inte¬ 
riorizzato quei valori e quei comporta¬ 
menti, ritenuti necessari per mantenere 
un consenso generalizzato a questa 
visione del mondo. La formazione, dun¬ 
que, diviene sempre più sinonimo di 




La campanella 
non suona più 

Fine dei sistemi scolastici e 
alternative libertarie possibili 



lidi r i*n i 
MdR >>n 1 1 d 


educazione, capovolgendone il signifi¬ 
cato, e sostituendosi alla più coerente 
istanza della liberazione. Liberazione 
che invece si accomuna con un’idea 
di educazione libertaria e recupera una 
caratteristica originaria propria del si¬ 
gnificato vero della parola “educare" e 
che rievoca la metafora della levatrice, 
di quell’azione reciproca che compie, 
da un lato la donna che partorisce e, 
dall’altro, la persona che sta per venire 
al mondo. Questa prospettiva educati¬ 
va libertaria è dunque un educare a es¬ 
sere, a divenire ciò che si desidera par¬ 
tendo da ciò che progressivamente si 
è. Non solo, pertanto, non dover essere 
secondo un disegno predefinito da al¬ 
tri, ma neanche un essere ciò che si è 
secondo una concezione riduzionista 
e genetica della vita umana. Compa¬ 
re nella concezione libertaria, un’idea 
educativa dell’essere che si realizza 
progressivamente nella relazione con 
l’altro e con l’ambiente, un individuo 
che afferma la sua peculiare diversità 
e costruisce il suo futuro su un atto li¬ 
bero e autonomo di volontà, attraverso 
le inevitabili mediazioni con il contesto 
esterno alla sua soggettività. 

L’azione educativa 

per la trasformazione sociale 

La libertà diviene dunque autodeter¬ 
minazione individuale, ma necessaria¬ 
mente intrecciata con le altre diversità, 
altrettanto rilevanti, e con l’adesione 
libera e autonoma a un insieme di rela¬ 
zioni sociali ugualmente indispensabili 
e vitali. Così il sapere, la conoscenza, 
la novità, è su di sé e non “utili" o per 
servire a qualcosa. Allo stesso modo la 
libertà, come ci ha dimostrato Bakunin, 
non è quella della concezione liberale 
(la mia libertà finisce, dove inizia quel¬ 
la dell’altro), ma è quella anarchica (la 
libertà individuale si realizza solo a con¬ 
dizione che gli altri siano altrettanto libe¬ 
ri). Gli altri non sono dunque un limite 
ma un presupposto imprescindibile 
per permettere al mio essere di realiz¬ 
zare la sua, propria, specifica, libertà. 
Appare evidente, in questa prospettiva 
filosofica, il recupero della filosofia di 
Parmenide, nutrita della sensibilità co¬ 
smocentrica, propria dei cosiddetti filo¬ 
sofi pre-socratici. Se l’essere è, non può 
non essere, sosteneva il filosofo nato 
nella Magna Grecia (presumibilmente 
nel 540 a.C.), così come il non essere 
non è e non può in alcun modo essere. 
Il percorso educativo è allora quel cam- 


62 


cultura 








mino che conduce alla consapevolezza 
di se stessi, nel seguire in ogni istante 
l’essere, così come il mutare presenta 
sempre nuovi eterni innanzi a ciascuno 
di noi. Ciò è indispensabile se si deside¬ 
ra che ciascuno sia in grado di capire e 
di avere coscienza della situazione in cui 
ci si trova. La cultura del nostro tempo 
invece nega un senso fondamentale al 
mondo e all’esistenza, poiché il pensa¬ 
re dominante è quello che si interessa 
della singola parte, è il pensare speciali¬ 
stico, che ha estromesso la dimensione 
olistica dell’esistenza. 

Qui ci arrivano alla mente i versi di 
Thomas S. Eliot: «In my beginning is my 
end. In my end is my beginning» e la 
concezione greca del tempo circolare e 
non lineare. Il mio inizio è la mia fine, la 
mia fine è il mio inizio, vale a dire proprio 
che l’essere, anche quando apparente¬ 
mente diviene, è sempre l’essere che è 
in quel momento, dunque provvisoria¬ 
mente ma continuamente assoluto. 

Ciò che è indispensabile allora ap¬ 
prendere è seguire se stessi, non cerca¬ 
re nell’altro da sé la verità e la via. Come 
ci ricorda mirabilmente Nietzsche, in 
Così parlò Zarathustra : «Voi non aveva¬ 
te ancora cercato voi stessi: ecco che 
trovaste me. Così fanno tutti i credenti; 
perciò ogni fede vale così poco. E ora vi 
ordino di perdermi e di trovarvi; e solo 
quando mi avrete tutti rinnegato io tor¬ 
nerò tra voi». Nella relazione libertaria 
l’educatore diviene accompagnatore, 
non passa al tuo posto ma viene con 
te. I pellerossa aspettavano di vedere 
chi era il bambino, impiegavano il tem¬ 
po necessario prima di dargli un nome, 
per conoscere la risultante psichica e 
psicologica che lo caratterizzava, prima 
di chiamarlo con un nome. L’obiettivo 
principale, pertanto, non è il risultato, 
ma l’enfasi è posta sul processo, l’at¬ 
tenzione è al rispetto di ciò che conti¬ 
nuamente si è, né su ciò che si vuole 
che l’altro divenga, né su quello che si 
ha stabilito a priori che deve necessa¬ 
riamente essere. 

Persino Kant, nella sua opera più im¬ 
portante e culminante la sua ricerca filo¬ 
sofica (Critica della facoltà di giudizio ), 
dissertando sul bello e sul sublime, si 
lascia andare alla convinzione che sia ne¬ 
cessario contemplare le cose belle senza 
chiedere loro di corrispondere ai nostri 
canoni estetici. Educare a essere dunque 
si può ritenere come il presupposto fon¬ 
dativo di un’educazione autenticamente 
libertaria perché pone al centro il soggetto 


singolo e lo sostiene nella relazione socia¬ 
le. Il fulcro allora del rapporto educativo 
è veramente l’educando (bambino/a) e 
non l’educatore (l’adulto). 

La centralità è fissata sull’appren¬ 
dimento e non sull’insegnamento e da 
questo presupposto devono essere 
declinate sia le azioni, sia progettate e 
realizzate le organizzazioni, in grado di 
mantenere coerentemente questa pro¬ 
spettiva. 

Alcune esperienze concrete 

Tutta la tradizione libertaria, a par¬ 
tire dalle pagine illuminanti di Godwin 
(The Enquirer , 1823), si è collocata 
nel solco di pensare l’azione educativa 
come uno dei mezzi fondamentali per 
poter promuovere un cambiamento ra¬ 
dicale della società. L’idea di un uomo 
nuovo, antropologicamente diverso, in 
grado di desiderare e poi vivere una re¬ 
altà relazionale libera da ogni forma di 
dominio, è stata un obiettivo costante 
degli anarchici. Ma, i più acuti e attenti, 
hanno anche rilevato come l’enfasi sul 
nuovo non avrebbe garantito una piena 
liberazione dell’individuo. Occorreva 
affiancare l’oggettiva novità (rispetto 
alla tradizione) con la sottolineatura 
della libertà necessaria e imprescindi¬ 
bile che deve accompagnare questa 
trasformazione. In fin dei conti molti 
altri pensatori e movimenti hanno pen¬ 
sato di generare un uomo nuovo nel 
corso della storia e questa novità non 
ha sempre rappresentato una vera libe¬ 
razione. Ecco che dunque la tradizione 
libertaria deve sottolineare con forza la 
priorità della dimensione dell’autono¬ 
mia e della libertà rispetto a quella del¬ 
la novità. Perorare l’ideale di un uomo 
nuovo non caratterizza completamen¬ 
te un’educazione libertaria poiché si 
fonda comunque su un’idea (seppur 
diversa) di modello antropologico defi¬ 
nito pertanto a priori e caricato, arbitra¬ 
riamente, di valore positivo. Si ritorna 
dentro lo schema dell’educare al dover 
essere e poco importa (in questo sen¬ 
so) che si ritenga questo dover essere 
migliore dell’attuale. 

Educare significa, per la tradizione 
libertaria, liberare, sciogliere, portare alla 
luce, quanto di più profondo, autentico, 
intenso, vi è in ciascuno di noi nel momen¬ 
to in cui si compie la relazione educativa. 
Pertanto non vi può essere educazione 
senza auto-educazione, senza quella liber¬ 
tà e quell’autonomia che caratterizzano 
una relazione dialogica che si sviluppa 


per larga parte sull’incidentalità come 
presupposto dell’istruzione e dell’edu¬ 
cazione stessa. Paul Goodman ripeteva 
che ai bambini non bisogna insegnare, 
bensì permettere di scoprire. Essi devo¬ 
no essere incoraggiati a indovinare e a 
usare il cervello, invece di venir esaminati 
sulle giuste risposte. L’educazione e l’ap¬ 
prendimento incidentale sono naturali, 
spontanei, inevitabili, non così invece 
quelli formali e istituzionalizzati, che sono 
deliberati, programmati, definiti, valutati 
conseguentemente. 

Le esperienze storiche caratteristi¬ 
che dell’anarchismo militante, quelle 
di Cempuis (Paul Robin), La Ruche 
(Sébastien Faure), Escuela Moderna 
(Francisco Ferrer), Jasnaja Poljana (Lev 
Tolstoj), le scuole di Madeleine Vernet e 
Louise Michel, solo per ricordare quelle 
più note, sviluppatesi tra la fine dell’Ot¬ 
tocento e la prima metà del Novecento, 
cresciute anche grazie alle intuizioni di 
Stirner, Bakunin, Kropotkin, Reclus, e 
molti altri militanti e pensatori libertari, 
sono lì a testimoniare della vitalità di un 
pensiero educativo autenticamente an¬ 
tiautoritario. 

Questo filone di scuole ed esperien¬ 
ze si collega idealmente a quel movi¬ 
mento, così forte e presente oggi nei 
diversi continenti, di scuole “democrati¬ 
che" che trovano la loro primaria fonte 
nella scuola di Summerhill, in Inghilterra, 
fondata nel 1921 (dapprima in Germa¬ 
nia e poi dal 1924 nel Suffolk inglese) 
da Alexander Neill. Le scuole libertarie 
presentano, seppur così variegate e 
diverse anche geograficamente, alcuni 
tratti comuni che le differenziano radi¬ 
calmente dalla scuola tradizionale. La 
centralità, essendo posta sull’apprendi¬ 
mento e non sull’insegnamento, mette 
a fuoco l’educando e le sue esigenze, 
i suoi tempi, le sue attese, le sue curio¬ 
sità, le domande, eco., in una concezio¬ 
ne dello sviluppo della conoscenza che 
non sia lineare e rigidamente consecu¬ 
tiva ma pensata come una spirale, per 
permettere un processo infinito che va 
dalla non conoscenza alla conoscenza, 
per poi ritornare alla non conoscenza, 
e così all’infinito. Errori, tentativi, speri¬ 
mentazioni, devianze, creatività, ricer¬ 
che, costituiscono l’humus sostanziale 
del processo di apprendimento. La 
motivazione è intrinseca, liberata cioè 
da una valutazione giudicante e classi¬ 
ficante, non fondata su premi e castighi, 
quindi non estrinseca. La gestione delle 
comunità educanti è improntata a una 


cultura 


63 


reale democrazia diretta che determina 
un processo decisionale paritario tra 
bambini e adulti. La frequenza alle le¬ 
zioni è facoltativa e concordata, grazie 
anche a una relazione fortemente empa¬ 
tia che deve intercorrere tra educatori 
ed educandi. Le metodologie didattiche 
sono fondate sulla massima varietà, 
comunque tutte costruite su quell’attivi¬ 
smo didattico indispensabile per coniu¬ 
gare esperienza vera e conoscenza pro¬ 
fonda. L’educazione è dunque integrale 
e armonica, per corrispondere all’esi¬ 
genza di uno sviluppo della personalità 
completo e ricco di specificità indivi¬ 
duali, pertanto la diversità e l’originalità 
sono stimolate e incoraggiate. Bambine 
e bambini, insomma, sono liberi di im¬ 
parare e autonomi nell’esprimere se 
stessi globalmente, mettendo al centro 
di questo percorso il corpo vero e rea¬ 
le, le molteplici intelligenze, le variegate 
curiosità. 

Su questi presupposti educativi si 
fonda la critica ai sistemi scolastici, che 
in questo libro vengono analizzati, e in 
nome di questi principi e di queste pra¬ 
tiche sono presentate alcune esperien¬ 
ze concrete di un modo radicalmente 
diverso di fare scuola, con lo scopo di 
dimostrare che non solo un’altra educa¬ 
zione è possibile, ma è quanto mai ur¬ 
gente praticare. 

Raccogliendo le suggestioni che 
ci provengono da Albert Camus pos¬ 
siamo dire che educare significa toc¬ 
care ciò che esiste di più vivo e vitale 
in ogni essere umano, è contagiare e 
accendere il fuoco della passione. Per 
consentire a questa contaminazione di 
svilupparsi, per permettere quella che 
l’anarchico individualista E. Armand de¬ 
finiva iniziazione , è indispensabile as¬ 
sumere una postura diversa, muoversi 
come ci si muove quando si cammina 
sulla sabbia e si cerca l’equilibrio, con¬ 
sci che ogni piccolo spostamento mo¬ 
difica l’equilibrio stesso. In altre parole, 
prendendo a prestito dei versi di Janu- 
sz Korckzak (educatore libertario po¬ 
lacco ed ebreo morto assieme ai suoi 
bambini nel campo di concentramento 
di Treblinka), è indispensabile mettersi 
di fianco, trovare il vero senso della pa¬ 
rola rispetto , amare senza se e senza 
ma, in sostanza permettere a ciascuno 
di essere ciò che è: 

«Dite: è faticoso frequentare i bam¬ 
bini. Avete ragione. Poi aggiungete: 
perché bisogna mettersi al loro livel¬ 
lo, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi 


piccoli. Ora avete torto. Non è questo 
che più stanca. È piuttosto il fatto di 
essere obbligati a innalzarsi fino all’al¬ 
tezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allun¬ 
garsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per 
non ferirli.» 


Francesco Codello 


La repubblica 
dell’immaginazione/ 

La dittatura 
delVindifferenza 

Credo di dire un’ovvietà affermando 
che il grado di civiltà di un paese vada 
misurato prima di tutto attraverso l’os¬ 
servazione del suo sistema scolastico 
e poi, subito conseguente, nel rapporto 
che intrattiene con la cultura. 

Nel libro di cui sto per parlare si dice: 
“La vocazione del maestro è tra le più 
elevate che l’uomo conosca. Né la poli¬ 
tica né la religione ci conferiscono una 
missione più elevata di questo precipuo 
mestiere di dispiegare e rafforzare le po¬ 
tenzialità dell’animo umano". 

E inoltre: “Se i nostri figli non hanno 
imparato a pensare in maniera critica, 
non è perché vengono imbottiti di troppa 
poesia e storia. Al contrario, è colpa di 
una cultura che rende costoso e irrilevan¬ 
te l’accesso al pensiero libero. È colpa 
dei docenti stracarichi di lavoro e sotto¬ 
pagati, della mancanza di fondi pubblici 
per l’istruzione, della carenza di disciplina 
o di rispetto per l’apprendimento e per gli 
insegnanti: è colpa di una cultura troppo 
incentrata sui soldi, sul successo, sull’in¬ 
trattenimento, sul rendere la vita più faci¬ 
le che significativa". 

Uscito lo scorso mese di agosto per 
quelli di Adelphi, il libro in questione è 
La repubblica deirimmaginazione 
(Milano, 2015, pp. 288, € 19,00) della 
scrittrice iraniana Azar Natisi, resa fa¬ 
mosa a livello internazionale da Leggere 
Lolita a Teheran , il suo primo libro, pub¬ 
blicato in traduzione italiana nel 2004 
(vedi “A" 398-maggio 2015). 

Azar Natisi ha insegnato letteratura 
anglo-americana in varie università del 
suo paese fino a quando le restrizioni del 
governo degli ayatollah non gliel’hanno 
impedito. Dal 1997 vive negli Stati Uniti 
e dal 2008 è cittadina americana. 

Oggi prosegue la sua riflessione 


spostando l’attenzione sul rapporto che 
il paese che la ospita intrattiene con la 
libertà, domandandosi se non sia forse 
possibile che la letteratura occidentale 
si rivolga più alle anime bramose di cul¬ 
tura della repubblica islamica dell’Iran 
che agli abitanti della terra dov’è nata. 
Chiedendosi se non sia per caso vero 
che chi affronta la censura, la tortura e il 
carcere per poter leggere libri, ascoltare 
musica, guardare film e conoscere ope¬ 
re d’arte vede tutto questo sotto un’altra 
luce. È possibile che nelle democrazie 
il bisogno di leggere non sia poi così 
impellente e perché? 

Dice Scout, la bambina protagonista 
di II buio oltre la siepe (romanzo di Har- 
per Lee e bellissimo film diretto da Ro¬ 
bert Mulligan nel 1962): “Leggere non 
mi è mai piaciuto tanto, finché non ho 
avuto paura di non poterlo più fare. Non 
si ama respirare". 

Significa che per comprendere dav¬ 
vero la necessità vitale di una cosa è 
necessario arrivare al punto di perderla? 

La scrittrice fa ruotare le circa tre¬ 
cento pagine del libro intorno a questi 
interrogativi e per farlo racconta storie, 
quelle dei protagonisti dei testi di cui 
parla, che si intrecciano alla sua che a 
sua volta si intreccia con quella di altre 
persone, in un fitto legame tra storie im¬ 
maginate e storie vissute che non perde 
mai di intensità. 

Parte dall’Ottocento, alla ricerca dei 
fondamenti dell’identità americana che si 
trova proprio nel carattere meticcio della 
sua popolazione, magistralmente narrata 
in quello che spesso è considerato un 



64 


cultura 






classico solo per ragazzi - Huckleberry 
Finn di Mark Twain - in realtà romanzo 
epico del primo ribelle americano e an¬ 
cora attuale atto d’accusa verso la nostra 
coscienza sociale, in quanto ben docu¬ 
menta come le persone cosiddette nor¬ 
mali o perbene, ma anche gli emarginati, 
possano smettere di ascoltare la propria 
interiorità e scegliere la più facile via che 
adotta i peggiori pensieri e pregiudizi 
sanciti dalla società. Tanto che, suggeri¬ 
sce la Natisi, attraverso la lettura di Huck 
Finn possiamo arrivare a chiederci se 
atrocità come lo schiavismo e l’olocau¬ 
sto sarebbero potute accadere senza la 
complicità - o cecità volontaria - di tanta 
gente “perbene”. 

Huck è un eroe ordinario, che sa sce¬ 
gliere tra quello che gli viene detto di fare 
e quello che invece ritiene giusto - forse 
esempio dell’individualismo americano 
nella sua forma migliore - figura molto più 
complessa del classico cowboy solitario 
che arriva in città, fa fuori i cattivi e se ne 
va in sella al suo cavallo. 

Di quanta America siamo fatti anche 
noi italiani? Dagli sbarchi alleati di fine 
guerra, alla cinematografia, alla musica, 
aH’immigrazione, l’Italia così com’è, nel 
male e nel bene, è l’Italia che siamo e il 
mito americano, costruito su una lunga 
schiera di piccoli eroi, anche noi l’abbia¬ 
mo guardato e in qualche misura ci ha 
influenzato. E se Huckberry Finn pos¬ 
siamo trovarlo tra i compagni che hanno 
formato la nostra preadolescenza, Bab- 
bit vive di riflesso in tutto quel mondo 
governato dal vendere e dal comprare 
che ha imperversato, imperversa e ora 
vacilla. 

George Babbit è il protagonista del 
libro più famoso di Sinclair Lewis: il clas¬ 
sico americano che si è fatto da sé, che 
ha sgobbato per arrivare dove è arrivato 
e che vive in un mondo governato dal 
business. Ha successo, una famiglia, una 
buona posizione sociale, ricchezza e un 
futuro sorridente. Ciò nonostante Babbit si 
chiede il perché? Perché malgrado questo 
si sente insoddisfatto? Domanda che lo 
accompagna per tutta la storia. 

Dopo Twain e Lewis, attraverso au¬ 
tori come William Faulkner e Carson 
McCullers - per citarne solo due - la 
scrittrice cerca di ripercorrere la storia 
del carattere e della realtà statuniten¬ 
se. Ci mostra le tante facce di un mito 
che ormai non sta più in piedi, che tra¬ 
balla insieme a tutto l’Occidente, per¬ 
ché la crisi, che affligge anche quel pa¬ 
ese, non è solo economica o politica, 


ma “qualcosa di più profondo che sta 
sconquassando il paese: una visione 
mercenaria e utilitaristica insensibile al 
vero benessere della gente, che taglia 
fuori l’immaginazione e il pensiero, che 
marchia come insignificante la passio¬ 
ne per la conoscenza.!...] Tutti gli stati 

- anche quelli totalitari - offrono lusin¬ 
ghe e tentazioni. Se cediamo, il prezzo 
che paghiamo è il conformismo: ci ab¬ 
bandoniamo ai dettami del gruppo. La 
letteratura è un antidoto, un memento 
sul potere della scelta individuale. Al 
centro di ogni romanzo c’è una scelta 
compiuta da almeno uno dei protagoni¬ 
sti, la quale ricorda al lettore che anche 
lui può scegliere di essere indipenden¬ 
te, di opporsi alle cose che i genitori, la 
società o lo Stato gli dicono di fare, e 
seguire il debole ma essenziale palpito 
del suo cuore". 

Con questo ottimo libro Azar Natisi 
continua a portare avanti la sua batta¬ 
glia in difesa del valore sovversivo della 
letteratura, di questa cosa meravigliosa 
che - come tutta l’arte, quando è vera 

- lascia libero il lettore di pensare e di 
sentire, di prendere le proprie decisio¬ 
ni riguardo ciò che sta leggendo. Che 
ci permette di osservare le storie degli 
altri, le loro scelte e, se vogliamo, since¬ 
ramente, porci la domanda: “E io? chi 
sono io?’’. 

Viviamo in una società che tende ad 
anestetizzarci, a non mostrare l’interez¬ 
za di un esistere fatto di gioia, dolore, 
vecchiaia e morte, salvo poi ridurre le 
atrocità più feroci a quotidiano spetta¬ 
colo televisivo senza emozioni. Siamo 
arrivati al punto che, invece di insegna¬ 
re ai giovani come nella vita non esista¬ 
no luoghi sicuri, che la sicurezza è illu¬ 
soria e la sola possibilità che abbiamo 
è vivere, sentire la vita nella sua totalità 
anche dolorosa - perché questo è l’u¬ 
nico modo col quale possiamo preser¬ 
vare la nostra umanità -, siamo arrivati 
al punto di voler mettere le avvertenze 
sui libri laddove si raccontano gesti di 
violenza (perché questo è ciò che sta 
accadendo nelle università americane), 
così che le giovani anime degli studenti 
non vengano turbate e possano evitare 
di leggere, ad esempio, quei passi di 
Dante troppo trucidi o quel Tolstoj trop¬ 
po realistico. 

In fondo censurare la letteratura o ri¬ 
fiutarla equivale a rifiutare il dilemma che 
ci accompagna e che chiamiamo vita. 

Silvia Papi 


Per un’urbanistica 

in chiave 
autogestionaria 

Contro l’urbanistica (Torino, 2015, 
pp. 158, € 12,00) è il titolo di un saggio 
di Franco La Cecia, apparso quest’anno 
per i tipi della Giulio Einaudi che ho letto 
di recente. Prima di questo avevo letto 
il suo romanzo “faustiano" Falsomiele, 
il diavolo a Palermo (2014, pp. 224, 
€ 13,00), edito nel 2014 da :duepunti 
edizioni. 

Ho provato ad intrecciare le mie im¬ 
pressioni su questi due testi che par¬ 
lano in realtà, sotto forme diverse - un 
approccio disciplinare il primo, romanzo 
il secondo - degli stessi argomenti. 

Contro l’urbanistica il primo, si ma a 
favore dell’urbanità, o meglio contro la 
attuale disciplina urbanistica così come 
è venuta configurandosi dopo i suoi ini¬ 
zi libertari. Inizi che come ci ricorda La 
Cecia in un capitolo dedicato affonda¬ 
no le loro radici nella collaborazione in 
Inghilterra alla fine del XIX secolo tra 
Peter Kropotkin e Patrick Geddes, che 
attraverso la rielaborazione di Lewis 
Mumford, Ebenezer Howard e altri ar¬ 
rivano in Italia nel secondo dopoguerra 
attraverso le figure di Carlo Doglio e 
Giancarlo De Carlo, questi ultimi maestri 
miei e di Franco alla facoltà di Architet¬ 
tura di Venezia negli anni Settanta. Per 
La Cecia l’urbanità è “quella produzio- 


Franco la Ceda 
Contro l’urbanistica 



Oggi le città hanno unii complessi¬ 
tà, ricchezza e povertà elio sfugge 
alla pian Emione schiava del ri<lu- 
zjOTiisvrto economico o di slogan co¬ 
mi 1 xmarl e smimwibtr. Serve una 
nuova, scienza dd rapire e Lire cit¬ 
tà die parla dal]’urbanu come espe¬ 
rienza vissuta dei suoi abitanti. 


cultura 


65 




ne di città che la gente fa normalmente 
vivendoci" citando Henry Lefebvre nel 
suo II diritto alla città del 1967. 

L’ineluttabilità della crescita illimitata 
dell’ambiente urbano a scapito di quel¬ 
lo agricolo è un fantasma agitato per il 
proprio profitto dalle teorie neo-liberali 
oggi dominanti che tendono a distrug¬ 
gere ogni forma di partecipazione dal 
basso e ogni forma di autogestione e 
democrazia. Se la disciplina urbanistica 
oggi si affida principalmente alla promo¬ 
zione di smart cities e segue il mito della 
sostenibilità , confidando nello sviluppo 
tecnologico e nei supporti informatici, 
per La Cecia “la democrazia è la possi¬ 
bilità di circolare fisicamente in una città 
(non come veicoli ma come corpi) tra 
altri individui conosciuti e sconosciuti" 
come afferma Rebecca Solnit. 

Il proliferare di modelli quali le smart 
city , le creative cities , resilient cities , 
open source cities ecc non sono altro 
che formule per l’onnogeinizzazione di 
ogni insediamento sul territorio, la mor¬ 
te della città e il tentativo definitivo di 
por fine ad ogni forma di intervento dal 
basso per la creazione di insediamenti 
di collettività che possano contribuire a 
modellare il proprio ambiente. Oggi “Le 
città [...] promettono di essere puri hub 
dell’ubiquità, porte di accesso a una ge¬ 
ografia smaterializzata.’’ 

Contro l’urbanistica è anche la rifles¬ 
sione di un architetto-antropologo sul 
concetto di “Ubiquità" sotto forma di 
saggio, così come Falsomiele , lo è sotto 
forma di romanzo. 

La Cecia ama la città, o meglio qual¬ 
siasi contesto urbano, dal piccolo villag¬ 
gio alle gigantesche megalopoli asiati¬ 
che passando per Ragusa di cui fa una 
splendida apologia nel suo saggio. 

Architetto non praticante, passato 
all’Antropologia Culturale, in realtà nelle 
sue opere migliori parla sempre di città, 
così come un altro architetto mancato, 
Orhan Pamuck, che dopo tre anni di 
architettura abbandona e si dedica alla 
scrittura. 

Una sindrome diffusa quella dell’ar¬ 
chitetto che nella vita fa tutt’altro ma fini¬ 
sce sempre per cantare la città, i luoghi 
urbani e le persone che determinano gli 
spazi, quelli che stanno, come li defini¬ 
sce La Cecia. Ad esempio gli abitanti 
degli slums che praticano la logica del¬ 
lo “stare" e dell'Immanenza che sfugge 
spessissimo a chi pianifica ma anche a 
chi lavora nelle Ong". 

Quasi tutti i romanzi di Pamuck par- 



FRANCO LA CECLA 

FALSOMIELE 

IL DIAVOLO, PALERMO 


lano di città, della sua città, Istambul, e 
ne descrivono gli spazi attraverso i corpi 
che la abitano e la definiscono. Pamuck 
ha realizzato il suo “Museo dell'Innocen¬ 
za" a Istanbul come omaggio alla sua 
città, La Cecia da buon antropologo ha 
cercato ovunque la sua città, conscio 
che “l’antropologia è la filosofia che ha il 
coraggio di vivere fuori" citando da Tim 
Ingold. L’antropologia ha da insegnare 
molto all’urbanistica, sostiene La Cecia, 
e forse la frase di Ingold in trasparenza 
si potrebbe leggere come: “l’antropolo¬ 
gia è l’urbanistica che ha il coraggio di 
vivere fuori". 

E La Cecia vive sempre fuori, come 
ne danno testimonianze le belle de¬ 
scrizioni di città intercalate al testo più 
propriamente di critica all’urbanistica. 
Città che pur essendo concrete e ben 
vive nelle sue descrizioni, da Yojakar- 
ta a Taskent o Shangai, passando per 
Istambul e Milano riecheggiano le atmo¬ 
sfere delle Città invisibili di Calvino o 
spesso come in maniera più trasparente 
in Falsomiele un affinità con la mitica 
città di Kalhesa del Progetto Kalhesa 
bellissimo racconto che ha pubblicato 
Giancarlo De Carlo con lo pseudonimo 
di Ismé Gimdalcha. Nel Progetto Kalhe¬ 
sa alla fine Ismé si chiede: “dove mai è 
Kalhesa? [...] Kalhesa non c’è, e anche 
che è dappertutto. Forse come tutte le 
città di valore inestimabile, Kalhesa ha la 
prerogativa di essere allo stesso tempo 
unica e universale". 

Khalesa, in modo trasparente è 
Palermo, la città di Franco La Cecia, 
la città dalla quale non esce mai nel 
suo Falsomiele pur intrecciando rap¬ 


porti e avventure in tutto il mondo. La 
sua dannazione e la sua salvezza sta 
in una frase finale del libro: “che senso 
ha perdersi se poi uno torna sempre 
indietro". Perdersi , sottotitolato l’uomo 
senza ambiente è a mio parere uno dei 
libri più belli di Franco insieme a Mente 
Locale , lo stare in un luogo col corpo e 
l’essere altrove pienamente, i due poli 
tra i quali La Cecia continua a oscillare 
e che tenta, ubiquamente di conciliare 
attraverso tutti i suoi libri e i suoi innu¬ 
merevoli viaggi di studio. Franco ven¬ 
derebbe l’anima - o l’ha già fatto? - per 
poter essere contemporaneamente in 
tutte le città del mondo che ama o che 
desidera ancora scoprire, di persona, 
con il proprio corpo, mentre prende un 
gelato nella sua Palermo, “al Foro Ita¬ 
lico, sul fronte di una Marina in cui il 
Mediterraneo è invisibile", per avere il 
dono dell’ubiquità, come candidamen¬ 
te confessa nel suo romanzo Falsomie¬ 
le. Franco sa benissimo che “Le guide 
mentono: I veri posti non ci sono mai." 
Come recita l’incipit di Falsomiele. “E 
poi nelle guide di Palermo, Falsomiele 
non c’è mai. Nessuno che ci sia mai an¬ 
dato: No Falsomiele non c’è ed è per 
questo che Caruso ci va." 

Caruso alter-ego dell’autore finirà per 
accettare il dono del misterioso Gaeta¬ 
no Volpes, novello Mefistofele che rega¬ 
la la merce più preziosa oggi, l’ubiquità, 
l’essere ovunque, la “reductio ad unum" 
di un pianeta che il neo-liberismo vuo¬ 
le trasformare in un’unica enorme “città 
furbetta”, traduzione letterale di smart 
city , in realtà un’unica omnicomprensiva 
mart’s city , luogo in cui trionfa il mart , un 
bel centro commerciale. 

Franco Buncuga 


Antispecismo e 
pensiero queer/ 

Percorsi per 
un 9 autodetermi¬ 
nazione 

Se d’improvviso immaginassimo di 
trovarci al centro di uno dei capannoni 
in cui si allevano polli broiler, o di venire 
catapultati a bordo di un peschereccio 
industriale al termine della sua giornata 
di strascico, di fronte a quelle distese di 
innumerabili forse un brivido ci suggerì- 


66 


cultura 



rebbe che cosa significa per un corpo 
non contare nulla. 

Corpi che non contano. Judith 
Butler e gli animali (Mimesis, Milano, 
2015, pp. 108, € 10,00) è un titolo che 
può essere letto in molte direzioni. Gli 
animali “da reddito" nella nostra società 
sono corpi che non contano. Ed è per 
questo che molto spesso i loro cadave¬ 
ri sono tanti che non si contano. Ma è 
anche un modo per interloquire con una 
delle più importanti filosofe del nostro 
tempo, Judith Butler (che ha scritto un 
testo famoso dal titolo Corpi che conta¬ 
no. I limiti discorsivi del “sesso’), e pro¬ 
vocarne il pensiero verso nuovi orizzonti 
di senso. 

Butler negli ultimi venti anni ha offer¬ 
to alcuni dei contributi più interessanti 
per la filosofia contemporanea, in cui 
l’analisi della performance di genere e 
il riconoscimento del lutto come que¬ 
stione intrinsecamente biopolitica arti¬ 
colano una riflessione sui processi di 
costituzione del soggetto e sul suo po¬ 
sizionamento nella struttura simbolica 
della nostra società. Butler ha risposto 
con interesse alla provocazione con 
cui i curatori Massimo Filippi e Marco 
Reggio la intervistano a proposito della 
questione animale. E ciò è forse potu¬ 
to accadere perché il pensiero queer 
e femminista, in quanto tenacemente 
fedele alla problematica dei corpi, ha 
per lunghi anni affilato gli strumenti 
più efficaci a decostruire la violenza 
strutturale su determinate categorie di 
viventi, e i binarismi normativi che sono 
capaci di “tagliarli fuori" dalla comunità 
morale. 

I contributi che accompagnano l’inter¬ 
vista rafforzano il ponte con il pensiero 
antispecista e ci aiutano a rileggere, radi- 
calizzandolo, il dibattito contemporaneo 
sul biopotere, sulle “vite precarie" e sulla 
vulnerabilità intesa non come limite ma 
come fondamento della comunità dei 
viventi. Filippi, Stanescu, Reggio, Iveson 
e Zappino partono dal confronto, appas¬ 
sionato e irriverente al tempo stesso, con 
i testi di Butler per parlare della necessità 
di riconoscerci “vite precarie", corpi vul¬ 
nerabili, “carne del mondo", insomma in 
definitiva animali. 

Al termine della lettura l’animalità si 
delinea come la soglia imprescindibile 
per capire i processi di distribuzione 
del potere, del privilegio, del riconosci¬ 
mento morale, finanche della vita e del¬ 
la morte. Come suggerito da Massimo 
Filippi nel l’Introduzione, «la definizione 


CORPI CHE NON CONTANO 

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ontologica di che cosa sia una vita non 
può essere sganciata da una discussio¬ 
ne squisitamente biopolitica». Impianto 
teorico che ci permette di individuare 
chiaramente nella questione “che cos’è 
la vita?" il problema fondamentale della 
nostra epoca, problema che non a caso 
è allo stesso tempo d’ordine metafisico, 
scientifico e politico. 

È a partire da qui che si può comin¬ 
ciare a rintracciare, attraverso i diversi 
autori della raccolta di saggi, una tes¬ 
situra nuova sul tema della vita e dei 
viventi, che sfida il paradigma moder¬ 
no della Persona e della Vita, sacre e 
continuamente sacrificabili, e svilup¬ 
pa arditamente tutte le possibilità dei 
concetti butleriani. Segue dunque al 
momento decostruttivo l’immagina¬ 
zione di nuove forme etiche e sociali, 
«indispensabili per una politica che si 
fondi sulla corpeazione condivisa, una 
politica capace di metterci nella condi¬ 
zione di affrontare la realtà violenta del¬ 
la contemporaneità». Il lutto è il perno 
su cui si articola questo movimento in 
avanti: la consapevolezza della comu¬ 
ne vulnerabilità dei viventi è portatrice 
di intenzionalità politica nel momento 
in cui, per dirla con le parole di Marco 
Reggio, «desidera che il proprio dolore 
per un evento ormai passato si rivolga 
al presente e al futuro, nella forma di 
una rivendicazione politica radicale». 

Ecco dunque che quello tra pensie¬ 
ro antispecista e pensiero queer si fa 
uno scambio assolutamente biunivoco 
di strumenti concettuali. Se la “norma 
eterosessuale" sarà uno strumento utile 
agli animalisti per capire come funzioni¬ 


no i dispositivi di naturalizzazione delle 
performance sociali, è la questione ani¬ 
male che, secondo Federico Zappino 
può inquadrare anche il regime politico 
dell’eteronormatività in un dispositivo 
più ampio e che egli definisce “norma 
sacrificale". 

Ed è infine grazie a questa nuova ami¬ 
cizia che il movimento per la liberazione 
animale può abbandonare una volta per 
tutte la posa virile del protettore e quel¬ 
la eroica del salvatore, e interpretare il 
proprio agire politico come una forma 
di sostegno a una resistenza che viene 
innanzitutto dagli animali stessi, veicolo 
quindi di “solidarietà politica" alla loro 
autodeterminazione, in quella che «è già 
una società multispecifica». 

Intorno alla voce di Butler i curatori 
costruiscono così un canto a più voci, 
che è quasi un requiem perché testimo¬ 
nia del lutto per gli esclusi, e quasi un 
canto di protesta attorno a cui si raccol¬ 
gono le forze per sfidare il potere. 

Benedetta Piazzesi 


La bambina 

invisibile 

L’infanzia possiede risorse segrete 
per superare le difficoltà della vita. Lo 
testimonia una bambina senza stella, che 
conosce fin dalla nascita la disperazione 
dell’abbandono. Ma imparerà prima de¬ 
gli altri a fare ricorso alle proprie risorse 
interiori. 

Silvia Vegetti Finzi, (Una bambina 
senza stella, Rizzoli, Milano, 2015, pp. 
229, € 18,50) padre ebreo e madre cat¬ 
tolica, appartiene alla generazione di fa¬ 
miglie e bambini travolta, il secolo scorso, 
dalla catastrofe della guerra. 

“La nostra vita non è tanto quella 
vissuta, quanto quella narrata, che non 
cessa mai di ricercare il senso del no¬ 
stro destino", scrive nella sua memoria 
autobiografica. 

L’autrice guarda alla grande storia 
dal basso, con gli occhi dell’infanzia. La 
prospettiva sulla realtà si arricchisce del¬ 
lo sguardo di bambina. Mette al centro 
bambine e bambini, da sempre esclusi 
e muti. Un’infanzia invisibile, taciuta an¬ 
che nella famiglia, insieme a molte altre 
testimonianze. 

La bambina, ora adulta, raccoglie 
frammenti di ricordi per intravvedere un 


cultura 


67 




ordine. Vince il pudore della parte più 
intima e segreta, spesso sepolta sot¬ 
to i sedimenti della memoria, là dove 
si dischiude il nocciolo dell’identità di 
ognuno. Così, allo stesso tempo, infran¬ 
ge un’omertà che ha impedito a gene¬ 
razioni di ricordare. La scoperta delle 
fotografie dei campi di sterminio nasco¬ 
ste sotto una pila di lenzuola rivelano il 
“non detto", pesante più delle parole. 
Nomi di luoghi lontani e sconosciuti 
come Mauthausen, Auschwitz, origliati 
dietro la porta, insieme alla storia del 
nonno e degli zìi scomparsi, emergono 
dal silenzio e infrangono un’omertà che 
ha impedito a una generazione ferita di 
ricordare. 

Portata ad un precoce pensiero intro¬ 
spettivo a disvelare le proprie forze inte¬ 
riori, trarrà dal limite e dalla sofferenza 
per l’abbandono motivazione in età adul¬ 
ta per dedicarsi, come psicoterapeuta, 
proprio a quei problemi dell’infanzia, 
sofferti in prima persona. La narrazione 
autobiografica - a tratti una prosa poe¬ 
tica - si alterna a un’altra voce dialogan¬ 
te, più riflessiva. Questo bel libro dalla 
lettura piacevole rappresenta il frutto 
del sapere donato all’autrice, nella sua 
professione, dall’ascolto e dalla cura dei 
bambini. 

Lasciata a venti giorni ad una giovane 
balia, proprio quando nel ’38 in Italia ven¬ 
gono emanate le leggi razziali, la bambina 
conoscerà la mamma e il fratello maggio¬ 
re cinque anni dopo. Per sfuggire alle 
persecuzioni che investono anche i figli 
di genitori misti, infatti, raggiungeranno 
il padre in Abissinia. Lo conoscerà solo 
dopo sette anni, al rimpatrio. 

Accudita da bonari anziani parenti 
a Villimpenta, tra le risaie mantovane, 
nell’autunno del’43, proprio quando la 
campagna antisemita passa dalla di¬ 
scriminazione alla persecuzione, sarà 
costretta a trasferirsi in treno con la 
mamma-maestra a Manerbio, nella bi¬ 
gotta provincia bresciana. La bambina 
dall’identità espropriata e mai consolida¬ 
ta non sarà marchiata con la stella gialla 
cucita sugli abiti. Così, proprio durante 
il viaggio, dovrà pronunciare all’ufficiale 
nazista un nome e cognome che non le 
appartengono. E nel suo ulteriore pere¬ 
grinare dalla campagna bresciana alla 
città, senza che nessuno le spieghi le 
ragioni, si percepirà come un’apolide, 
una senza luogo, lontana senza sapere 
da dove. Loro sono “i forestér". E la con¬ 
ferma: il non esserci corrisponde alla sua 
collocazione nel mondo. 


SILVIA 

VEGETTI FINZ1 
UNA BAMBINA 
SENZA STELLA 



Le ri ■«orse icgrct-c ilrll'ififjrtria 
per iupdrif-e le diffìcn-ki iJl-IIj. vLcj 

\{ s s I >11 


La bambina invisibile, non esistendo, 
si sente al sicuro. Sceglierà l’esilio vo¬ 
lontario nel pianeta deH’immaginazione. 
Altera, corpo asciutto, zeppe di sughero, 
labbra rosso carminio, un aspetto da ci¬ 
nema, antifascista e miscredente, vedrà 
la mamma per la prima volta con gli occhi 
del paese, con la stessa estraneità e la 
stessa diffidenza. 

La sente del resto come una non¬ 
mamma, dal cuore secco, nervosa, 
aggressiva, maschile. Fuma, legge il 
giornale, viaggia, ascolta i comunicati 
di radio Londra. Tuttavia, garantisce alla 
famiglia il necessario: spezza la legna 
per la stufa, fa il pane, il burro, prepara 
il sapone, tratta con il padrone di casa 
e i carabinieri. 

Nell’autunno del ’44, l’inizio della 
scuola con la mamma-maestra, ancora 
più rigida con la figlia per dimostrare 
a tutti che non le concede preferenze, 
toglie alla piccola ogni speranza di rin¬ 
novamento: non completerà la quinta 
elementare, per accudire la sorellina. 

Intanto, gli stereotipi ingabbiano 
l’infanzia. Vaga, imprecisa, distratta, 
dicono assomigli alla nonna. 

Una spilla in regalo con raf¬ 
figurata un’oca - invece per 
il fratello geniale un libro - le 
varrà l’epiteto di piccola guar¬ 
diana d’oche. Il burattinaio e 
l’asino stampati sulla cartella 
di cartone annunciano il suo 
insuccesso scolastico, men¬ 
tre comincia a sentirsi cattiva 
come Pinocchio ed esposta 
alla vergogna come l’asino. 


Ma la bambina con le antenne annu¬ 
sa il pericolo incombente. In assenza di 
presenze affettive, anche se dimenticata, 
scopre il bisogno di essere accudita e si 
cura da sé. Ama il bambolotto brutto, non 
piace a nessuno, e perciò le assomiglia: 
l’accudimento alla bambola è un accu- 
dimento di sé. Esce dall’autoesilio nel 
quale si è rifugiata con l’immaginazione. 
Capisce che il gioco solitario in presen¬ 
za di un’amica comprende la solitudine. 
Così si apre agli altri. 

A Brescia, la maestra non sarà più la 
mamma. Per la bambina, l’occasione di 
riprendere gli studi interrotti è l’inizio di 
una rivoluzione interiore. La vera acco¬ 
glienza da parte della nuova insegnante, 
l’apprezzamento della sua intelligenza, 
l’orgoglio di imparare, il gusto della let¬ 
tura dischiudono una vitalità tenuta trop¬ 
po a lungo compressa. La bambina ha 
scoperto la sua stella, e si apre alla vita. 

“Senza rischi non si cresce e chi non 
ha mai affrontato il dolore non ha potuto 
produrre anticorpi che difendano dallo 
sconforto e dalla disperazione". 

Un invito a leggere e ascoltare il 
bambino che è in noi, per capire, con 
partecipazione empatica, chi ci sta ac¬ 
canto, ma senza impedire a bambine e 
bambini di confrontarsi con le difficoltà 
del mondo reale. 

Come in una lunga lettera rivolta a let¬ 
trici e lettori, l’autrice sollecita gli adulti a 
guardare all’infanzia come un’opportuni¬ 
tà: nonostante tutto, sa trovare le risorse 
interiori per rafforzarsi e crescere forte e 
libera. Bambine e bambini sanno capire 
come attrezzarsi per sfidare la precarietà 
del vivere. E questa, per gli adulti, è pro¬ 
prio una bella confortante notizia. 

Claudia Piccinelli 



TE 

Roberto Ambrosoli 


68 


cultura 











di Orso in Piedi, un Capo Indiano, Ohiyesa e Cervo Zoppo 
a cura di Valeria Giacomoni 



culture 


69 




Ci sono varie civiltà che mi hanno sempre affascinato, tra queste gli Indiani d’America dei 
quali purtroppo conosciamo solo la fine e le battaglie per mantenere un minimo territorio 
e continuare a vivere secondo le loro tradizioni. Leggendo della loro vita in armonia con la 
natura, mi sono chiesta spesso come sarebbe il mondo se fossimo figli di quella cultura piuttosto 
che della spietata colonizzazione dell’uomo bianco. Le parole che vi cito sono arrivate a me 
senza averle cercate, come succede a volte che arriva qualcosa perché si... perché vuole dire 
qualcosa. In questo caso le parole sono ancora più dense di significato quando comprendiamo 
l’uso parco che ne fa questo popolo, fermamente convinto dell’importanza del silenzio. 
E confermano, a mio avviso, come l’educazione sia il veicolo di trasmissione di una cultura, e 
dove possiamo lavorare per cambiare la nostra. 

Valeria Giacomoni 


L’educazione al silenzio, al tacere, iniziava molto presto. 

Insegnavamo ai nostri bambini a sedere in silenzio e a gioirne. Noi insegnavamo 
loro a utilizzare i sensi, a percepire i diversi odori, a guardare quando all’apparenza 
non c’era nulla da vedere, e ad ascoltare con attenzione, quando tutto appariva 
totalmente tranquillo. 

Un comportamento esagerato, appariscente, noi lo respingevamo come falso e 
un uomo che parlava senza pause, era considerato maleducato e distratto. 

Un discorso non veniva mai iniziato precipitosamente nè condotto 
frettolosamente. 

Nessuno poneva affrettatamente una domanda, fosse stata anche molto 
importante, e nessuno era costretto ad una risposta. Il vero modo cortese di 
iniziare un discorso era un momento di silenziosa riflessione insieme; ed anche 
durante i discorsi, facevamo attenzione ad ogni pausa, nella quale l’interlocutore 
rifletteva e pensava. Per i Dakota il silenzio era eloquente. Nella disgrazia 
e nel dolore, quando la malattia e la morte offuscavano la nostra vita, 
il silenzio era un segno di stima e di rispetto; altrettanto quando ci 
colpiva l’incantesimo di qualcosa di grande e degno di ammirazione. 

Per i Dakota il silenzio aveva una forza ben più grande della parola. 

Orso In Piedi 


Noi amiamo il silenzio, 

non ci disturba. 

Quando il topo 
gioca vicino a noi, 
quando il vento nel bosco 
fa frusciare le foglie, 
noi non abbiamo paura. 

Dal discorso di un Capo Indiano al 
Governatore della Pennysilvania, 1796 


70 


culture 


Quando ero bambino, capivo di dare e di dividere; da quando sono stato 
civilizzato, ho disimparato queste virtù. Io vivevo una vita naturale, ora ne 
vivo una artificiale. Allora ogni bel ciottolo era prezioso per me e nutrivo un 
profondo rispetto per ogni albero. 

L’abitante indigeno dell’America univa alla sua fierezza un’eccezionale umiltà- la 
superbia era estranea al suo essere e ai suoi insegnamenti. Egli non sollevava mai 
la pretesa che la capacità di esprimersi col linguaggio fosse una dimostrazione 
della superiorità dell’essere umano sulle creature senza la parola; proprio 
al contrario, egli vedeva in questo un pericolo. Egli credeva fermamente nel 
silenzio - il simbolo della perfetta armonia. Il tacere del silenzio rappresentavano 
per lui l’equilibrio di corpo, mente e Anima. Se chiedi a un indiano: “Che 
cos’è il silenzio?”, ti risponderà: “Il Grande Mistero”. “Il Sacro Silenzio è la Sua 
Voce”. E se gli chiedi “Quali sono i frutti del silenzio?”, ti risponderà così: 

“Autocontrollo, vero coraggio e perseveranza, pazienza, dignità e profondo 
rispetto.” 

Il vecchio Capo Wabashaw diceva: “Sorveglia la tua lingua in gioventù, allora, 
forse, nella vecchiaia regalerai un pensiero saggio al tuo popolo.” 

Ohiyesa 

Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini 
civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo 
nemmeno un delinquente. 

Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. 

Non avevamo nè serrature, nè chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladri. 
Quando qualcuno era così povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, 
allora egli riceveva tutto questo in dono. 

Noi eravamo troppo incivili per dare grande valore alla proprietà privata. Noi 
aspiravamo alla proprietà solo per poterla dare agli altri. Noi non conoscevamo 
alcun tipo di denaro e di conseguenza il valore di un essere umano non veniva 
misurato secondo la sua ricchezza. 

Noi non avevamo delle leggi scritte depositate, nessun avvocato e nessun 
politico, perciò non potevamo imbrogliarci l’uno con l’altro. 

Eravamo messi veramente male, prima che arrivassero i bianchi, e io non mi 
so spiegare come potevamo cavarcela senza quelle cose fondamentali che 
-come ci viene detto- sono così necessarie per una società civilizzata. 

Cervo Zoppo 

testi tratti da “Sai che gli alberi 
parlano? La saggezza degli Indiani 


d’America” trovato casualmente 
davanti a casa... V.G. 



culture 


71 


ELENCO PUNTI VENDITA 



Abruzzo 

Chieti CSL Camillo Di Sciullo (v. Porta Pescara 27); Pescara ed. v. l'Aquila; 
Roseto (Te) Ubik . 

Basilicata 

Potenza Mag netica, ed. v.le Firenze 18; Castel Lagopesole (Pz) ed. v. A. Costa. 

Calabria 

Reggio Calabria Universalia, ed. p. Camagna; Catanzaro ed. v. T. Campanella 
47 (S. Antonio); Cosenza ed. degli Stadi; Acri (Cs) Germinai . 

Campania 

Napoli Èva Luna (p. Bellini 72), Centro studi libertari (vico Montesanto 14 
- 081/5496062), Ass. Arcobaleno Fiammeggiante (vico S. Pietro a Majella 
6); Marigliano (Na) Quilombo (via G. Bruno 38); Avellino Nuova libreria 
Russomanno; Quarto Librerie Coop; San Felice a Cancello (Ce) ed. Parco 
Pironti; Salerno Botte g a Equazione (v. lannelli 20), Centro Sociale autogestito 
Asilo Politico (v. Giuliani 1); ed. stazione ferroviaria FS; Osteria II Brigante (v. 
Fratelli Linguiti 4). 

Emilia-Romagna 

Bologna Circolo Berneri (Cassero di Porta Santo Stefano); Centro sociale X M24 
(v. Fioravanti 24); Modo Infoshop; Associazione Liberi Pensatori (v. Zanolini 
41), ed. Due Torri v. Rizzoli 9, ed. via Gallarate 105, ed. via Corticella 124, 
ed. Pianeta Rosso (via Zamboni 24 G - Università); Imola (Bo) ed. v. Emilia 
(portico del passeggio), ed. v. Emilia (centro cittadino), Gruppi anarchici imolesi 
(v. fratelli Bandiera 19,0542 25743); Monghidoro (Bo) ed. p. Ramazzotti 4; 
Ferrara La Carmelina (v. Carmelino 22); Forlì ed. Corso Garibaldi 129; Modena 
Libera Officina (v. del Tirassegno 7); Circolo La Scintilla (v. Attiraglio 66); Spazio 
Libertario Stella Nera (v. Folloni 67A); Carpi (Mo) La Fenice; Ponte Motta 
di Cavezzo (Mo) Il tempo ritrovato (v. Cavour 396); Piacenza Alphaville, 
Fahrenheit 451, ed. viale Dante 48; ed. p. San Francesco (centro); ed. strada 
Gragnana 17 G (loc. Veggioletta); Ravenna ed. v. Paolo Costa; Faenza (Ra) 
Mobv Dick; Reggio Emilia del Teatro, Circolo anarchico (v. Don Minzoni 1 b), 
Archivio/Libreria della Federazione Anarchica di Reggio Emilia (p. Magnanini 
Bondi); Massenzatico circolo "Cucine del Popolo". 

Friuli/Venezia Giulia 

Pordenone Circolo Zapata (v. Pirandello 22, sabato 17.30/20); Ronchi (Go) 
Linea d'ombra (p. Berlinguer 1); Trieste Gruppo Anarchico Germinai (v. del 
Bosco 52/a); In der Tat . 


“A” si dovrebbe trovare in questi punti-vendita. 

Le librerie (che nell’elenco sono sottolineate ) 
sono in parte rifornite dalla Diest di Torino. 

Per favore, segnalateci tempestivamente 
eventuali imprecisioni o mancanze, 
scrivendo, telefonando o faxando (recapiti in 
2 a di copertina). 

Lazio 

Roma Akab, Anomalia, Associazione Occupiamoci di... (v. Offanengo 19 b); 
Fahrenheit, Odradek, Lo Yeti, Contaminazioni; Yelets, ed. largo Preneste, ed. v. 
Olevano Romano, 41 ed. via Saturnia, ed. p. Sor Capanna, ed. piazza Vittorio 
Emanuele di fronte al n. 85, Torre Maura Occupata (v. delle Averle 18), Infoshop 
Forte Prenestino (v. Federico Delpino), Biblioteca L'Idea (v. Braccio da Montone 
71/a), banco libri al Mercato di piazza Pigneto (ogni quarta domenica del 
mese), Teatro Ygramul (via N.M. Nicolai 14), gruppo C. Cafiero, sede 19 luglio 
(v. Rocco da Cesinole 18 - Garbateli), Lettere e Caffè (v. San Francesco a Ripa 
100-10); Vineria letteraria Shakespeare & Co. (v. dei Savorgnan 72); Albano 
Laziale (Rm) Baruffe (p.zza Carducci, 20); Manziana (Rm); Coord. Magma 
(p. dell'Olmo 13); Latina ed. v.le Kennedy 11. 

Liguria 

Genova emporio Via del Campo 29 rosso, San Benedetto, La Passeggiata LibroCafffe 
(p. di S. Croce 21 r), ed. v. di Francia (altezza Matitone - Sampierdarena), Archivio 
storico e Centro di documentazione "M. Guatelli" (v. Bologna 28r - apertura sabato 
mattina ore 10-12); Camogli (Ge) Ultima spiaggia; San Salvatore di Cogorno 
(Ge) ed. v. IV Novembre; Dolceacqua (Im) L'insurreale (via della Liberazione 
10); La Spezia II contrap punto (v. Galilei 17, 0187 731329); Sarzana (Sp) 
La mia libreria (v. Landinelli 34); Albenga (Sv); ed. v. Piave (vicino uffici ASL). 

Lombardia 

Milano Baravai/ Osteria dell'Utopia (v. Vailazze 34), Calusca, Cuem, Cuesp, Odra¬ 
dek, Goqol & Company, Utopia, ed. stazione metro Moscova, ed. stazione metro 
Lonza, ed. v. Morosini, ed. v. Savona, ed. v. Lorenteggio 3, ed. v. Bergognone, ed. 
v. Morosini 2, ed. v. Prestinari 6, ed. v. Solari ang. Stendhal, Centro studi libertari 
(v. Rovetta 27,02/26143950), Circolo anarchico "Ripa dei malfattori" (v. Ripa 
di Porta Ticinese, 83); Gruppo Bruzzi-Malatesta (v. Torricelli 19, 02/8321155), 
Federazione Anarchica Milanese (v.le Monza 255), Cascina autogestita Torchierà 
(p. Cimitero Maggiore 18), Associazione Elicriso (v. Vigevano 2/a), Lega Obiettori 
di Coscienza (v. Pichi 1 ); Arcore (Mb) circolo ARCI Blob; Brugherio (Mi) Samsara 
(v. Increa 70); Inzago ed. via Padana Superiore ex SS 11; Magenta (Mi) ed. via 
Roma 154; Mezzago (Mi) Bloom, ed. v. Concordia 9; Novate Milanese (Mi) ed. 
v. Repubblica 75; Segrate (Mi) Centro sociale Baraonda (v. Amendola 1 ); Sesto 
San Giovanni (Mi) ed. via Rovani angolo via Risorgimento; Bergamo coop. soc. 
Amandla; Brescia Rinascita, Gruppo anarchico Bonometti (v. Borgondio 6), ed. v. 
Trento 25/b; Erba (Co) ed. v. S. Bernardino; Cremona Centro sociale autogestito 
Kavarna (v. Maffi 2 - q.re Cascinetto); Lodi Sempreliberi, Sommaruq a, ed. v.le 
Pavia; Pavia ed. stazione ferroviaria FS, circolo ARCI via d'acqua (v. Bligny 83); 
Vigevano (Pv) ed. stazione FS; Chiavenna (So) ed. p. Berlocchi 5; Novate 
Mezzola (So) ed. via Roma 32; Varese ed. v. B. Luini 23; Castelseprio (Va) 
Mercatino dell'usato, T domenica, banco n. 69; Saronno (Va) Pag ina 18 . 

Marche 

Ancona Circolo Malatesta (v. Podesti 14/b); Fabriano (An) ed. v. Riganelli 29; 
Jesi (An) Wobblv; Civitanova Marche (Me) Arcobaleno; San Benedetto 
del Tronto (Ap) Carton City; Fermo Ferlin q hetti, Incontri; Pesaro II Catalog o, 
Zona Ufo (v. Passeri, 150); Urbino Domus Libreria; Fano (Pu) Circolo Papini 
(via Garibaldi 47), Alternativa Libertaria (piazza Capuana 4), Libreria del Teatro; 
San Lorenzo in Campo (Pu) il Luci g nolo (v. Regina Margherita); Treia (Me) 
ed. c.so don Minzoni 13. 


72 


Elenco PUNTI VENDITA 














































Molise 

Campobasso Caffetteria Morelia (v. Monsignor Bologna 15); Larino (Cb) 
Frentana . 

Piemonte 

Torino Comunardi, Bancarella del Gorilla (Porta Susa ang. v. Cernaia); Alberti 
Copyright (v. Fidia 26); Gelateria Popolare (v. Borgo Dora 3); Federazione Anarchica 
Torinese (c.so Palermo 46); il Molo di Lilith (v. Cigliano, 7); Bussoleno (To) La città 
del sole; Germagnano (To) ed. v. C. Miglietti, 41; Leini (TO), ed. via Lombardore 
8; Rivoli (To) Coop. Il Ponte (v. Santa Croce 1/A); Torre Pellice (To) ed. v. 
Arnaud 13; Alessandria ed. v. Cavour, ed. v. Dante, ed. di fronte alla stazione 
ferroviaria, ed. p. Matteotti; Biella Robin, il Libro; Castello di Annone (At) ed. 
via Roma 71; Cossato (Bi) ed. v. Mazzini 77; Alba (Cn) Milton; Novara Circolo 
Zabrinsky Point (v. Milano 44/a), ed. p. delle Erbe; Vercelli ed. Supermercato 
Iper; Borgo d'Ale (Ve) Mercatino dell'antiquariato, 3 a domenica, banco n. 168. 

Puglie 

Bari ed. Largo Ciaia (stazione bus), ed. v. Cardassi 78 ang. v. Abbrescia 56; 
Altamura (Ba) Feltrinelli; Barletta (Ba) ed. F. D'Aragona 57; Bisceglie 
(Ba) ed. corso Garibaldi (c/o bar Meeting); Molfetta (Ba) ed. Laltraedicola 
(v. Terlizzi), ed. v. Cardassi 78 ang. v. Brescia; Ruvo di Puglia (Ba) l'Agorà 
- Biblioteca delle Nuvole (c. Cavour 46); Fasano (Br) Libri e Cose; Foggia 
Csoa Scurìa (via da Zara 11); Francavilla Fontana (Br) Urupia (contrada 
Petrosa, 0831/890855); Lecce ed. Massimo Giancane (v.le Lo Re 27/A), 
Officine culturali Ergot; Monteroni di Lecce (Le) Laboratorio dell'Utopia; 
Taranto Dickens, Ass. Lo Scarabeo (v. Duomo 240), ed. v. Liguria 41; Ginosa 
(Ta) ed. viale Martiri d'Ungheria 123; Manduria (Ta) Circolo ARCI. 

Sardegna 

Cagliari Cuec (v. Is. Mirrionis 9); Libreria del Corso (c. V. Emanuele, 192-b); 
Tiziano (v. Tiziano 15); Sassari Max 88; Messaggerie sarde; Alghero (Ss) 
ResPublica (piazza Pino Piras - ex caserma); Porto Torres (Ss) Centro Sociale 
Pangea (v. Falcone Borsellino 7 - ex bocciodromo comunale); Serrenti (Vs) 
ed. v. Nazionale ang. viale Rinascita. 

Sicilia 

Palermo Garibaldi (v. Paternostro ang. p. Cattolica); Catania Teatro Coppola 
(via del Vecchio Bastione 9); Nicosia (En) Agorà; Ragusa Società dei Libertari 
(v. Garibaldi 2/A); Comiso (Rg) Verde Vigna (c. Billona 211, vicino ex-base 
Nato); Avola (SR) Libreria Urso . 

Toscana 

Firenze Ateneo Libertario (Borgo Pinti 50 rosso, apertura; lunedì-sabato 
ore 16-20); Centro Socio-Culturale D.E.A. (v. degli Alfani, 34/36r); C.P.A. 
Firenze Sud (v. Villamagna 27a); Feltrinelli Cerretani, bottega EquAzione (v. 
Lombardia 1-P); ed. p. S. Marco; CSA ex-Emerson; Marabuk (v. Maragliano 
29); Parva Libraria; Empoli (Fi) Rinascita (via Ridolfi 53); Sesto Fiorentino 
(Fi) Associazione culturale Arzach (v. del Casato 18); Arezzo ed. v. San 
Jacopo; Livorno Beiforte, Federazione Anarchica (v. degli Asili 33); Lucca 
Centro di documentazione (v. degli Asili 10); Forte Dei Marmi (Lu) ed. p. 
Garibaldi; Viareggio (Lu) ed. v. Fratti ang. v. Verdi; Carrara (Ms), Circolo 
culturale anarchico (v. Ulivi 8); Pisa Tra le righe (v. Corsica 8); Biblioteca 
F. Serantini (331/1179799); Coordinamento anarchici e libertari di Pisa e 
Valdera (vicolo del Tidi 20); Pistoia Centro di documentazione (v. S. Pertini, 
all'interno della Biblioteca San Giorgio); Volterra (Pi) Spazio libertario Pietro 
Gori - Kronstadt (v. don Minzoni 58). 

Trentino 

Trento Rivisteria . 

Umbria 

Perugia L'altra libreria; Ponte San Giovanni (Pg), ed. stazione FS; Spello 
(Pg) edicola, bottega L'angolo del Macramè; Orvieto (Tr) Parole Ribelli . 

Valle cTAosta 

Aosta Aubert. 


Veneto 

Marghera (Ve) Ateneo degli Imperfetti (v. Bottenigo 209); ed. p. Municipio; 
Mestre (Ve), Fuoriposto (v. Felisatti 14); Rovigo ed. p. Merlin 38; Treviso 
Libreria Acquatorbida c/o Casa dei Beni Comuni (v. Zermanese, 4); Castelfranco 
Veneto (Tv) Biblioteca Libertaria "La Giustizia degli Erranti" (v. Circonvallazione 
ovest 23/a, tei. 0423 74 14 84); Verona, ed. v. Borgo Trento 35/3, ed. v. 
Massalongo 3-A, Biblioteca Giovanni Domaschi (Salita San Sepolcro 6b), Libe- 
rAutonomia c/o edicola (v. Carlo Cipolla 32 D); Nogara (Vr) Osteria II Bagatto; 
Vicenza Librarsi; Padova ed. piazza delle Erbe (vicino fontana); Bussano del 
Grappa (Vi) La Bassanese, ed. Serraglio p.le Firenze, ed. Chiminelli v. Venezia; 
Lonigo (Vi) ed. sottoportico piazza Garibaldi; San Vito di Leguzzano (Vi) 
Centro Stabile di Cultura (v. Leogra); Il Librivendolo - libreria ambulante (il. 
librivendolo@libero.it). 

Argentina 

Buenos Aires Fora (Coronel Salvadores 1200), Biblioteca Popular "José 
Ingenieros" (Juan Ramirez de Velasco 958). 

Australia 

Sydney Jura Books (440 Parramatta Rd, Petersham). 

Austria 

Vienna Anarchistische Bibliothek und Archiv Wien (Lerchenfelder Strafie 124- 
126 Tur 1 a); Innsbruck Cafè Decentrai (Hallerstr. 1 ) 

Canada 

Montreal Alternative (2033 Blvd. St. Laurent). 

Francia 

Besancon L'autodidacte (5 rue Marulaz); Bordeaux du Muq uet (7 rue du 
Muguet); Grenoble Antigone (22 rue des Violettes); Lyon La Grvffe (5 rue 
Gripphe), La Piume Noire (rue Diderot); Marseille Ciro (50 rue Consollat); 
Paris Publico (145 rue Amelot), Quilombo (23 rue Voltaire). 

Germania 

Berlino A-Laden (Brunnen Str.7); Buchladen Schwarze Risse (Gneisenaustr. 
2A, 030/6928779); Monaco di Baviera Kafe Marat (Thalkirchner Str. 
104-Aufgang 2). 

Giappone 

Tokyo Centro Culturale Lo Studiolo, Hachioji Shi, (Sandamachi 3-9-15-409). 

Grecia 

Atene "Xwros" Tis Eleftheriakis Koultouras, (Eressoy 52), Exarchia 

Olanda 

Amsterdam Het Fort van Sjakoo (Jodenbreetstraat 24). 

Portogallo 

Lisbona Biblioteca dos Operàrios e Empregados da Sociedade Geral (Rua das 
Janelas Verdes, 13-1° Esq) 

Repubblica ceca 

Praga Infocafé Salé (Orebitskà 14) 

Spagna 

Barcellona Le Nuvole - libreria italiana (Correr de Sant Luis 11 ); Rosa de Foc 
(Joacquin Costa 34 - Baixes); Acciò Cultural (c/Martinez de la Rosa 57); El Locai 
(c. de la Cera 1 bis); Madrid Lamalatesta (c/Jesus y Maria 24). 

Stati Uniti 

Portland (OR) Black Rose Bookstore (4038 N. Mississippi Avenue) 

Svizzera 

Locamo Alternativa; Losanna Ciro (av. Beaumont 24); Lugano Spazio Edo - 
CSOA Molino (v. Cassarate 8, area ex-Macello) 


Elenco PUNTI VENDITA 


73 



















































di Carmelo Musumeci 


9999 

fine pena mai 


La tortura 
delle torture. 

L’isolamento diurno degli 
ergastolani 

Al colpevole di più delitti, ciascuno dei quali impor¬ 
ta la pena dell’ergastolo, si applica la detta pena con 
l’isolamento diurno da sei mesi a tre anni. 

Articolo 72 del Codice Penale 

Da qualche tempo si parla dell’introduzione nel 
codice penale italiano del reato di tortura e anche 
dell’abolizione della pena dell’ergastolo, questo so¬ 
prattutto grazie alle parole di papa Francesco, che 
l’ha definita “Pena di Morte Nascosta”. 

Si comincia finalmente anche a parlare dei par¬ 
ticolari regimi carcerari a cui sono sottoposti molti 
detenuti da decenni. Nessuno però parla mai, o ne 
parla troppo poco, della crudeltà dell’isolamento 
diurno a cui vengono sottoposti gli ergastolani quan¬ 
do le loro sentenze diventano definitive. 

Lo voglio fare adesso io, ricordando quando ero 
sottoposto al regime di tortura del 41 bis, nel lonta¬ 
no 1995 nel carcere dell’isola dell’Asinara, e mi ap¬ 
plicarono la sanzione penale dell’isolamento diurno 
della durata di diciotto mesi. 

Molti prigionieri soffrono in silenzio e non amano 
raccontare il loro dolore, io lo scrivo per combatterlo 
meglio. 

Un giorno un brigadiere e due guardie mi venne¬ 
ro a prendere nella mia cella, che dividevo con altri 
tre compagni. Mi portarono nell’apposita sezione 
per applicarmi l’isolamento diurno. Mi ricordo che 
la cella puzzava di urina. C’erano ragnatele ne¬ 
gli angoli delle pareti, escrementi di topo ovunque 
sparsi sul pavimento. La porta della cella era sbar¬ 
rata da un cancello arrugginito e da uno spesso 
portone di ferro grigiastro, con uno spioncino per 
passare il cibo. 

Potevo fare una sola ora d’aria al giorno dentro 
un cortile circondato da pareti di cemento e con 
una spessa rete metallica sopra la testa. Talmente 
fitta che i raggi del sole facevano fatica a penetrare 
e la pioggia a toccare il suolo. Ricordo che c’era un 


silenzio da cimitero, gli unici rumori che sentivo era¬ 
no quelli degli scarponi delle guardie che, quando 
si ricordavano che c’ero, passavano per controllare 
s’ero vivo o morto. 

Passarono settimane e mesi. Tentavo di dormire 
tutto il giorno e tutta la notte, perché quando ero 
sveglio pensavo, se pensavo ricordavo e se ricordavo 
la mia mente andava a quando ero un uomo libero e 
felice con la mia compagna e i miei figli. 

Poiché avevo anche la censura della corrispon¬ 
denza, per un certo periodo non mi passarono le 
lettere da casa. E mi sentii solo e abbandonato, dalla 
mia famiglia, dall’umanità e pure da Dio. Neppure 
Lui in quel periodo si degnava mai di rispondermi, 
solo adesso mi è venuto il dubbio che forse non l’ha 
fatto perché in quel tempo non avrei mai tentato di 
ascoltarlo. 

Diritti dichiarati 
e diritti applicati 

Mi ricordo che in me non c’era più nulla. E avevo 
perso la cognizione del tempo. Ad un certo punto 
per non impazzire incominciai a parlare da solo per 
tenermi compagnia. E il mio cuore iniziò a costru¬ 
irsi castelli di sabbia virtuali, d’amore con la mia 
compagna e con i miei figli, per proteggere la mia 
mente. Per dieci mesi smisi persino di andare all’a¬ 
ria. E quando, dopo un anno e sei mesi d’isolamento 
diurno, mi spalancarono il blindato e il cancello per 
portarmi in compagnia, mi sembrò che mi stavano 
facendo uscire da una tomba. 

Ora, con l’introduzione del nuovo regolamento del 
30 giugno 2000 (n. 230) è previsto che L’isolamento 
diurno nei confronti dei condannati all’ergastolo non 
esclude l’ammissione degli stessi alle attività lavo¬ 
rative, nonché di istruzione e formazione diverse dai 
normali corsi scolastici, e alle funzioni religiose ma 
grande è sempre la differenza tra i diritti dichiarati 
e quelli applicati nelle carceri italiani. E purtroppo 
la maggioranza degli ergastolani continuano a scon¬ 
tare la sanzione penale dell’isolamento diurno come 
cadaveri sepolti vivi. 

Carmelo Musumeci 
Carcere di Padova 2015 
www. carmelomusumeci. com 


74 


carcere 






Antropologia e 

pensiero libertario 


Un mondo di 
condivisione 

Anche su questo numero della rubrica torno su 
un tema che ho trattato ormai più volte, il dono 
e la condivisione. Questa volta prendo spunto da 
una pubblicazione curata da uno dei migliori festi¬ 
val italiani, I dialoghi sull’uomo di Pistoia diretti da 
Giulia Cogoli. Si tratta di un agile volume dal titolo 
esplicativo; L’arte della condivisione. Per un’ecologia 
dei beni comuni (UTET, 2015). In questo testo di sole 
113 pagine trovano spazio numerosissimi spunti an¬ 
che perché è un’opera collettanea di ben otto autori. 
Cercherò brevemente di parlare degli spunti più in¬ 
teressanti dei vari autori che hanno scritto nel testo. 

Il libro si apre con la penna di un caro amico 
antropologo Marco Aime, il suo pezzo potrebbe sem¬ 
brare un fuori tema perché al lettore che prende in 
mano questo testo sulla condivisione verrebbe su¬ 
bito da pensare alle società primitive, a Malinowski 
e il suo kula, quello scam¬ 
bio simbolico di doni effet¬ 
tuato nelle isole Trobriand 
(nell’Oceano Pacifico) tra le 
popolazioni di queste isole 
che è basato su un rapporto 
di fiducia, oppure potrem¬ 
mo pensare alle trattazioni 
di Pierre Clastres e invece 
Aime inizia il suo scritto con 
una citazione di intellettuali 
antifascisti al confino. Preci¬ 
samente prende in prestito 
le parole di Altiero Spinelli, 

Ernesto Rossi ed Eugenio 
Colorni che confinati dal 
regime fascista a Ventotene 
redassero in quelle lunghe 
giornate di prigionia un te¬ 
sto importante: Per un’Eu¬ 
ropa libera e unita. Progetto 
d’un manifesto, quello che è 
passato alla storia come il 
Manifesto di Ventotene. 

In questo scritto mentre 
in tutto il mondo si combat¬ 


tevano feroci e decisive battaglie contro il nazismo, 
questi antifascisti riflettevano su come porre fine 
non solo ai totalitarismi, ma anche all’egemonia del 
capitale seguendo una via nuova, che superasse gli 
interessi particolari dei singoli stati. Quella che si 
immaginavano era un’Europa, un mondo per tutti, 
un mondo di condivisione, pace ed uguaglianza. A 
questo punto capiamo perché lo scritto di Aime non 
solo non è un fuori tema ma è anche un ponte con 
il contemporaneo, con quello che è sotto i nostri 
occhi quotidianamente, ovvero un mondo che non è 
stato in grado di creare uguaglianza e condivisione 
e in questo testo l’autore sostiene con forza che o 
cambiamo rotta e lavoriamo tutti insieme per creare 
un mondo di accoglienza e condivisione come quello 
sognato dagli antifascisti di Ventotene, o comincia¬ 
mo a costruire un progetto di solidarietà diffusa e 
il riconoscimento di tutti gli individui come esseri 
umani oppure il futuro sarà tragico. 

Il secondo saggio è invece una conversazione tra 
Adriano Favole e Matteo Aria che ci espongono le 
differenze che passano tra dono e condivisione e ci 
spiegano anche con semplici esempi perché la con¬ 
divisione è una componente 
importante del legame socia¬ 
le. In questo testo si sottoli¬ 
nea come la ricerca dell’uti¬ 
le non possa essere l’unica 
spiegazione del comporta¬ 
mento umano. A differenza 
del dono però, la condivisio¬ 
ne non implica il possesso e 
neppure l’obbligo di ricam¬ 
biare, la condivisione carat¬ 
terizza tutte quelle situazioni 
in cui gli “io” si dissolvono in 
un “noi”. Gli autori di questo 
saggio sottolinenao i pericoli 
di un’economia del dono e si 
fanno sostenitori del concet¬ 
to più aperto e libertario di 
condivisione. 

Il terzo saggio scritto da 
Remo Bodei filosofo del¬ 
la UCLA di Los Angeles si 
chiede se è un utopia l’idea 
di un mondo condiviso. Nel 
suo scritto analizza il cam¬ 
biamento delle “nostre” città 



antropologia I 75 

















e si pone delle domande sulla condivisione dei beni 
primari, la sua conclusione partendo da una citazio¬ 
ne di italo Calvino tratta da Le città invisibili è che 
sicuramente vorremmo tutti vivere in una città che 
realizzi i desideri dei cittadini, favorire una condivi¬ 
sione di forme di vita tra loro compatibili anche dif¬ 
ferenti ma non antagonistiche, insomma un ideale 
assolutamente da perseguire ma con la consapevo¬ 
lezza della sua difficoltà. 

Andando avanti nel testo troviamo il contributo 
del filologo e linguista Luca Serianni che apporta 
un’analisi della condivisione linguistica nel nostro 
paese, una condivisione che prende l’avvio dal pas¬ 
sato, dall’“italiano pidocchiale” del XVI secolo, una 
negazione di una purezza originaria anche nel cam¬ 
po linguistico che come tutti i fenomeni culturali 
sono sempre in dialogo con l’altro. 

Non poteva mancare un ragionamento del teorico 
della “decrescita felice” Serge Latouche II filosofo ed 
economista francese analizza il rapporto tra ecolo¬ 
gia, economia e filosofia. Per Latouche quello che 
sta accadendo in campo ambientale, economico e 
sociale, è il risultato di una concezione di progresso 
che non tiene conto dei limiti naturali e temporali e 
che alla cooperazione sostituisce la competizione ed 
il conflitto. Bisogna invertire la rotta prima di altre 
emergenze e disastri a cui potrebbero corrispondere 
svolte autoritarie, il cambiamento è ancora possi¬ 
bile ma ciò implica una metamorfosi culturale ed 
una presa di coscienza urgente sull’importanza del 
concetto della condivisione in senso profondamente 
sociale e comunitario. Concorda con Lautouche un 
altro autore Alain Caillé che da più di trent’anni 
anima La Revue du M.A.U.S.S. (Movimento anti¬ 
utilitarista nelle scienze sociali) sviluppa quello che 
definisce un “paradigma del dono”, seguendo il fa¬ 


moso Saggio sul dono di Marcel Mauss, in cui ritiene 
vadano cercati non soltanto i fondamenti possibili di 
una scienza sociale in generale, ma anche le basi di 
un’alternativa ideologica al neoliberismo. Secondo 
Caillé non avremo nessuna possibilità di vincere il 
capitalismo finanziario e speculativo - che è il prin¬ 
cipale responsabile delle crisi economiche, sociali, 
ambientali e morali che stiamo vivendo - se non 
sapremo prospettare un altro modo di pensare e di 
abitare il nostro mondo. 

Saggio stimolante quello di Laura Bosio docente 
di tecnica della scrittura che attraversa la tradizione 
letteraria ponendo come filo conduttore il concetto di 
condivisione con l’altro attraverso la partecipazione. 
Una partecipazione data dallo sguardo che implica 
l’apertura nell’altro e la sconfitta della solitudine. Gli 
occhi aperti sull’individuo come forma di attenzione 
che porta ad indagare di continuo ciò che succede 
intorno alle relazioni umane con la consapevolezza 
che deriva dal guardare rendendosi conto di ciò che si 
vede. La scrittrice prende in esame la poetica, lo spiri¬ 
tuale e la letteratura per descrivere ciò che nell’uomo 
è una forma naturale e innata di empatia: il sentire 
l’altro con gli occhi, il condividere gli sguardi. 

Un saggio ricco di riflessioni, tanti ingredienti per 
riflettere sulla possibilità di costruire un mondo di 
condivisione e non di profitto e sfruttamento. L’arte 
di condividere è una strategia importante e di gran¬ 
dissima attualità. La condivisione, il mettere in co¬ 
mune risorse e opinioni, è alla base della convivenza 
umana e animale. Elemento costitutivo dell’umanità 
e di molti aspetti della contemporaneità, il condivi¬ 
dere si contrappone all’individualismo possessivo, 
alla competizione e al consumismo. 

Andrea Staid 


Nazismo e calcio/ Un calcio al nazismo /% 


"• ,,é Ssssshsì 


“Storie di persecuzione e di resistenza nel mondo del calcio sotto il nazismo” è il 
sottotitolo del nostro nuovo dossier La svastica allo stadio. Ne è autore Giovanni 
A. Cerutti, direttore scientifico dell’Istituto storico della Resistenza e della società 
contemporanea nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola “Piero Fornara”. 

Dopo l’introduzione (“La fragilità dei campioni”) pubblicata sul numero “A” 394 
(dicembre 2014 - gennaio 2015), i quattro capitoli sono dedicati alle vicende di 
Matthias Sindelar (“I piedi di Mozart”), Arpad Weisz (“Un maestro del calcio euro¬ 
peo inghiottito nel nulla”), Ernest Erbstein (“L’uomo che fece grande il Torino”) e 
della squadra dell’Ajax (“La squadra del ghetto”). Originariamente i quattro scritti 
sono stati pubblicati nei numeri 374 / 377 di questa rivista, tra l’ottobre 2012 e il 
febbraio 2013. Trentadue pagine, stampa in bicromia, il dossier costa 2,00 euro e 
può essere richiesto alla nostra redazione come tutti i nostri numerosi “prodotti collaterali”. 

Per richieste superiori alle 10 copie, il costo scende a euro 1,50. Tutte le informazioni sul nostro sito arivista.org 
Entro breve il dossier sarà leggibile e scaricabile gratis dal nostro sito. 

Per organizzare iniziative pubbliche, conferenze, presentazioni nelle scuole, ecc., con la presenza dell’autore, 
contattate direttamente l’Istituto storico della Resistenza sopra citato: telefono 0321 392743 / fax 0321 399021 / 
sito www.isrn.it / info didattica@isrn.it 



76 I antropologia 





di Nicoletta Vallorani 


La guida 

opache 


Guardarsi negli occhi 

La prima cosa che ho tentato di insegnare alle 
mie figlie, quella che cerco di far capire ai miei stu¬ 
denti, quel che mi preme in ogni conversazione è 
che si parli guardandosi negli occhi. 

Le due persone coinvolte in ogni dialogo - chi 
dice e chi ascolta - devono essere collegate da un 
ponte di sguardi, perché questo traduce prima di 
tutto il rispetto, il riconoscimento della presenza 
dell’altro e, da parte di chi parla, il coraggio di dire 
e la consapevolezza di quel che si dice. È, questa, 
una regola elementare del discorso. Ogni sua effra¬ 
zione, come scrive Michel Foucault e come confer¬ 
ma la nostra vita quotidiana, rivela uno squilibrio, 
la cui spiegazione più elementare sta nel mancato 
riconoscimento dell’esistenza dell’altro, troppo in¬ 
significante o troppo superiore per poter essere 
guardato. 

Perciò mi colpisce leggere, nell’editoriale del nu¬ 
mero speciale del quotidiano danese Dagbladet In¬ 
formation, commentato da The Guardian e da In¬ 
ternazionale, che “Per i politici, i rifugiati sono solo 
un problema da risolvere il prima possibile, e molti 
preferiscono farlo senza mai guardarli negli occhi”. 

Dagbladet Information ha fatto una cosa insolita 
e, nel contesto della bizzarra fortezza in cui vor¬ 
remmo trasformare l’Europa, straordinariamente 
efficace nella sua semplicità. Ha affidato un intero 
numero del giornale a 12 rifugiati, nel loro paese 
d’origine giornalisti di mestiere, facendosi da parte 
perché l’Altro potesse parlare con la sua voce. 

Ora, la scelta è rivoluzionaria, e mi dispiace che 
non se ne parli di più. La prassi consueta, senza 
dubbio più frequente nei servizi giornalistici come 
nelle narrazioni della migrazione, è l’appropriazio¬ 
ne, totale o parziale, della voce del migrante. 

Accade spesso, e forse inevitabilmente, nei repor¬ 
tage giornalistici. Chi approda alle rassicuranti (ma 
poi non troppo) coste dell’Europa, al massimo par¬ 
la, nelle rappresentazioni, con voce spezzata o nella 
elementare e disperata sintassi del pianto. L’ogget¬ 
to della rappresentazione giornalistica finisce per 
essere soprattutto questo: la disperazione inargina- 
bile di chi ha perso tutto e per ciò stesso deve su¬ 
scitare pietà. Pietà, e solidarietà, e comprensione, 
non necessariamente accoglienza, che quella è una 


cosa più complessa e per metterla davvero in atto 
occorre guardare il migrante negli occhi, ascoltare 
la sua voce, e non contentarsi della facile assoluzio¬ 
ne concessa appunto dal compatimento. Alla fine, 
i reportage ottengono questo risultato primario: ci 
assegnano un piccolo spazio di “sofferenza guidata” 
e, dopo, una facile assoluzione. 

Nelle narrazioni, invece, quel che mettiamo in atto 
è un procedimento più complesso, soprattutto quan¬ 
do queste narrazioni sono la versione romanzata di 
una storia vera, che però non è stata vissuta dall’au¬ 
tore, se non in forma riflessa, ovverosia attraverso le 
parole di testimoni o del/la protagonista stesso/a. 
È un’operazione sulla quale, personalmente, nutro 
moltissimi dubbi. E forse la mia valutazione discen¬ 
de da quello che, lo ammetto, è un insormontabile 
pregiudizio. Trovo presuntuoso, sbagliato e, in ul¬ 
tima analisi, congruente con le forme deU’imperia- 



scuola 


77 


www.flickr.com/photos/gaia_d/ 















lismo occidentale, appropriarsi della voce dell’Altro 
e raccontare una storia “come se” la si fosse vissuta 
in prima persona quando noi davvero, nelle nostre 
case sicure e nei nostri contesti protetti, davvero non 
abbiamo idea, non possiamo avere idea, al di là dei 
fatti, di quel che accade in contesti di guerra, ditta¬ 
tura, repressione, e via dicendo. Occorre, semmai, 
trovare il modo di rispettare la distanza, e guardare 
negli occhi l’Altro, riconoscergli una voce autonoma, 
che è la sua. Non colonizzarla, questa voce, con la 
pretesa di poter comprendere. 

Per questo trovo straordinaria l’operazione mes¬ 
sa in atto da Daglabet Information. “Di questi tempi 
in Danimarca non si parla altro che di rifugiati”, 
scrive una redattrice del giornale. “Abbiamo pensa¬ 
to di tacere e lasciare che fossero loro stessi a det¬ 
tare il programma. Il risultato è radicalmente diver¬ 


so da tutto ciò di cui stanno discutendo i politici”. 

Ed è diverso da quello che pensa l’europeo co¬ 
mune, che è spaventato e proprio non è in grado 
di comprendere. Come si guarda negli occhi una 
madre la cui figlia è stata uccisa perché la madre in 
questione, giornalista, non si rassegnava a tacere ? 
Io non lo so, e soprattutto non voglio pretendere di 
saperlo. 

Perciò ascolto. 

Guardo negli occhi. 

Cerco di non avere paura. 

Faccio i conti con la mia incapacità. 

Rispetto gli spazi di un dialogo che è infinitamen¬ 
te difficile, e non liquidabile. 

Ora non più. 

Nicoletta Vallorani 




PER LE RICHIESTE: Associazione culturale “Zero in Condotta”, Casella Postale 17127 - MI 67,20128 Milano. Celi. 347 145 51 18 
conto corrente postale 98985831 intestato a Zero in Condotta, Milano zic@zeroincondotta.org - www.zeroincondotta.org 
Edizioni La Fiaccola, Associazione Culturale Sicilia Punto L, vico L. Imposa 4 - 97100 Ragusa 
sezione La Fiaccola - via Tommaso Fazello, 133 - 96017 - Noto (SR) - Tel. 0931 894033 - info@sicilialibertaria.it - www.sicilialibertaria.it 


Opere di 
complete 


Lordine di uscita dei dieci volumi non segue 

quello del piano dell’opera. 


UN LAVORO LUNGO E PAZIENTE... 

Il socialismo anarchico dell’Agitazione 
(1897-1898) 

saggio introduttivo di Roberto Giulianelli 

pp.392 €25,00 


VERSO L’ANARCHIA 

Malatesta in America 
(1899-1900) 

saggio introduttivo di 
Nunzio Pernicone 

pp.198 €18,00 


“LO SCIOPERO ARMATO” 

Il lungo esilio londinese 
(1900-1913) 

-pp.320 €25,00 


ERRICO 
MALATESTA 

a cura di Davide Turcato 


78 


scuola 
















di Felice Accame 


à nous 

la libertà 


Quiete e rancore 

1 . 

Tempo fa - molto tempo fa - mi si presentò un ami¬ 
co che era nei guai. Ci conoscevamo da oltre trent’an¬ 
ni, avevamo assunto punti di vista analoghi e collabo¬ 
rato in più di una circostanza. Da poco, poi, era rima¬ 
sto vedovo e aveva perso il posto di lavoro - un posto 
che implicava il fatto che parlasse in pubblico. Aveva 
bisogno di un prestito per farsi mettere a posto i denti. 
Da un po’, infatti, parlando, aveva preso l’abitudine 
di portarsi la mano davanti alla bocca - per pudore, e 
per vanità - si potrebbe anche dire nei pochi panni di 
un san Girolamo -, conscio dello stato disastroso della 
sua bocca e dell’effetto che poteva fare con le persone. 
Mi chiedeva una cifra non trascurabile - i dentisti, si 
sa, costano. Per me fu un sacrifìcio, ma, pensando a 
quanto si potesse sentire a disagio, tirai fuori i sol¬ 
di e glieli diedi. Me li avrebbe restituiti con comodo, 
non appena avrebbe potuto. Per gli amici, come si suol 
dire, questo e altro. 

Non lo vidi più. Dopo un mesetto all’incirca, mi 
giunse una sua cartolina da Parigi: “un caro saluto”, 
firmato anche da un nome femminile che, se a me 
non diceva nulla, immaginai che a lui qualcosa di¬ 
cesse. Poi, silenzio. I mesi passarono. Dopo un anno, 
un anno e mezzo, mi telefona un’amica comune e mi 
racconta di averlo incontrato. L’ha trovato in ottima 
forma, soddisfatto e sorridente, più sicuro di sé e, ap¬ 
parentemente, privo di problemi economici. Il discor¬ 
so - il loro discorso - ha finito con il cadere su di me 
e, sulle prime, lui non ha esitato ad esprimere tutta 
la sua stima nei miei confronti e nel rivangare vecchi 
episodi della nostra esistenza, ma, prima di lasciar¬ 
la - me lo dice con un po’ di reticente e preoccupata 
discrezione la mia amica -, non ha potuto fare a meno 
di buttar lì che, peccato, io abbia proprio un cattivo 
carattere - ecco perché non mi vede da tempo. 

2 . 

Il caso della sindrome rancorosa del beneficiato nei 
confronti del benefìciante è uno dei tanti presi in esame 
da Laura Tappatà in un libro ottimisticamente dedicato 
a II dono del rancore. Sostenuta da considerazioni di 
ordine psicologico e antropologico, la sua tesi è piutto¬ 


sto semplice: il rancore è una passione, la passione è 
vita, nella vita ci sono gioie e dolori, il dolore produce 
conoscenza - su noi stessi e sul vivere -, il dolore può 
trasformarsi in rabbia e, a sua volta, la rabbia può tra¬ 
sformarsi in saggezza emotiva e in energia costruttiva. 
Anche dal rancore, insomma, può scaturire creatività. 
A condizione di ricordarsi che questa creatività può 
esprimersi anche punitivamente nei confronti del pro¬ 
prio oggetto, la tesi può essere presa in considerazione. 


3 . 

Come categoria storica il rancore è un costrutto 
già rinvenibile nei cosiddetti Padri della Chiesa. Tipo 
Sant’Agostino, quarto secolo. Il tema della parola è 

10 stesso del “rancido” che, a suo tempo, designava 

11 disgusto. Con l’uso, la designazione è risultata una 
sorta di miscela fra odio e risentimento, anche uno 
sdegno ma tenuto nascosto: un rancore perlopiù si 
“cova” e, a volte, si manifesta. Il suffisso -ore è lo stes¬ 
so di controllore, professore, manovratore e lavoratore 
- designa lo svolgimento di una funzione. In certi casi, 
però, la funzione non è svolta tale e quale, può anche 
essere svolta alla meno peggio, o “quasi” svolta, o svol¬ 
ta in modo analogo. È così che possiamo costruirci il 
rossore, il candore o il raffreddore - ovvero situazioni 
in cui qualcuno diventa “quasi” rosso, “quasi” bianco 
o “quasi” freddo. E il rancore potrebbe anche esse¬ 
re definito come una “quasi” rabbia, un fuoco ancora 
vivo sotto la cenere dei sentimenti espressi. Qualcosa 
che, comunque, ha una durata. 

4 . 

Quanto tempo può durare un rancore? Ovviamen¬ 
te, dipende. Dipende dal tipo di persona, dipende 
dall’entità dell’offesa, dipende dal fatto che l’offesa 
sia stata pubblica o sia rimasta privata, dipende dalla 
percezione che se ne ha - in definitiva, dipende dal 
processo di valorizzazione cui è sottoposta l’offesa da 
chi la riceve: qualcuno può considerarla una bazzeco¬ 
la, qualcun altro - la stessa offesa - se la lega al dito. 
E anche da quanto questo processo sia consapevol¬ 
mente vissuto come tale e non trasformato, invece, in 
una passiva constatazione di qualcosa che trascende 
il rancoroso stesso. 

Penso spesso a casi storici che hanno coinvolto e 
che coinvolgono tuttora popolazioni intere. L’Argenti- 


attenzione sociale 


79 


na del dopo-Videla, dove convivono - devono convivere 
- fianco a fianco torturatori e torturati, carnefici e vit¬ 
time. O l’Italia degli anni trenta, dove - ancora prima 
che venissero promulgate le leggi razziali - fra i catto¬ 
lici c’era chi definiva gli ebrei come “popolo deicida”, 
sulla base di un’interpretazione che risaliva a quasi 
duemila anni prima. 

Se guardo alla cronaca sportiva, poi, mi tocca regi¬ 
strare la persistenza di patti di amicizia o di dichiara¬ 
zione di inimicizia tra tifoserie. Il caso di Verona e di 
Napoli, per esempio: un’offesa “iniziale”, mi dico, ci sarà 
pur stata, ma la maggior parte di coloro che, da una 
parte e dall’altra, la “vivono” tuttora, che ne sa? Prose¬ 
gue imperterrita in una sorta di tradizione familiare? 

5 . 

Più volte mi è capitato di riflettere sul caso osser¬ 
vato nei primi anni del Novecento e raccontato da 
Gregory Bateson nei panni dell’antropologo. Le isole 
Andamane sono state spesso teatro di feroci guerre 
tra due popolazioni che, tuttavia, ogni tanto trovava¬ 
no il modo di smetterla e di provare a convivere in 
pace. Questo armistizio era sancito in una soluzione 
liturgica particolare: una festa in comune, danze, cibo 
e giochi. Capitava anche che nei giochi - competitivi, 
ahimè - spesso si esagerasse, ovvero si superasse il 
confine di quello che veniva percepito come semplice- 
mente giocoso e non aggressivo, e che ciò costituisse 
la nuova scintilla di una nuova guerra, ma questa tra¬ 
gica iattura, qui, posso trascurarla. Qui, mi interessa 
la liturgia, ovvero quel rituale di amnesia sociale in 
virtù del quale un’offesa può essere cancellata. 

La confessione del cattolico è un esempio di lavaggio 
della coscienza individuale. Pur nei loro limiti, alcuni 
processi storici - si pensi a Norimberga all’indomani 
della Seconda Guerra Mondiale - hanno servito da 
“pacificazione”: i colpevoli sono stati condannati (non 
stiamo a guardare troppo per il sottile sulla correttez¬ 
za del rapporto tra colpa e pena e neppure stiamo a 
riflettere troppo sulla sensatezza della pena, di tutte 
le pene) e chi è rimasto è invitato a “dimenticare” o a 
vivere “come se” e ricominciare da capo. Mi son detto 
spesso che certe mostruosità politiche del nostro do¬ 
poguerra - sto parlando dell’Italia -, presumibilmente, 


non avrebbero potuto svilupparsi se i conti con il fa¬ 
scismo fossero stati fatti seriamente, invece di truccare 
ancora una volta le carte in tavola, creando ad arte un 
mito della Resistenza di un popolo unito, nascondendo 
sotto il tappeto una guerra civile e trasbordando uomi¬ 
ni e istituzioni, pari pari, da una fase all’altra. 

Le durate, insomma, sono relative. Ricominciare da 
capo si può a patto che tutti i colpevoli abbiano sapu¬ 
to rendersi conto della propria colpa - un’autocritica 
dell’individuo e della società che l’ha espresso - e a 
patto che sia stata organizzata una liturgia che rati¬ 
fichi l’evento. Nel microcosmo dei rapporti di coppia 
è un po’ come quando uno dei due - il colpevole o la 
vittima - invita l’altro a cena. 

6 . 

Non è vero che l’amico cui avevo fatto un prestito 
non si è più fatto vivo. Anni dopo è riapparso. Giu¬ 
livo e affettuoso come sempre, con una dentatura 
apparentemente perfetta - dimentico del mio cattivo 
carattere e dei soldi che gli avevo dato. Durante il no¬ 
stro incontro, ovviamente, ho atteso che lui ponesse 
l’argomento, ma ho atteso invano - e io, da persona 
discreta qual sono, mi sono ben guardato dal fargli il 
benché minimo cenno. Dato che abbiamo vari interes¬ 
si in comune, va da sé che a quell’incontro ne abbiano 
seguito altri. Fino ad un certo giorno. 

Fino al giorno in cui mi ha chiesto un prestito. Di¬ 
mostrandomi che la capacità di amnesia dell’indivi¬ 
duo è incredibile, una facoltà davvero preziosa per la 
sopravvivenza. 

Felice Accame 


Nota 

La cifra, questa volta, era più modesta, più commisura¬ 
ta al mio stato di relativo benessere attuale. Anche l’incon¬ 
scio - se di inconscio si tratta - sa fare i suoi calcoli. Glieli 
ho dati anche questa volta. Se non altro per non vederlo 
più. Anche se devo ammettere che, essendo io di cattivo 
carattere, un po’ di rancore nei suoi confronti ce l’ho. 

Il libro di Laura Tappatà è pubblicato da Sefer, Milano 
2015 . 


RITRATTI IN PIEDI 


dialoghi fra storia e letteratura 


Questo libro raccoglie i quaranta Ritratti in piedi apparsi sulla nostra rivista tra il 2001 e il 2009 
In ciascuno di essi Massimo Ortalli propone al lettore una scelta di testi letterari affiancandovi 
documenti d’epoca tratti dalla pubblicistica o da fonti d’archivio. Il volume, 572 pagine con 
illustrazioni e indice dei nomi, va richiesto direttamente all’autore Massimo Ortalli, via Emilia 216, 
40026 Imola (Bo). Cellulare 348 7445927. Una copia costa € 22,00 (invece dei 32,00 di copertina), 
spese di spedizione comprese. Pagamenti: bonifico bancario, intestato a Massimo Ortalli, IBAN IT 
49 G05080 21012 CC 120000075, Bic/Swift IMC0IT2AXXX. 



80 


attenzione sociale 












di Paolo Pasi 


Lettere 

dal futuro 


Lo stato social 


Lo stato social non rinnega il passato. Semmai lo 
aggiorna continuamente. 

Non è una semplice etichetta che ha tolto di mez¬ 
zo una vocale, ma rappresenta un nuovo e più ma¬ 
turo rapporto con i cittadini, chiamati sociallisti per 
il loro raddoppiato progressismo. 

Nello stato social non ci sono frontiere, ma pas¬ 
sword. Non più documenti di riconoscimento, ma 
user id. La sua Costituzione è scritta a caratteri così 
fìtti e piccoli che nessuno l’ha mai letta per intero, 
cosicché lo stato social è fondato sulla fiducia dei 
sociallisti di avere solo diritti. 

Lo stato social armonizza gli opposti, dimostran¬ 
dosi in questo superiore a qualunque istituzione 
preesistente. Garantisce sicurezza senza polizia, 
esercita il controllo con discrezione, unisce le per¬ 
sone nelfabbraccio di una community, tenendole a 
distanza. È profondamente etico e combatte lo stato 
etilico. Ci sono milioni di amici che non hanno mai 
bevuto un bicchiere di vino insieme. 

Non ha prigioni, ma le sue sentenze vengono ri¬ 
spettate nel nome del popolo condiviso, pena l’esclu¬ 
sione dalla community. Tutti sono parte dello stato 
social, e tutti si riconoscono perciò nel proprio ag¬ 
giornamento di stato. 

Sono ammesse più identità, pseudonimi, camuf¬ 
famenti. Lo stato social è demo-creativo, nel sen¬ 
so che riconosce a tutti le più ampie possibilità di 
esprimere le varie sfaccettature della persona¬ 


lità. Non richiede mai estenuanti trafile per il comu¬ 
ne disbrigo delle pratiche, ma si accontenta di un 
semplice “Accetto”. 

Lo stato social si richiama alla tradizione della de¬ 
mocrazia diretta e la valorizza con nuovi strumenti. 
Non più referendum con schede e urne, ma un co¬ 
modo clic sulle parole “Mi piace”. Non contempla l’e¬ 
spressione “Non mi piace”, ma permette al dissenso 
di esprimersi sotto forma di post. Da qui l’espressio¬ 
ne stato “post democratico”. 

Premia la sintesi, la semplicità espressiva, le ab¬ 
breviazioni e le faccine. Lo stato social non incoraggia 
i logorroici e i perdigiorno. Chiede velocità in cam¬ 
bio di efficienza. Aggiornamenti costanti migliorano 
le sue prestazioni che, detto per inciso, non gravano 
sulle casse pubbliche. Non impone tributi, piuttosto 
“con-tributi” (tributi condivisi) da pagare se e solo 
quando ci si rivolga a servizi specializzati. Vige dun¬ 
que una forma di autotassazione dell’utente rinno¬ 
vabile di volta in volta. Nessuna scelta è irreversibile 
nello stato social, tranne quella di farne parte. 

Lo stato social siamo noi, affrancati da mali tra¬ 
dizionali, liberati da antiche paure: colma i vuoti 
di memoria con un archivio perenne, e sconfigge 
l’oblio; ci riserva continue sorprese, e sconfigge la 
noia. In ogni momento di vita social c’è una finestra 
pronta ad aprirsi a nostra insaputa e a spiazzarci 
con una nuova pubblicità. La riforma della scuola 
nello stato social si è ispirata a questo principio car¬ 
dine: ci sono solo promozioni. 

Nel nome del sociallismo. 

Paolo Pasi 



123rf.com 






enocidio degli armeni 



Quando lo stato 

diventa 

un serial killer 

di Francesco Berti / tavole di Paolo Cossi 


Lo scorso febbraio abbiamo ricordato il centenario del massacro 
degli Armeni per mano turca. Nel corso di quest’anno, quelle tragiche 
vicende sono state ricordate in numerose occasioni - mai in Turchia, 
dove è reato il solo citarle. In queste pagine ne viene sottolineato 

il carattere statale e ideologico. 


S ullo scorso numero di febbraio (“A” 395), Luigi 
Rigazzi ha riassunto, in un sintetico e incisi¬ 
vo articolo, i principali avvenimenti relativi ai 
massacri patiti dal popolo armeno tra fine XIX e ini¬ 
zio XX secolo. In particolare, l’autore si è sofferma¬ 
to sugli eccidi architettati e posti in essere a partire 
dal 1915 dal Comitato di Unione e Progresso (IttihacL 
ve Terakki Cerniteti ), l’ala estremista del partito dei 
Giovani Turchi che guidava, con polso dittatoriale, il 
periclitante impero ottomano, in fase di inarrestabile 
decomposizione. 

Sia consentito, al termine del centenario dello 
Metz Yeghérn (“Grande Male”), espressione con cui 
gli armeni designano il genocidio del 1915, ritornare 
sul tema con alcune brevi riflessioni. 

Il massacro degli armeni si presta ad una lettura 
libertaria capace di dar conto non solo della dina¬ 
mica di quegli eventi sul piano interno, ma anche 
nella loro dimensione geopolitica, alla luce del con¬ 
testo internazionale nei quali occorsero, su un piano 
spaziale, e di analoghi episodi che li precedettero e li 
seguirono, su un piano temporale. 

Mi riferisco, in particolare, al carattere statale e 


ideologico del genocidio. Lo sterminio degli armeni 
attuato dal Comitato di Unione e Progresso fu uno 
sterminio di Stato, che il potere politico attuò contro 
una parte considerevole dei propri stessi cittadini: 
quei cittadini che, sul piano giuridico, esso era te¬ 
nuto a proteggere dalla violenza. La principale au¬ 
togiustificazione del potere dello Stato si fonda in 
effetti proprio su questa considerazione e promessa, 
che senza il monopolio della violenza e del diritto la 
società si disgregherebbe a causa della violenza dei 
privati. Ma la violenza dei privati è ben meno offen¬ 
siva di quella dello Stato, quando esso voglia servir¬ 
sene per opprimere i suoi sudditi. 

Analogie 
e differenze 

Sotto questo riguardo, il genocidio armeno si 
differenzia ad esempio, sul piano qualitativo, dagli 
stermini degli Stati coloniali europei nelle Americhe 
a partire dalle scoperte geografiche e soprattutto in 
Africa tra fine Ottocento e inizio Novecento. Ecci¬ 
di altrettanto orribili e condannabili, naturalmen- 


82 I genocidio degli armeni 


te, ed egualmente mortiferi per chi li ha subiti, ma 
diversi nelle loro cause e finalità. Spesso compiuti 
contro popolazioni civili inermi, essi furono in altri 
casi frutto di guerre tra gruppi combattenti, sia pure 
condotte con una tecnologia militare che dava agli 
aggressori un vantaggio incolmabile sugli aggrediti. 
In ogni caso, gli stermini furono l’effetto di conqui¬ 
ste imperiali di territori le cui popolazioni indigene 
erano considerate e trattate dai colonizzatori come 
subumane. Con lo sterminio degli armeni si ha, da 
questo punto di vista, un salto di qualità, perché lo 
Stato individua un nemico interno in una determi¬ 
nata categoria di cittadini che gode, sul piano forma¬ 
le, degli stessi diritti degli altri cittadini di quello Sta¬ 
to, e decide di eliminarla fisicamente, manu militari. 

Sotto questo punto di vista, il genocidio armeno 
inaugura, per così dire, quello che lo scrittore russo 
Vasilij Grossman ha definito il secolo della massima 
violenza dello Stato sull’uomo, il Novecento, e deve 
essere posto a confronto, in un paragone volto a indi¬ 
viduare analogie e differenze, con altri fenomeni ana¬ 
loghi che, quanto a dimensioni, mezzi di attuazione e 
finalità, si sono ripetuti in contesti diversi nel secolo 
trascorso. In quanto sterminio “interno”, il genocidio 
armeno può essere per alcuni aspetti accostato con lo 
sterminio dei kulak attuato dal regime sovietico e in 
particolare con la carestia indotta ordinata da Stalin 
in Ucraina nel 1932-33 o con lo sterminio attuato dai 
Khmer rossi in Cambogia tra il 1976 e il 1979, omi¬ 
cidi di massa che però furono perpetrati su base pre¬ 
valentemente classista. Il genocidio armeno costitui¬ 
sce un precedente anche per lo sterminio degli ebrei 
d’Europa attuato dalla Germania nazista, ma da un 
altro punto di vista, in quanto avvenne, come quello, 
su basi razziali. Tuttavia, in questo caso la differen¬ 
za consiste nel fatto che i tedeschi non attuarono un 
piano di sterminio solo contro popolazioni che risie¬ 
devano nel proprio territorio, ma anzi principalmente 
contro comunità venute a ricadere sotto la loro giuri¬ 
sdizione a seguito della guerra di conquista mondiale 
che essi avevano scatenato. 

Il carattere statale 
del genocidio 

Il carattere statale del genocidio armeno è rilevan¬ 
te anche sotto un altro punto di vista, che spiega 
tra l’altro la riluttanza dei governi turchi attuali nel 
riconoscerlo come tale. Lo sterminio degli armeni fu 
infatti uno sterminio di uno Stato che non era anco¬ 
ra uno Stato, di uno Stato in fieri, di quello Stato che 
è oggi la Turchia moderna, la quale stava appunto 
vivendo il passaggio da un impero plurinazionale e 
plurietnico a uno Stato nazionale, sul modello euro¬ 
peo quanto alla conformazione geografica ed etno- 
culturale. Come ha scritto Rudolf Rocker, è lo stato 
che crea la nazione, non la nazione che crea lo stato. 

La Turchia moderna è in un certo senso “figlia” di 
quel genocidio - anche se naturalmente non ne ha 
alcuna responsabilità -, in quanto l’ascesa al potere, 
dopo la fine della prima guerra mondiale, di Musta- 


fa Remai, ex giovane turco e fondatore appunto del¬ 
lo Stato nazionale turco, sarebbe stata impossibile 
senza la perdita “esterna” di quei territori che, nel 
1915, facevano ancora parte dell’impero ottomano 
ma nei quali i turchi rappresentavano, sul piano 
etnico, una minoranza nazionale; soprattutto, non 
sarebbe stata possibile senza la gigantesca pulizia 
etnica “interna”, sviluppatasi in un genocidio, di 
quella parte del territorio in cui risiedeva una forte 
minoranza religiosa e nazionale, la cui stessa esi¬ 
stenza metteva in discussione l’idea di uno Stato et¬ 
nicamente e religiosamente omogeneo, così come era 
concepita dai leader del Comitato di Unione e Pro¬ 
gresso. È un fatto che Remai abbia potuto compie¬ 
re la sua notevole impresa unificatrice in virtù delle 
condizioni create dal conflitto mondiale e in specie 
del “lavoro sporco” che, sul piano interno, avevano 
condotto i nazionalisti turchi contro la popolazione 
armena e altre minoranze, cristiane e non cristiane. 
Come ha scritto uno dei grandi storici del genocidio 
armeno, Taner Aqkam, il genocidio costituisce il vi¬ 
zio all’origine dello Stato turco ed è tanto più difficile 
da ammettere, da parte di questo Stato, in quanto 
intacca e lede - mostrando la “nudità” del re - il mito 
delle origini di cui si fregiano tutti gli Stati. 

Il carattere 
ideologico 

Il carattere ideologico del genocidio armeno non 
è meno significativo. Esso è legato alla, ma anche 
distinto dalla, sua dimensione statale, la quale può 
assumere molte forme: sempre autoritarie, da un 
punto di vista libertario, ma non sempre necessaria¬ 
mente sterminatrici o genocidarie. 

I Giovani Turchi, una nebulosa di correnti diver¬ 
se, più che un partito politico nel senso stretto del 
termine, compiono una rivoluzione liberaleggiante 
nel 1908, con l’appoggio determinante di consisten¬ 
ti settori delle minoranze nazionali e religiose (gre¬ 
ci, armeni, ebrei etc.), depongono il sultano “rosso” 
(del sangue armeno) Abdul Hamid II e ripristinano 
la Costituzione del 1876 e la quasi parità giuridi¬ 
ca per tutti i sudditi dell’impero. Compiono questa 
operazione nel nome dei valori egualitari e libertari 
della Rivoluzione francese, a cui proclamano di ispi¬ 
rarsi, ma in realtà si apre subito al loro interno un 
dibattito tra la corrente più filoccidentale e libertaria 
e quella nazionalista, che va sviluppando una ide¬ 
ologia nazionalista e razzista che prende a modello 
quanto di più becero stava producendo l’Europa di 
fine Ottocento. La dinamica interna che porta alla 
vittoria della componente nazionalista e antiocci¬ 
dentale su quella democratica, liberale e moderna è 
solo in parte spiegabile con la pressione esterna che 
le voraci Grandi Potenze europee, molto più sma¬ 
niose di accaparrarsi gli ultimi brandelli dell’impero 
ottomano che di difendere i suoi sudditi cristiani, 
esercitano sui nuovi padroni della Turchia. Il fatto è 
che i Giovani Turchi vengono solo lambiti dalla mo¬ 
dernità e dai suoi valori, la potenza radioattiva del- 


genocidio degli armeni I 83 


la civiltà occidentale fa sì che essi ne imitino alcuni 
tratti esteriori, senza mai farne davvero proprio lo 
spirito. La strada al genocidio è aperta quando la 
componente fìloccidentale viene sconfìtta e prevale 
la tentazione nazionalista, che trova incarnazione 
nella fazione più estremista del partito, il Comitato 
di Unione e Progresso. Quest’ultimo individua nel 
nazionalismo la religione politica in grado di salvare 
l’impero in disfacimento e nella purezza etnica l’o¬ 
biettivo politico da perseguire con ogni mezzo. 

Nazionalismo radicale 
e guerra 

I leader del Comitato sono in buona parte atei e 
massoni, che mantengono della tradizione musulma¬ 
na soprattutto la distinzione disegualitaria tra fedeli 
e infedeli. Essi abbandonano, però, l’antica visione 
islamista del rapporto tra maggioranza e minoran¬ 
za, rielaborata anche in ambito ottomano, che era 
connessa a questa distinzione. Nell’ottica della dhim- 
ma, il non-musulmano, in quanto infedele, è, per ciò 
stesso, un inferiore e deve essere tenuto a distanza 
dalla umma, dalla comunità dei fedeli. Intorno agli 
infedeli va tirato una sorta di cordone sanitario, ma 
proprio per questo l’infedele non può essere pensato 
nei termini dell’assimilazione, la minoranza religiosa 
vive in uno statuto giuridico di inferiorità ma le sono 
riconosciuti dei diritti, una certa autonomia, un ruo¬ 
lo economico. Tutto questo scompare nella visione 
dei membri del Comitato di Unione e Progresso e 
questo spiega perché alcuni osservatori occidentali, 
quando la svolta in senso nazionalista dei Giovani 
Turchi fu compiuta, intorno al 1910, predissero che 
il loro atteggiamento nei confronti delle minoran¬ 
ze sarebbe stato ben più radicale e sanguinario di 
quello, già di per sé distruttivo, del vecchio despota 
Abdul Hamid: questo feroce assassino aveva certa¬ 
mente fatto sterminare 200.000 armeni tra il 1894 e 
il 1896, ma la cancellazione di un intero popolo dalla 
carta geografica non era nelle sue intenzioni perché 
non rientrava in quella visione islamista che, pure in 
una curvatura estrema ed estremamente tirannica, 
gli era propria. 

La politica genocidaria fu concettualmente resa 
possibile, dunque, dalla svolta ideologica dei Giovani 
Turchi, che si allontanarono sia dalla visione religio¬ 
sa tradizionale di stampo islamista, sia dalla moder¬ 
nità liberaldemocratica, abbracciando una visione 
del mondo nazionalista e panturchista, secondo cui 
la trasformazione radicale e utopica della società 
doveva essere attuata attraverso l’omogeneizzazio¬ 
ne etnica a l’assimilazione forzata dell’elemento non 
turco a quello turco. 

La guerra mondiale, alla quale la Turchia entrò 
a fianco dell’alleato tedesco fu dunque l’occasione, 
e non la causa, dello sterminio e della deportazione 
degli armeni, così come è stata l’occasione, e non 
la causa, degli eccidi attuati da Lenin, Stalin, Hit¬ 
ler e altri sterminatori di popoli. Questi, come già i 
membri del Comitato di Unione e Progresso, hanno 


sempre fatto ricorso alle teorie cospirative e al mec¬ 
canismo del capro espiatorio per giustificare e attua¬ 
re, sulla base di circostanze che in realtà loro stessi 
avevano creato, omicidi di massa e deportazioni di 
popolazioni. 

Né deve essere considerata casuale l’alleanza della 
Turchia, alle soglie dell’entrata in guerra, con la Ger¬ 
mania. Benché osteggiata da diversi esponenti del 
Comitato, essa fu in realtà la scelta più coerente con 
la strada del nazionalismo imboccata dalla dittatu¬ 
ra unionista. Di tutti i paesi europei, la più ubriaca 
di nazionalismo, la più incline a tradurre in termi¬ 
ni politici la rivolta romantica contro la modernità e 
la più determinata a coltivare sogni megalomani di 
egemonia mondiale era, già allora, la Germania, che 
inviò immediatamente una squadra scelta di adde¬ 
stratori militari per riorganizzare e rendere più effi¬ 
ciente l’esercito turco. Benché lo Stato tedesco non 
possa essere ritenuto in alcun modo direttamente 
responsabile dello sterminio degli armeni, non fece 
neppure nulla per impedirlo o fermarlo e anzi fece 
molto per nasconderlo, seguendo una cruda e cinica 
logica di realpolitik. 

Il nazionalismo radicale deve in conclusione esse¬ 
re ritenuto la vera origine intellettuale del genocidio 
armeno; la guerra mondiale, che sviluppò e tradusse 
in pratica l’idea di annientamento totale del nemi¬ 
co, preventivamente spogliato di ogni umanità, fece 
il resto. 

Francesco Berti 


Il Grande Male. 

Pubblichiamo nelle pagine seguenti alcune ta¬ 
vole tratte dal volume di Paolo Cossi Medz Ye- 
ghern, il Grande Male (seconda edizione, luglio 
2015, Hazard Edizioni, pp. 144, € 14,50), origi¬ 
nariamente uscito nel 2007 e pubblicato anche in 
sardo, francese, spagnolo, olandese e coreano. 
Si ringrazia Veditore per la cortese disponibilità. 



84 I genocidio degli armeni 













genocidio degli armeni I 85 










































































01 MI 


allora quelli 1 

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COME TE RE- 1/ 

\ ALLORA? 


STANOEGUELLI 1 


COME ME TOR- 1 


NANO A CASA. I 



RBOTO VOi-EmSRlTJ 
NON S UCCB&B MAI 
NULLA QUI. SIAMO 
TRANQUiJ-U. 




CENTINAIA £7r Al A PI MOK TI 

u Chiami uieute-, Helmut? 


sottotenente 

WEONERIiO , 
rNiENpevo.^ 


aur TROPPI IMTENl 70 - 
NO MA POCHI VG&OUQ 
E SANNO! PIETRO 

gueote morti non 

C'è LA OLIERA MA 
UN PIANO PI STER¬ 
MINIO RAGIONATO 
A tavolino! 


86 I genocidio degli armeni 


















































genocidio degli armeni I 87 




















-ror souo sEsurtE le uoctskmji m 
TUTTI &U AAMBI MASCHI. PKiVi pi 
PROTE^OUEh i VE£& Hl r LE pO^klE E ! 

veUQQUO PEPORfATU 


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HAMWO WrzJATO 
MAMPAMpO LA 
POLITA SESPE- 
TA MEI VÌLLA00I 
£QM LA S^USA 
PELLE PERQUr- 
SJzroui PI 
0U&RRA- 


88 I genocidio degli armeni 




































^Et? È pro¬ 
prio Mej- 
tre vaioo- 

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TRASEPlA- 


SOLCATO f WVlA UKl TELEDRAMMA 
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orsù che i a i ^ouizrowe c?ella 

QUESTIONE ARMENA" VERRÀ 
AFFIATA A LWA COMMISSIONE 
SPECIALE PI TRE PER£OUE,« 


LE CAROVANE 
VENDONO ÀT- 
TACCATE VA 
&AKIPITI empì 
O STERMINATE 
PASU STESSI 
ZAPTIÉ TUR¬ 
CHI, enver, 

TALÀT £ £?JE- 

malhanno 

CALCOLATO 

TLETTOrr, 


ADDI UNO! 
CHIARA¬ 
MENTE che 
LO SCOPO 
FELL-E pE- 
PORTAZIO- 
NI PEV1ES- 
SERE ’HL 
NULLA"! 


«al SEORETARIO ESECUTIVO 
UAZlM. BEHAETTIN SHAtfrR 
E AL MINISTRO SHOUBRIE, 
SOTTO IL CONTROLLO PELLO 
STESSO TALÀT PASCIÀ. 


genocidio degli armeni I 89 

































90 I genocidio degli armeni 






























































curiosità 


Ma Babbo Natale 
è anarchico? 


di Ruth Kinna 

Secondo Pétr Kropotkin, assolutamente sì. Sulla base di 
una documentazione storica recentemente scoperta a 
Mosca, il “principe anarchico” guardava con simpatia al 
natale e riteneva auspicabile che durasse tutto l’anno. 


N on sorprende scoprire che Kropotkin era in¬ 
teressato al natale. Nella cultura russa, san 
Nicola era acclamato come difensore degli 
oppressi, dei deboli e degli svantaggiati e Kropotkin 
condivideva questo sentire. C’era anche un legame 
famigliare; come tutti sanno, Kropotkin poteva ri¬ 
percorrere la storia dei suoi antenati sino all’anti¬ 
ca dinastia Rurik che governò la Russia prima dei 
parvenu Romanov e che, sin dal primo secolo d.C., 
controllò le tratte commerciali tra Mosca e l’Impero 
Bizantino. Il ramo della famiglia di Nicola fu manda¬ 
to a pattugliare il Mar Nero, ma Nicola era un uomo 
spirituale e ricercò una via di fuga dalla pirateria e 
dal brigantaggio per i quali la sua famiglia russa e 
vichinga era famosa. Così, con un nuovo nome, si 
insediò nelle terre meridionali dell’impero, l’odierna 
Grecia, e decise di usare le ricchezze che aveva ac¬ 
cumulato in una vita di crimini per alleviare le soffe¬ 
renze dei più poveri. 

Inedite fonti d’archivio recentemente scoperte 
a Mosca rivelano che Kropotkin era affascinato da 
questo legame famigliare e dalla straordinaria so¬ 
miglianza fisica tra lui e la figura di Babbo Natale, 
diffusa dal volume “A visit from St. Nicholas” (meglio 
conosciuto come “The night before Christmas”). Kro¬ 
potkin non era corpulento come lui, ma pensava che 
un cuscino sotto la tunica avrebbe potuto funziona¬ 
re. [...] Decise anche di seguire il consiglio che l’ami¬ 
co Elisée Reclus gli diede sulla renna e di utilizzare 
una slitta a mano. 

Kropotkin normalmente non era solito travestirsi, 
ma sfruttare la somiglianza per diffondere messag¬ 
gi anarchici era un’eccellente propaganda del fat¬ 



to. [...] Pensava che 
tutti avremmo potu¬ 
to comportarci come 
Santa Claus; a margi¬ 
ne di un foglio, scrisse: 

“Intrufolatevi nei negozi, 

regalate tutti i giocattoli!”. Alcuni segni sbiaditi sul 
retro di una cartolina dicono: 

“Nella notte prima di natale, ci accingeremo 
mentre tutti staranno dormendo, ci renderemo 
conto della nostra potenza 
esproprieremo i beni dai negozi, perché è giusto 
e largamente li distribuiremo a quelli che ne 
hanno bisogno”. 

I suoi appunti ci danno modo di addentrarci nelle 
sue idee sulle caratteristiche anarchiche del natale 
e nel suo pensiero sui modi in cui i rituali del na¬ 
tale vittoriano dovessero essere modificati. “Sappia¬ 
mo tutti” scrisse “che i grandi negozi - John Lewis, 
Harrods e Selfridges - hanno iniziato a sfruttare le 
potenzialità delle vendite del natale, creando grotte 
magiche e paesi incantati per adescare i nostri figli e 
per pressarci a comprare regali che non vogliamo e 
non possiamo permetterci”. “Se sei uno di noi” pro¬ 
seguiva “realizzerai che la magia del natale dipende 
dal sistema di produzione di Babbo Natale, non dai 
tentativi dei negozi di sedurti per farti consumare 
inutili beni di lusso”. 

Kropotkin descrisse le officine sparse per il Polo 
Nord, dove gli elfi lavoravano felicemente tutto l’an¬ 
no perché sapevano che stavano producendo per la 
gioia di altre persone. Kropotkin aveva notato che 
quelle officine erano artigiane, non ricercavano in al- 


curiosità I 91 


Roberto Ambrosoli 




cun modo il profitto ed erano dirette secondo logiche 
comunitarie; le considerò quindi come prototipi delle 
fabbriche del futuro (delineate in Campi, fabbriche, 
officine). 

Sapeva che alcuni reputavano idealistico il sogno 
di Babbo Natale di vedere tutti ricevere doni il giorno 
di natale, ma si poteva realizzare; infatti, la diffusione 
delle officine [...] avrebbe facilitato una generalizzata 
produzione legata al bisogno e avrebbe trasformato il 
regalo da azione occasionale a condivisione abituale. 

“Dobbiamo dire alle persone”, scrisse Kropotkin, 
“che le officine comunitarie possono essere costitu¬ 
ite dappertutto e che possiamo mettere insieme le 
nostre risorse per assicurarci che i bisogni di tutti 
siano soddisfatti”. 

L’etica anarchica 
del natale 

Una delle questioni sul natale che più infastidiva 
Kropotkin era il modo in cui il ruolo ispiratore di Ni¬ 
cholas, nella creazione del mito del natale, ne aveva 
confuso l’etica. Nicholas era erroneamente rappre¬ 
sentato come un uomo caritatevole e benevolo, santo 
perché generoso. 

Le motivazioni che spingevano Nicholas a donare, 
e che si erano dissolte nella figura di Babbo Natale, 
sono state progressivamente distorte dall’ossessione 
vittoriana per i bambini. Kropotkin non ne capiva 
veramente i collegamenti, ma sentiva che questa ri¬ 
flettesse un tentativo di moralizzare l’infanzia attra¬ 
verso il concetto di purezza che era simboleggiato 
dalla nascita di Gesù. 

Naturalmente non poteva immaginare la creazio¬ 
ne del “Grande Fratello Babbo Natale” che sa quan¬ 
do i bambini sono addormentati e svegli e che arriva 
in città apparentemente sapendo chi ha meritato di 
piangere o imbronciarsi. Ma prima o poi, avvertiva, 
questa idea di purezza sarebbe stata usata per di¬ 
stinguere i bambini cattivi dai buoni e solo gli appar¬ 
tenenti al secondo gruppo sarebbero stati ricompen¬ 
sati con dei doni. 

Comunque sia, era importante tirare fuori il prin¬ 
cipio della compassione di Nicholas dai discorsi 
confusi e senza senso sulle origini folkloristiche di 
Babbo Natale. Nicholas regalava perché soffriva a 
causa della consapevolezza delle sofferenze delle al¬ 
tre persone. Nonostante non fosse un assassino (per 
quel che ne sapeva Kropotkin), condivideva la stessa 
etica di Sofìa Petrovskaya. Era ovviamente impor¬ 
tante preoccuparsi del benessere dei bambini, ma 
il principio anarchico prendeva in considerazione le 
sofferenze di tutti. 

Un’altra credenza sbagliata riguardava la pratica 
del dono, che si pensava richiedesse la realizzazione 
di un piano centralizzato, supervisionato da un am¬ 
ministratore onnisciente. Tutto ciò era assolutamen¬ 
te sbagliato: Babbo Natale era stato creato dall’im¬ 
maginazione della gente (prendiamo anche solo in 
considerazione la gamma di nomi locali accumulati 
da Nicholas - Sinterklaas, Tomte, de Kerstman) e la 


diffusione dell’allegria - attraverso la festività - era 
organizzata dal basso verso l’alto. Il principio solida¬ 
ristico di mutuo appoggio, sosteneva Kropotkin, era 
sepolto nel natale. 

Sfruttare il potenziale 
propagandistico 

Kropotkin apprezzava il significato dei rituali e il 
valore che gli individui e le comunità davano ai car¬ 
nevali, alle rievocazioni e alle commemorazioni. Non 
auspicava l’abolizione del natale come non voleva 
vederlo statalizzato attraverso una ristrutturazione 
burocratica del calendario. Tuttavia era importante 
riuscire a separare l’etica presente nel natale dalle 
caratteristiche della sua celebrazione. Il significato 
del suo festeggiamento avrebbe dovuto essere quel¬ 
lo di estendere il principio di mutuo appoggio e di 
compassione nella vita di tutti i giorni. Nella società 
capitalistica, la festività natalizia forniva uno spa¬ 
zio per i buoni comportamenti; mentre era possibile 
essere un cristiano una volta l’anno, l’anarchismo 
invece riguardava l’intera vita. 

Kropotkin realizzò che la sua propaganda poteva 
avere maggior successo se avesse dimostrato che il 
messaggio anarchico era contenuto anche nella cul¬ 
tura mainstream. I suoi appunti ci rivelano che guar¬ 
dasse con riguardo “Il canto di Natale” di Charles 
Dickens per trovare un mezzo che veicolasse le sue 
idee. Nel libro erano attribuite al natale idee di amo¬ 
re, allegria e benevolenza. Kropotkin trovava geniale 
la struttura del libro. Cos’è la storia dell’incontro di 
Scrooge con i fantasmi del natale passato, presente 
e futuro se non una prefigurazione della possibilità 
di cambiamento? Guardando al presente attraverso 
il passato, a Scrooge viene data la possibilità di mo¬ 
dificare la sua vita miserevole, rimodellando il suo 
futuro e il futuro della famiglia Cratchit. 

Anche se veniva ricordato una sola volta l’anno, il 
libro di Dickens dava agli anarchici uno strumento 
perfetto per veicolare il loro insegnamento: modifi¬ 
cando il modo in cui agiamo oggi e modellando i no¬ 
stri comportamenti in riferimento a quelli di Nicho¬ 
las, possiamo aiutare a costruire un futuro in cui sia 
sempre natale! 

Ruth Kinna 
traduzione di Carlotta Pedrazzini 

Originariamente apparso in Strike! magazine (novembre 
2014) con il titolo An anarchist guide to... Christmas. 


Ruth Kinna insegna Teoria Politica alla Lou- 
ghborough University (Gran Bretagna). Dal 2007 
è redattrice del giornale Anarchist Studies. È au¬ 
trice del libro “Anarchism - A beginners guide ” e 
di 'William Morris: The art of socialism”. 


92 


curiosità 




canzone d’autore 


Al centro, 
le donne 

di Steven Forti / foto Roberto Molteni 


È dedicato alla canzone d’autore al femminile, il Premio Bianca d’Aponte, 
la cui undicesima edizione si è tenuta ad Aversa il 16 e 17 ottobre. 



canzone d’autore 


93 










S e c’è ancora qualcuno che non sa che cosa sia 
il Premio Bianca d’Aponte, farebbe bene a ri¬ 
mediare subito. È senza dubbio uno degli in¬ 
contri di maggiore interesse della canzone d’autore 
italiana di questo inizio di XXI secolo, insieme alla 
storica Rassegna della canzone d’autore del Club 
Tenco di Sanremo (dal 1974), al Premio Ciampi di 
Livorno (dal 1995), al Festival Ferré di San Benedet¬ 
to del Tronto (dal 1996), al Premio Bindi di Santa 
Margherita Ligure (dal 2005), al Festival Dallo Sha- 
mano allo Showman della Val Camonica (dal 2003) e 
al Premio Andrea Parodi di Cagliari (dal 2008). Ma a 
differenza di tutti questi è l’unico premio che metta 
al centro le donne. Ed è forse, più di tutti gli altri, 
un momento di profonda amicizia. Sì, perché questo 
premio è dedicato a Bianca d’Aponte, una giovane 
cantautrice aversana scomparsa nel 2003, a soli 22 
anni, per un aneurisma. Ne aveva parlato su que¬ 
ste pagine Sergio Secondiano Sacchi con un articolo 
dedicato alla scorsa edizione, la decima, del premio 
(Sergio Secondiano Sacchi, “Nel ricordo di Bianca”, 
“A” 395, febbraio 2015). 

Seppur così giovane, Bianca ha avuto il tempo di 
scrivere delle bellissime canzoni. Alcune sono state 
incise dalla stessa Bianca, altre rimangono raccolte 
in provini o se ne conserva solamente il testo. Nel 
2004 Gaetano e Giovanna, i genitori di Bianca, han¬ 
no deciso di creare quest’isola di musica e di poesia 
per mantenere vivo il ricordo della figlia e per 


dare la possibilità ad altre giovani cantautrici ed in¬ 
terpreti di inseguire il proprio sogno. Poco a poco, 
questa iniziativa è cresciuta e si è andata consoli¬ 
dando, giungendo all’undicesima edizione. Grazie 
alla passione e alla generosità di Gaetano e Giovan¬ 
na, che sostengono praticamente a loro totale carico 
l’iniziativa, e di alcuni amici di Bianca, Aversa si è 
convertita in un punto di riferimento per la canzone 
d’autore al femminile, per quanto le istituzioni non 
abbiano fatto nulla per aiutare Gaetano e Giovan¬ 
na in questo duro e faticoso lavoro. Come scriveva 
Sergio Secondiano Sacchi, “Quanto avrebbe bisogno 
di sostegni tangibili una iniziativa del genere: nel 
territorio ampliamente descritto da Roberto Saviano 
è l’unica sede a promuovere intelligenza e cultura 
nel campo della musica giovanile. Eppure è lasciata 
sola, affidata ai risparmi di una famiglia. Sono un’i¬ 
sola: il titolo è quanto mai veritiero.” Parole che è 
bene ricordare e rileggere. E ristampare ogni volta 
fino a che non cambiano le cose. 


Tra Faber e Matteo Salvatore 


Come ogni anno dieci finaliste si sono esibite sul 
palcoscenico del bel tetro Cimarosa della città cam¬ 
pana. Alle spalle ognuna di loro ha una vita fatta di 
studi e passione e di tanti concerti nei locali e nei 
piccoli teatri di mezza Italia. Giovani cantautrici che 
provengono dal Veneto e dalla Sicilia, da Milano e da 
Roma, dall’Emilia e dalla Puglia. Ma non ci sono solo 
loro. Nelle due serate, presentate con la conseuta 
ironia da Antonio Silva e Carlotta Scarlatto, 
hanno partecipato anche quelli che il 
mondo mainstream chiamerebbe i big, 
ossia riconosciuti artisti del panorama 
italiano come Bastian Contrario, Car¬ 
lo Mercadante, Renzo Rubino e Dioda¬ 
to (che hanno duettato a sorpresa nel 
brano di Fabrizio De André Amore che 
vieni, amore che vai), Giuseppe Anasta- 
si e Andrea Mirò, che ha anche recitato 
in italiano II ladro di Georges Brassens, 
parte del progetto, portato avanti insieme 
ad Alberto Patrucco, dedicato al maestro 
dei cantautori francesi. Ma c’è stata anche 
Mariella Nava che ha cantato In nome di 
ogni donna, un brano di denuncia contro la 
violenza sulle donne. 

Non poteva mancare poi Fausto Mesolel- 
la, direttore artistico e anima di questo premio, che, 
accompagnato dalla sua band, ha deliziato il pub¬ 
blico con tre canzoni del suo nuovo album Canto 
Stefano. Si tratta di dodici poesie di Stefano Benni 
messe in musica dall’ex Avion Travel. Due di queste 
meritano una menzione. L’insanguinata è un testo 
appositamente scritto da Benni per la chitarra di 
Mesolella, che deve questo soprannome a Samuele 
Bersani. Quello che non voglio è invece una poe¬ 
sia che l’autore di Bar Sport regalò a Fabrizio De 
André alla metà degli anni Novanta: Faber la stava 
trasformando in canzone quando il vento se lo portò 


94 


canzone d'autore 



Irene Ghiotto accompagnata dalla violon 


^ di - Pr emio Bianca d’Aponte: 'a vicentina 

x/aiontina Cacco 


via per sempre. La poesia rimase in un cassetto fino 
all’incontro tra Benni e Mesolella e ora, finalmen¬ 
te, ha ripreso a volare sulle splendide note del chi¬ 
tarrista campano. Ma Mesolella ha anche duettato 
con Raiz (due brani dal loro meraviglioso Dago Red, 
Targa Tenco 2014) e, fuori programma, con Mimmo 
Epifani, interpretando uno storico pezzo di Matteo 
Salvatore, che ha riportato la mente di molti alle vio¬ 
lenze di fascisti e padroni nelle campagne pugliesi. 

Come in ogni edizione, poi, non sono mancate né 
la vincitrice dell’anno precedente, la bravissima Eli¬ 
sa Rossi, né la “madrina” del premio che quest’an¬ 
no è stata Ginevra Di Marco. Accompagnata dall’ex 
CCCP/CSI Francesco Magnelli e da Andrea Salvadori 
che con Ginevra, Alessio Lega e molti altri partecipa 
all’avventura del nuovo Bella Ciao, la Di Marco ha 
ammaliato il pubblico con un intenso set finale che 
ha guardato al passato e al futuro della sua più che 
ventennale carriera. Da due brani dei CCCP (tra cui 
Amandoti ) ad un gran finale dedicato alla canzone 
popolare insieme ad Elena Ledda (anche lei parteci¬ 
pa alla carovana del nuovo Bella Ciao), Fausta Vete- 
re (colonna storica della Nuova Compagnia di Can¬ 
to Popolare) e Brunella Selo, ma anche omaggiando 
Andrea Parodi, nell’anniversario della scomparsa del 
cantautore sardo, e, naturalmente, Bianca d’Aponte. 
Ogni anno, infatti, la “madrina” interpreta una canzo¬ 


ne scritta da Bianca. Ginevra Di Marco ha scelto l’in¬ 
tima Mary, che, insieme ai brani delle dieci fìnaliste, 
è contenuto nel ed della manifestazione, distribuito 
gratuitamente dietro a un’offerta per Emergency. 

La vincitrice di quest’undicesima edizione è stata la 
vicentina Irene Ghiotto (con Lafilastrocca della sera), 
mentre alla milanese Helena Hellwig (con Alla Marilyn 
morrò) è toccato il Premio della Critica. Alla romana 
Priscilla Bei, con Ulisse, Mariella Nava ha deciso di 
proporre un contratto per la sua etichetta discogra¬ 
fica Suoni dall’Italia. Ma sono meritevoli di una men¬ 
zione, anche se non premiati, i brani dell’emiliana 
Grazia Cinquetti, della bolognese Giulia Olivari e del¬ 
la siciliana Francesca Incudine, che nel 2013 si era 
già fatta conoscere con un bel disco Iettavuci, dove 
canta in siciliano. 

Da Aversa a Barcellona 

Quest’edizione del Premio Bianca d’Aponte è stato 
però segnato da una grande novità: un nuovo oriz- 
zone internazionale grazie al legame con l’associa¬ 
zione Cose di Amilcare, attiva da oltre un triennio a 
Barcellona. L’8 marzo scorso si è infatti tenuto nel 
capoluogo catalano il Bianca d’Aponte International, 
in cui una ventina di cantautrici e interpreti di diverse 
nazionalità hanno tradotto e cantato nella loro lingua 
le canzoni di Bianca. Ne è nato Estensioni, un disco, 
presentante proprio nella due giorni aversana, la cui 


canzone d’autore 


95 



copertina è una riproduzione di un’opera originale su 
marmo di Marco Nereo Roteili. Estensioni raccoglie 
undici di queste interpretazioni in catalano, spagnolo, 
francese, inglese e perfino in maori, maltese, russo e 
ceco. Nel bel teatro Cimarosa della città campana si 
sono potute ascoltare alcune di queste “estensioni” 
delle canzoni di Bianca. Come quella della france¬ 
se Céline Prouvost (che ha ottenuto, tra l’altro, da 
Mariella Nava l’offerta di un contratto discografico), 
dell’algherese Claudia Crabuzza - che canta nel ca¬ 
talano della sua terra -, della tunisina M’Barka Ben 
Taleb e della catalana Silvia Comes. 

Proprio quest’ultima è 
stata insignita del 
Premio Bianca d’A- 
ponte International 
per il ventennale 
lavoro di ricerca nel 
campo della poesia e 
della canzone. L’ulti¬ 
mo disco di Silvia Co¬ 
mes, che ha partecipato 


recentemente anche allo spettacolo Storie e amori 
d’anarchie , cantando in catalano La locomotiva di 
Francesco Guccini, è infatti dedicato alla poetessa 
spagnola Gloria Fuertes. Ma la dimensione inter¬ 
nazionale del Bianca d’Aponte non si conclude con 
queste prime tre tappe. Il prossimo 6 marzo si terrà 
a Barcellona la seconda edizione dell’estensione ca¬ 
talana del premio aversano organizzata da “Cose di 
Amilcare” e già il 19 dicembre, a Sanremo, sempre 
con “Cose di Amilcare” e con il Club Tenco, si terrà 
una serata dedicata a Bianca e alle poetesse, alla 
quale parteciperanno Fausto Mesolella, Alessio Are¬ 
na, Silvia Comes, M’Barka Ben Taleb e cantautrici di 
diverse latitudini: la russa Julija Zigansina, la ceca 
Ruth Horàckova e la neozelandese Tamar McLeod 
Sinclair, tutte e tre presenti in Estensioni con una 
canzone di Bianca. 

Ad ottobre di ogni anno Aversa si converte in un’i¬ 
sola. Un’isola che, di anno in anno, diventa sem¬ 
pre più grande e più rigogliosa, nonostante l’assen¬ 
za di aiuti istituzionali alla famiglia d’Aponte. Da 
quest’anno, grazie al legame con l’associazione Cose 
di Amilcare, di isola ce ne sarà sicuramente 
un’altra: a Barcellona. Un’altra isola, legata a 
doppio filo con quella di Aversa, in cui sono 
le voci, le canzoni e le poesie di donne ad es¬ 
sere, finalmente, le protagoniste. 


Steven Forti 


96 


canzone d'autore 





di Alessio Lega 


...e compagnia 

cantarne 


Un nuovo libro 
su Bakunin. Mio. 

«Su quale anarchico ti piacerebbe scrivere un libro 
per noi?» disse Andrea Staid, dopo avermi convocato 
alla redazione di Elèuthera, un annetto fa. «Su Baku¬ 
nin» ho risposto io... «Buonafortuna» ha detto lui. 

Me intemerato, dunque! Mi sono immerso nella 
sconfinata bibliografìa che riguarda il nostro, ripe¬ 
tendo fra me e me «fesso... fesso...» che bisogno ci 
sarà di un’altra biografìa dell’anarchico più famoso 
del mondo? E invece mi accorgo poi che le grandi bio¬ 
grafie sono state scritte un sacco di tempo fa: quella 
di Kaminski nel 1938... quella celeberrima di Carr 
pubblicata in Italia da Mondadori, nel ’37 (anche se 
rivista poi fino agli anni ’50). Allora forse non è inutile 
provare a riparlare con le parole di oggi di quest’uo¬ 
mo immenso, pieno di difetti, scroccone e vagabondo, 
di questo russo simpaticissimo, di questa umanità 
concentrata in due metri d’altezza, di questa fame di 
conoscenza, di rivolta, di relazione... non è inutile in¬ 
namorarsi e detestare assieme il nostro più grande 
compagno. 

Quello che segue è un estratto dell’ultimo capitolo, 
quello che riguarda la malinconica fine del vecchio le¬ 
one a sessantadue anni. 

Troverete tutto in libreria (col titolo ‘Il diavolo: vita e 
rivoluzioni di MichailAleksandrovic Bakunin”, oppure 
‘ Bakunin: il demone della rivolta”... io e l’editore non 
abbiamo ancora finito di litigare in merito!) ai primi di 
dicembre. 

«Ma che prospettiva!» 

A.L. 

Una sigaretta 
dietro l’altra 

Ogni sera Andrea Santandrea veniva in villa ad 
aiutare Mikhail Aleksandrovic a mettersi a letto e, 
dopo aver fatto il necessario, rimaneva vicino a lui 
fino a un’ora molto tarda della notte. Era Filippo 
Mazzotti a venire invece al mattino... Non ho mai vi¬ 
sto, né prima né poi, un attaccamento tanto entusia¬ 
sta e tanto disinteressato. 

Mi ricordo certe domeniche in cui questi lavo¬ 
ratori erano riuniti nella camera di Bakunin. San¬ 
tandrea rimaneva immobile, i gomiti sul tavolo, la 


sua testa da patrizio romano appoggiata sulle brac¬ 
cia incrociate; i suoi grandi occhi neri osservavano, 
estatici, la bocca di Bakunin che parlava. Mazzotti, 
più espansivo, più vivace e più ingenuo, sorrideva, 
assentiva, scuoteva il capo oppure guardava con 
un’espressione malinconica verso di me, compian¬ 
gendomi evidentemente che io non potessi capire la 
grande parola. 

E Bakunin fumava una sigaretta dietro l’altra, be¬ 
veva a sorsate del tè in una tazza enorme e parlava 
a lungo in italiano. A volte un astante arrischiava 
un’obiezione. Allora Santandrea e Mazzotti spiegava¬ 
no e cercavano di persuadere, interrompendosi l’un 
l’altro, mentre Bakunin ascoltava, faceva dei segni 
di approvazione con la testa, aggiungeva una paro¬ 
la qui e là. All’inizio, vista la mia ignoranza dell’i¬ 
taliano, non capivo neppure il senso generale della 
conversazione; ma, osservando i volti dei presenti, 
avevo l’impressione che lì avvenisse qualche cosa 
di straordinariamente grave e solenne. L’atmosfera 
di quegli incontri mi compenetrava, si creava in me 
uno stato d’animo che vorrei chiamare, in mancan- 



percorsi di vita I 97 




za di un’altra espressione, uno “stato di grazia”: la 
fede cresceva, i dubbi svanivano. La grandezza di 
Bakunin si precisava per me, la sua personalità in¬ 
gigantiva. Vedevo che la sua forza stava nel potere di 
prendere possesso delle anime umane. Senza alcun 
dubbio, tutti quegli uomini che l’ascoltavano erano 
pronti a tutto al suo minimo cenno. Potevo immagi¬ 
narmi un altro ambiente meno ristretto, una grande 
folla e capivo che l’influenza di Bakunin sarebbe sta¬ 
ta identica. [...] 

In fondo, in che cosa consisteva il fascino di Ba¬ 
kunin? Credo che sia impossibile definirlo esatta¬ 
mente. Non è con la forza di persuasione che agiva, 
non è il suo pensiero che ridestava il pensiero degli 
altri; ma egli sollevava ogni cuore ribelle, vi ridestava 
una collera elementare. E quella collera abbagliava 
di bellezza, diventava creatrice e indicava alla sete 
esaltata di giustizia e di felicità uno sbocco, una pos¬ 
sibilità di realizzazione. «Die Lust der Zerstòrung ist 
zugleich eine schaffende Lust», ha ripetuto Bakunin 
fino alla fine della sua vita. 

Osservando i rapporti di Mikhail Aleksandrovic 
con la gente dei popolo, ero ogni volta di più mera¬ 
vigliata. Spesso, nelle nostre lunghe conversazioni 
a due, egli mi aveva esposto le sue idee filosofiche e, 
come se avesse voluto fare un’analisi retrospettiva 
defl’insieme delle sue opinioni, parlava dell’hegeli- 
smo, rifiutandolo con una logica serrata. Non era 
che con uno sforzo di attenzione sostenuto che io 
potevo seguire i suoi ragionamenti; e il suo pensiero 
luminoso mi colpiva allora per l’originalità e l’ardi¬ 
tezza delle deduzioni. Ma quando vedevo con quale 
facilità egli entrava in comunicazione intellettuale 
con degli illetterati, appartenenti ad un’altra clas¬ 
se, ad un’altra razza, il mio stupore diveniva ancor 
maggiore. [...] Tra i lavoratori e Bakunin, non c’e¬ 
ra che semplice amicizia e questo senza la minima 
forzatura. 

Egli poteva gridare facendo un rimprovero a Fi¬ 
lippo o ad Andrea come se essi fossero dei monelli; 
poteva tenerli sotto l’incantesimo delle sue idee; e 
poteva anche parlare a lungo con loro delle loro pic¬ 
cole faccende, raccontargli o farsi raccontare i pette¬ 
golezzi del partito o della città, scherzare con loro e 
ridere dei loro scherzi. 

Alle porte 
di Lugano 

Alla giovane studentessa russa Aleksandra Weber 
dobbiamo questo acuto ritratto degli ultimi mesi di 
vita di Bakunin. Allieva di Ippolito Pederzoli, un vec¬ 
chio mazziniano espulso dall’Italia che sopravviveva 
dando lezioni private di lingua a Lugano, fu introdot¬ 
ta da quest’ultimo nella cerchia che lo frequentava: 
sempre meno intellettuali e cospiratori a tempo pie¬ 
no e sempre più semplici lavoratori, come i nomina¬ 
ti Santandrea ciabattino e Mazzotti operaio profugo 
dei moti bolognesi. Aleksandra fu particolarmente 
benaccetta, come sempre i russi a casa sua, diven¬ 
ne una confidente fissa del connazionale sessantu- 


nenne, che con lei parlava della sua infanzia, delle 
sue sorelle morte e si faceva raccontare storie della 
campagna russa, finché non si addormentava con la 
sigaretta a penzoloni fra le labbra. 

Questi incontri avvenivano alla Villa Besso, una 
bella costruzione con giardino alle porte di Lugano 
che con i maneggi di prestiti, ipoteche, fideiussio¬ 
ni varie e con quello che considerava un acconto di 
un’eredità che non gli arrivò mai per intero (anche 
se continuò a sperarci fino all’ultimo giorno) Michail 
riuscì a comprare a credito. Lì si circondò di una 
cerchia di nuovi amici con i quali parlava ancora di 
rivoluzioni, benché il tono si fosse fatto più nostal¬ 
gico e disilluso: 

Tutto cospira contro di noi, anche il clima è lungi 
dall’esserci propizio. Ma in fondo “à la guerre comme 
à la guerre” facciamo buon viso a cattivo gioco. Sono 
malato e tutti i miei mali coalizzandosi, mi assalgono 
come l’inverno e i dispiaceri. Triste tempo fisicamen¬ 
te e moralmente. La Reazione, audace e cinica, vince 
per ogni dove, distruggendo e schiacciando le nostre 
speranze migliori. I vecchi come me e tuo padre non 
vedranno l’aurora della resurrezione. I giovani come 
te non soltanto la vedranno, ma prenderanno parte 
attiva a questo rinascimento del Vero, del Giusto e 
del Bello. Intanto per consolarci, perché la vita sia 
più sopportabile, amiamoci. È ancora la cosa più po¬ 
sitiva e più seria che ci sia al mondo. Tutto il resto 
è fumo. 

Scrive al figlio dell’amico Bellerio, e poi ripete an¬ 
che a Élisée Reclus: 

Si, hai ragione, la rivoluzione per il momento è 
rientrata nel suo letto, ricadiamo nel periodo delle 
“evoluzioni”, ossia in quello delle rivoluzioni sotter¬ 
ranee, invisibili e spesso addirittura insensibili. [...] 
Una delle passioni che mi dominano attualmente, è 
un’immensa curiosità. Una volta che ho dovuto ri¬ 
conoscere che il male ha trionfato e che io non sono 
riuscito ad impedirlo, mi sono messo a studiarne 
l’evoluzione e gli sviluppi con una passione quasi 
scientifica. [...] Povera umanità. È evidente che non 
potrà uscire da questa cloaca che con una immensa 
rivoluzione sociale. Ma come la farà, questa rivolu¬ 
zione? Giammai la reazione internazionale europea 
è stata così formidabilmente armata contro ogni 
movimento popolare. Essa ha fatto della repressio¬ 
ne una nuova scienza che viene matematicamente 
insegnata nelle scuole militari ai tenenti di tutti i 
paesi. E per attaccare questa fortezza inespugnabi¬ 
le che cosa abbiamo? Le masse disorganizzate. Ma 
come organizzarle, se non sono appassionate nep¬ 
pure a sufficienza per la propria salvezza, se non 
sanno che cosa devono volere e se non vogliono ciò 
che solo può salvarle! Rimane la propaganda, così 
come la fanno i giurassiani e i belgi. È certo qual¬ 
cosa, ma pochissimo: gocce d’acqua nell’oceano e, 
se non esistesse altro mezzo di salvezza, l’umanità 
avrebbe il tempo di marcire dici volte prima di es¬ 
sere salvata. Rimane un’altra possibilità: la guerra 
universale. Questi immensi Stati militari dovranno 


98 I percorsi di vita 


ben distruggersi e divorarsi tra di loro, presto o tar¬ 
di. Ma che prospettiva! 

Bakunin 
“il possidente” 

Se il corpo era allo sfascio la testa di Bakunin 
continuava a ragionare fino e a vedere bene avanti, il 
tempo lo divideva fra le care vecchie speculazioni fi¬ 
losofiche (in particolar modo Schopenauer) e libri di 
chimica e agronomia. Non contento dei disastri fatti 
alla Baronata s’intestardiva a far fruttare il giardino 
della Villa: «Su questo terreno coltiverò legumi, frut¬ 
ta e fiori. I legumi e la frutta li manderò al mercato 
di Lugano, dove si venderanno come il pane, perché 
tutto ciò viene coltivato malissimo qui. Quanto ai fio¬ 
ri, la signora Jenny che ha gusto parigino insegnerà 
ad Antonia a farne dei bouquet». 

Come ci racconta il suo amico Arthur Arnauld 
profugo comunardo: 

Si mise a studiare chimica, sotto la guida di un 
professore del collegio. Quanto alle sementi di ogni 
tipo, ne fece arrivare di che seminare l’intero Canto¬ 
ne e si lamentava sempre di non averne abbastan¬ 
za... Il terreno, vasto e bello, era ben piantato a gelsi 
[...]: Bakunin cominciò col farli tagliare. [...] Per un 
inverno intero si riscaldò coi suoi gelsi. [...] Quindi 
si piantarono degli alberi da frutto, in quantità tale 
e così vicini gli uni agli altri, che non sarebbero mai 
spuntati [...] “Non bisogna sciupare un’unghia di 
terreno”, ripeteva Bakunin. Tra gli alberi da frutto, 
si seminarono tutti i semi di legumi conosciuti e sco- 



Michail Bakunin 


nosciuti. Il tutto venne abbondantemente cosparso 
col famoso concime perfezionato e, siccome Bakunin 
vedeva e faceva grandiosamente, non si risparmiava 
né il concime né le piante da frutto e le sementi. Ri¬ 
sultato: tutto andò bruciato. 

Ovviamente la villa che è gravata da ipoteche e de¬ 
biti insostenibili, sarà perduta già prima della morte 
del nostro, ma è a lei che deve l’ultimo scherzo che 
gli gioca il destino: quando l’amico di una vita Adolf 
Vogt dovrà formalizzarne il decesso presso la polizia, 
al momento di dichiarare il mestiere del caro estinto 
si troverà in un comprensibile imbarazzo: «Vediamo 
un po’... “rivoluzionario” forse non è considerato un 
mestiere... il professore non l’ha mai fatto pur aven¬ 
do studiato ai più alti livelli... per essere scrittore ha 
scritto un sacco di roba, ma tutti opuscoli clandesti¬ 
ni» e così, per trarsi d’impiccio, dirà «era russo ma 
possedeva una villa qui nel Canton Ticino» e gli uffi¬ 
ciali tutti contenti scriveranno che era morto «Baku¬ 
nin il possidente», l’uomo che per tutta la vita si era 
battuto contro la proprietà e si era dibattuto nella 
miseria, così veniva consegnato ai registri civili. [...] 

Bakunin a Lugano si alzava alle otto, si trasci¬ 
nava in qualche caffè dove riceveva i vecchi amici, 
le giovani conoscenze, parlava di rivoluzione, di fi¬ 
losofia, quando cumulava un conto troppo salato 
cambiava caffè, se aveva qualche spicciolo in tasca 
comprava dolci da distribuire ai monelli per strada 
e ai bambini a casa, giocava con i figli. Passava il 
pomeriggio e la notte studiando e scrivendo, dormi¬ 
va pochissimo buttato su un tavolaccio, il più delle 
volte vestito. 

Sperava sempre nell’eredità dalla Russia, ma 
quando nel maggio del 1876 arrivò l’ultima tranches 
si accorse che non era nemmeno un decimo di ciò 
che s’aspettava. I debiti lo sommergevano ancora e, 
con nemmeno due mesi di vita davanti a sé, il vec¬ 
chio viandante si preparava a sloggiare ancora una 
volta, ma prima si volle recare ancora dal suo amico 
medico a Berna pronto a vuotare il calice dell’umilia¬ 
zione fino alla feccia. 

Credevo di avere la febbre, ma è quel catarro alla 
vescica tenace e accompagnato dalle emorroidi in¬ 
testinali. Soffro parecchio, devo pisciare continua- 
mente tutta la notte più di venti volte. Tutto ciò 
mi spossa, mi affatica il cervello, paralizza i miei 
movimenti e mi precipita in un torpore sgradevole. 
Non ti dico quanto mi sento ridicolo, sempre a pi¬ 
sciare! e in più la “cerimonia” dura moltissimo ed è 
molto dolorosa. Immagina la mia mole appoggiata 
al muro, con un rivolo d’acqua che ne scende len¬ 
tissimo... 

Probabilmente aveva un cancro alla prostata. 

Fischiando 
l’inno alla gioia 

Arrivò a Berna il 14 giugno in uno stato pietoso, 
con gli arti gonfi e ormai incapace di trattenere le 
urine «bisogna metterti in uno stato più ordinato» 


percorsi di vita I 99 




disse il dottor Vogt alla maniera fintamente rassi¬ 
curante che hanno i medici «sono sempre vissuto in 
modo disordinato, vorrà dire che la mia morte por¬ 
terà ordine!» rispose Bakunin che non si faceva mai 
mancare l’occasione di fare una battuta. Vogt sondò 
la sua vescica e gli applicò un doloroso apparecchio 
meccanico che lo costringeva a stare seduto tutta la 
notte, dormiva poche ore con la testa appoggiata a 
un tavolaccio («essendo un uomo retto, devo stare ad 
angolo retto»), ma si fece portare un libro di Schope- 
nauer e riprese i suoi studi. 

Bisogna rifondare una metafìsica che parta dall’uo¬ 
mo come essere appartenente a una comunità e non 
come individuo isolato, altrimenti si va a finire in 
una felicità campata in aria o in un pessimismo sen¬ 
za scampo... altro che le mie memorie che tanto non 
servono a nessuno - sono tutti troppo soddisfatti o 
troppo impauriti per fare una rivoluzione - se mi ri¬ 
prendo devo scrivere un’Etica basata sui principi del 
collettivismo. 

Martedì 27 giugno cominciò a rifiutare il cibo, ma 
ancora chiedeva di suonare al pianoforte Beethoven 


e ridacchiava dell’indegnità umana di Wagner ricor¬ 
dando i tempi dell’insurrezione di Dresda nel 1849. 

Mercoledì 28 cominciò a dire «mi sento stupido» 
una sorta di torpore si era impadronito di lui, non 
pisciava più. 

Giovedì 29. 

Venerdì 30. 

Sabato primo luglio 1876. 

E così, magari fischiando l’Inno alla gioia che era 
il suo brano preferito, si sarà abbandonato alla dol¬ 
cezza del riposo o sarà partito arrabbiato e battaglie¬ 
ro o ancora avrà scrutato curioso, immergendosi e 
abbracciando il nulla a cui tutti siamo destinati. 

Sono 139 anni che il percorso di Michail Aleksan- 
drovic Bakunin si è chiuso per sempre, 201 anni da 
quando era nato in una lontana provincia russa, ep¬ 
pure gli occhi trasparenti del diavolo paiono anco¬ 
ra ancora brigare - inserrabilmente - per la felicità 
umana. 

Solo che ora sta a noi. 

Alessio Lega 


elèuthera 

altri libri su Bakunin 


inichai] bakunin 
la libertà 
degli uguali 


elèuthera 



LA LIBERTÀ DEGLI EGUALI 

M. Bakunin (a cura di Giampietro N. Berti) 
2014, pp. 224, € 14,00 

Bakunin, uno dei padri fondatori dell’anarchismo, nel 
decennio 1866-1876 scrisse alcuni testi decisivi per la 
formazione del pensiero anarchico. Questa antologia 
ci restituisce la ricchezza e l’attualità del pensiero 
bakuniniano maturo. 


michail bakunin 

viaggio in italia 



VIAGGIO IN ITALIA 

M. Bakunin (a cura di Lorenzo Pezzica) 
2013, pp. 144, € 12,00 

Nelle sue peregrinazioni, Bakunin soggiorna spesso 
in Italia, rivelandosi acuto osservatore dei mali di un 
paese appena unificato e già afflitto da quei vizi con 
cui facciamo i conti ancora oggi. 


100 I percorsi di vita 














urbanista 
anarchico 


dossier a cura di Stefania Proli e Gianpiero Landi 









scritti di Franco Buncuga, Daniele Doglio, Massimiliano Ilari, 

Franco La Cecia, Gianpiero Landi, Letizia Montalbano, Giorgio Nebbia, 

Stefania Proli, Michele Salsi 

e due articoli di Carlo Doglio 
con bibliografia a cura di Stefania Proli 

Carlo Doglio (Cesena 1914 - Bologna 1995), una figura stimolante nella 
storia del pensiero anarchico del secondo dopoguerra. Urbanista, docente 
universitario, per un intenso periodo anche militante anarchico ed editore, ha 
contribuito a far conoscere in Italia le riflessioni e le opere dell’urbanista e 
sociologo statunitense Lewis Munford, ispirate a nuove e più avanzate forme 
li socialità. L’anarchico russo Pétr Kropotkin come riferimento generale. 

Le numerose frequentazioni con personalità della cultura, estranee 
all’anarchismo ma con interessanti riflessioni ed esperienze concrete di 
segno anche libertario, da Danilo Dolci ad Adriano Olivetti. Per ricordarlo, 
si sono tenute nei mesi scorsi due iniziative, a Bologna (in occasione 
del centenario della nascita) e a Parma (per il ventennale della morte). 
Pubblichiamo in questo dossier alcune delle relazioni, più altri contributi. 





dossier Carlo Doglio 


101 














Stefania Proli Un urbanista libertario 103 

Gianpiero Landi L’avventura intellettuale di un uomo aperto 105 

Daniele Doglio Cent’anni fa, mio padre 107 

Franco La Cecia II professor Doglio 109 

Massimiliano Ilari Dentro al movimento anarchico 112 

Franco Buncuga II mio primo esame di urbanistica 114 

Letizia Montalbano Una percettibile differenza 120 

Michele Salsi Che voglia di scrivere su Carlo Doglio 123 

Stefania Proli Leggere Carlo Doglio 126 

Carlo Doglio II piano armonico (la pianificazione della libertà) 127 

Carlo Doglio Viaggio all’anarchismo 131 

Giorgio Nebbia Ripartire dai suoi scritti 138 


I contributi di Daniele Doglio e Franco La Cecia sono le loro 
relazioni al Convegno di studi ‘‘Il piano aperto: Carlo Doglio 
e Bologna” promosso e curato da Stefania Proli a Bologna, 
presso la Sala Borsa, il 21 novembre 2014. 

I contributi di Massimiliano Ilari e Franco Buncuga sono le 
loro relazioni al Convegno ‘‘Oltre la città giardino. Incontro 
dedicato a Carlo Doglio tra urbanistica e anarchia”promosso 
e organizzato dal gruppo anarchico ‘‘Antonio Cieri", a Parma, 
il 23 maggio 2015. 

Lo scritto di Giorgio Nebbia è originariamante apparso nella 
rivista online Altro Novecento (n. 1, novembre 1999) con il 
titolo “Carlo Doglio (1914-1995)". 



Londra, 1956 (circa). Carlo Doglio 
in uno scatto di Vernon Richards. 
Questa foto è inserita nel volu¬ 
me Vernon Richards, A part time 
photographers. Portrait Gallery, 
Freedom Press, London, 1999. 


102 I dossier Carlo Doglio 






Un urbanista 
libertario 

di Stefania Proli 

Sperimentazione e teorizzazione 
dell’urbanistica dal basso. È questa 
la cifra dell’impegno sociale e 
professionale di Carlo Doglio. 

Le numerose testimonianze che 
ospitiamo in questo dossier ne 
danno conto. 

La pubblicazione di un dossier su Carlo Doglio na¬ 
sce dalla volontà di ricordare, trascorsi i cento anni 
dalla sua nascita e passati vent’anni dalla sua scom¬ 
parsa, la figura di un intellettuale non conformista 
che per oltre sessantanni si è mosso fra discipline, 
mestieri, culture e paesi diversi prendendo parte a 
veri e propri progetti sociali accumunati, seppur in 
diversa misura, dalla prospettiva dell’edificazione di 
una nuova società. 

La sua figura, tuttavia, viene indiscutibilmente 
associata al mondo dell’anarchismo, alla cui ri¬ 
costituzione ha contribuito in maniera critica nel 
secondo dopoguerra, diffondendo le opere dei suoi 
più grandi esponenti, in particolare quelle di Baku- 
nin e Kropotkin; ed al mondo della pianificazione 
urbanistica: a lui si deve la sperimentazione e la 
teorizzazione dell’«urbanistica dal basso», ovvero di 
un approccio che si fonda sulla qualità delle inte¬ 
razioni tra individui (e quindi fra attori, esperti ed 
istituzioni), per arrivare ad una costruzione sociale 
del territorio. Queste due anime paradossalmente 
contrastanti di Doglio (Daniele Doglio, nel suo in¬ 
tervento, sottolinea l’apparente ossimoro che si cela 
dietro la figura di pianificatore libertario), troveran¬ 
no come luogo cardine della ricerca urbanistica di 
Carlo Doglio proprio l’anarchia: anarchia come ide¬ 
ologia politica che ha disegnato le linee guida del¬ 
la sua attività, ma anche come filosofia sociale, e 
dunque come campo di studio di un nuovo siste¬ 
ma di organizzazione della società in cui centrale 
è l’azione sociale dell’individuo e della comunità. 
Negli anni di massimo impegno professionale, l’i¬ 


deale anarchico costituisce per Doglio lo spazio in 
cui ricercare, attraverso i canali d’azione dell’urba¬ 
nistica, un nuovo modello di organizzazione socia¬ 
le basato sulla cooperazione e sull’azione collettiva 
volontaria. 

Per dimostrare la sua tesi si sposta in quei territo¬ 
ri in cui è possibile aspirare alla costruzione di una 
«società attiva»: un insieme organizzato di individui 
che sia «in grado di esprimere tensioni autonome 
verso l’innovazione e lo sviluppo, ma anche rispetto 
e cura per le tradizioni e i luoghi condivisi, e una 
capacità di auto-organizzazione e sintesi collettiva, 
sostenuta da valori diffusi di coesione, fiducia e co¬ 
operazione» 1 . 

Dopo aver preso parte alla Resistenza, Doglio è a 
Ivrea negli anni in cui la comunità sembra finalmen¬ 
te poter essere assunta come un vero e proprio mo¬ 
dello di organizzazione del territorio. È protagonista 
dei dibattiti dell’Istituto Nazionale di Urbanistica in 
un periodo, quello della Ricostruzione, in cui l’urba¬ 
nistica è una disciplina impegnata nell’affermazione 
del primato della società civile su quella statuale. 
Da Londra segue in prima persona la costruzione 
delle nuove città promossa dal partito laburista in¬ 
glese, esperienza con cui la pianificazione urbani¬ 
stica sembra poter dar forma ad un nuovo sistema 
di organizzazione territoriale basato sui principi del 
decentramento. 

È a fianco di Danilo Dolci quando in Sicilia si av¬ 
via un piano di sviluppo «dal basso» incentrato sulla 
partecipazione diretta degli abitanti; e negli anni in 
cui l’urbanistica bolognese ha fatto scuola nel mon¬ 
do avviando un processo di rinnovamento urbano 
a partire da un ritrovato senso della partecipazione 
popolare, i suoi interventi animano il dibattito cul¬ 
turale della città. Per le stesse ragioni la sua attività 
si confronta anche con percorsi che sembrano por¬ 
tare in luoghi «eccentrici» se non estranei rispetto 
alle sedi del dibattito e del confronto intellettuale e 
professionale: i congressi della FAI negli anni che 
seguono la Liberazione dell’Italia dal fascismo, le 
riunioni preparatorie per la creazione dell’Internatio- 
nal Society for Socialist StucLies, organismo politico¬ 
culturale guidato dallo storico del socialismo George 
Douglas Howard Cole; i rapporti con l’India e il mon¬ 
do della nonviolenza. 

Una consapevolezza 
sociale 

La geografia che accomuna questi diversi contesti 
trova infatti una costante corrispondenza: una ra¬ 
dicale critica al sistema post-industriale e la ricerca 
di un nuovo sistema di relazioni (spaziali, ma anche 
economiche, sociali e politiche) capaci di riportare 


dossier Carlo Doglio I 103 




al centro il ruolo delle comunità nella società e riaf¬ 
fermare, attraverso l’azione sociale, la preminenza 
dell’individuo rispetto all’egemonia di un modello di 
sviluppo «mercificato» imposto da un’accettazione 
acritica del progresso. Forti delle sue radici anarchi¬ 
che, la riflessione teorica per coerenza morale non 
può infatti essere disgiunta dalla pratica quotidiana 
del «qui e ora». 

La differenza fra il suo approccio e quello del- 
l’«urbanistica istituzionale» è dunque molto chiara: 
per Doglio le riforme di struttura non sono affatto 
garanzia di un cambiamento nella qualità della vita; 
vi è un rischio, quello di tramutare tutto in procedu¬ 
ra, a cui la pianificazione non può sottrarsi se tali 
principi non vengono caricati di contenuti, di senso 
di responsabilità, di esperienze condivise. Se invece 
si intende l’attività di pianificazione come un proces¬ 
so che procede senza soluzioni di discontinuità dal 
territorio in cui opera, allora la relazione fra cono¬ 
scenza e pianificazione non può che fondarsi sull’a¬ 
zione sociale, la quale è il risultato di volontà ese¬ 
guite, di azioni concrete, di comportamenti consape¬ 
volmente agiti ed è dunque legata al tempo vissuto 
e non a quello, astratto, su cui il sapere scientifico 
si fonda: «Chi progetta deve avere dentro di sé una 
consapevolezza sociale. Deve sapere e volere parteg¬ 
giare, ogni giorno, nella società di cui fa parte. E 
parteggiare, logicamente, nei suoi propri modi che, 
per l’architetto e l’urbanista, addirittura per il piani¬ 
ficatore territoriale (ma questa è una mia opinione 
da molti non condivisa), sono quelli del “progetto” 
quale si esprime per “forme”. Ne abbiamo, tutti noi, 
le tasche piene di architetti-sociologhi, di architetti- 
economisti, architetti-sibernetici, di architetti-desi- 
gners, di urbanisti sincretici...E se si tornasse agli 
architetti che fanno architettura perché sono anche 
uomini comuni, partecipanti come uomini comuni 
al farsi della propria civiltà?» (C. Doglio, “Venendo da 
lontano”. Introduzione a A. Samonà, L’ordine dell’ar¬ 
chitettura, Bologna II Mulino, 1970, p. 11). 

Gli scritti scelti per il dossier ripropongono in par¬ 
te alcuni interventi presentati in occasione di due 
iniziative promosse negli ultimi mesi per ricordare 
Carlo Doglio rispettivamente nel centenario della na¬ 
scita e nel ventennale della sua scomparsa: si tratta 
del seminario di studi II piano aperto: Carlo Doglio e 
Bologna, a mia cura, svoltosi a Bologna il 27 novem¬ 
bre 2014 (si veda il n. 393 di A) e l’incontro promos¬ 
so dal Gruppo Anarchico “Antonio Cieri” a Parma 
lo scorso 23 maggio dal titolo Oltre la città giardi¬ 
no. Incontro dedicato a Carlo Doglio tra urbanistica e 
anarchia. 

Il figlio di Carlo Doglio, Daniele, offre un ritratto 
del padre in cui emerge quella che lui definisce una 
figura anomala di intellettuale: un «intellettuale or¬ 


ganico» non a un partito, come era comune a quasi 
tutti gli altri intellettuali della sua generazione, ma 
a un’idea, quella di una società aperta basata sulla 
cooperazione e sull’azione collettiva volontaria, che 
Doglio porta avanti con coerenza nei diversi ruo¬ 
li da lui ricoperti. Ripercorrendo la sua esperienza 
personale, l’antropologo Franco La Cecia descrive 
il suo rapporto con un maestro, Carlo Doglio, che 
si è contraddistinto nell’ambiente universitario del 
tempo per il suo «anti-accademismo» e per la capa¬ 
cità di riconoscere e stimolare, secondo il suo per¬ 
sonale metodo di insegnamento, le qualità dei suoi 
studenti. Il rapporto di Carlo Doglio con l’insegna¬ 
mento dell’urbanistica e con gli studenti è ripreso 
da Franco Buncuga, professore di Storia dell’Arte e 
redattore della rivista Libertaria, attraverso la sua 
esperienza di allievo ed amico. L’approccio peda¬ 
gogico di Doglio viene poi analizzato e discusso da 
Letizia Montalbano, sociologa e allieva di Doglio, 
accostando la lezione di Carlo Doglio con alcune 
importanti esperienze di pedagogia libertaria, come 
quella di Margherita Zoebeli a Rimini. Massimilia¬ 
no Ilari, storico dell’anarchismo e tra i responsa¬ 
bili dell’Archivio storico della FAI, approfondisce il 
ruolo di Doglio all’interno del movimento anarchico 
nel secondo dopoguerra, ricostruendo il suo impe¬ 
gno in un momento complesso di riorganizzazione 
delle fila anarchiche. Un ricordo a tutto tondo sul- 
l’«urbanista Carlo Doglio» ma non solo è quello che 
16 anni fa scrisse l’ambientalista e politico italiano 
Giorgio Nebbia, qui ripresentato * 2 . 

Per ritornare al tema centrale del dossier, si ripro¬ 
pongono infine due scritti di Carlo Doglio pubblicati 
al volgere degli anni ’70 quando, dopo un periodo 
di allontanamento, si riavvicina al movimento anar¬ 
chico. In Viaggio all’anarchismo (1969) e II piano ar¬ 
monico (la pianificazione della libertà) (1970) Doglio 
espone il suo rapporto personale, negli anni, con l’i¬ 
deale anarchico e descrive il legame imprescindibile 
che unisce il suo anarchismo con quella che è stata 
la disciplina che più ha contraddistinto la sua at¬ 
tività intellettuale e professionale, la pianificazione 
urbanistica. 

Stefania Proli 


1. P. Palermo, Trasformazioni e governo del territorio. Introduzione 
critica, Franco Angeli, Milano 2004, p. 53. 

2 L’articolo è comparso per la prima volta in: Altronovecento. Am¬ 
biente Tecnica Società. Rivista online promossa dalla Fondazione 
Luigi Micheletti, n. 1 novembre 1999 


104 I dossier Carlo Doglio 





L’avventura 
intellettuale 
di un uomo 
aperto 

di Gianpiero Landi 

Il suo contributo a un’urbanistica 
libertaria. La costituzione del Fondo 
Doglio, ora presso la Biblioteca 
Libertaria “Armando Borghi” a Castel 
Bolognese (Ravenna). 

Nel corso della sua lunga e intensa vita Carlo Do¬ 
glio ha raccolto una quantità considerevole di docu¬ 
menti della più diversa tipologia (migliaia di libri e 
opuscoli, centinaia di testate di riviste e giornali, do¬ 
cumenti d’archivio, progetti urbanistici, fotografie, 
registrazioni foniche, tesi di laurea, ecc.). Si tratta di 
un archivio personale di grande rilevanza, sia per la 
quantità che per la qualità dei materiali, che rappre¬ 
senta oggi una fonte di primaria importanza per ri¬ 


costruire il percorso biografico di Doglio, i suoi vasti 
e diversificati interessi culturali, l’attività professio¬ 
nale e politica, la fitta rete di relazioni con intellet¬ 
tuali italiani e stranieri, anche di primissimo piano. 

Da alcuni anni il Fondo Carlo Doglio si trova de¬ 
positato presso la Biblioteca Libertaria “Armando 
Borghi” di Castel Bolognese, di cui costituisce uno 
dei fondi documentari più importanti. 

Una sintetica 
biografìa 

Intellettuale anarchico di grande prestigio, urba¬ 
nista e docente universitario, Carlo Doglio ha attra¬ 
versato la storia del Novecento da protagonista oltre 
che da attento testimone. 

Nato a Cesena nel 1914 da una colta famiglia bor¬ 
ghese, ricevette fin dall’infanzia un’ottima istruzione. 
Dopo essersi laureato in Giurisprudenza a Bologna 
nel 1936, svolse attività clandestina antifascista e 
prese parte poi alla Resistenza in Romagna e a Mi¬ 
lano. Aderì in quegli anni al movimento anarchico, 
di cui divenne negli anni del secondo dopoguerra un 
esponente di primo piano e un attivo militante e pro¬ 
pagandista. In relazione con molti noti intellettuali 
(tra cui A. Banfi, E. Vittorini, F. Ferrarotti, A. Capiti¬ 
ni, G. De Carlo, F. Fortini), si interessò inizialmente 
di cinema ma presto orientò i suoi studi verso l’ur¬ 
banistica, interpretata in senso marcatamente liber¬ 
tario. Punti di riferimento per lui furono soprattut¬ 
to Kropotkin, Geddes e Mumford. Lavorò a Milano 
per la Mondadori e poi a Ivrea per Adriano Olivetti. 
Dal 1955 al 1960 si trasferì a Londra, dove tra l’al¬ 
tro collaborò ai programmi della BBC e della RAI. Si 
allontanò in quegli anni progressi¬ 
vamente dall’anarchismo, fino ad 
aderire al Partito socialista e poi al 
Psiup. Rientrato in Italia, trascor¬ 
se alcuni anni in Sicilia collabo- 
rando con Danilo Dolci. Intraprese 
poi la carriera universitaria. Dopo 
avere insegnato nelle Università di 
Palermo, Napoli e Venezia, conclu¬ 
se la sua carriera di docente come 
titolare della cattedra di “Pianifica¬ 
zione e organizzazione territoriale” 
alla Facoltà di Scienze Politiche a 
Bologna, città in cui stabilì defini¬ 
tivamente la sua residenza a par¬ 
tire dai primi anni Settanta. Si ri¬ 
avvicinò in quegli anni all’anarchi¬ 
smo, su posizioni dichiaratamente 
nonviolente. A queste concezioni 
restò poi fedele fino alla morte, av¬ 
venuta a Bologna nel 1995. 



dossier Carlo Doglio I 105 




































Per un’urbanistica 
libertaria 

Il suo maggiore contributo al pensiero anarchico 
va rintracciato nell’essere stato uno dei principali 
propugnatori nel nostro paese di una “urbanistica 
libertaria”, che per lui consisteva essenzialmente in 
una pianificazione territoriale “dal basso”, che par¬ 
tisse dalle esigenze e dalla volontà espressa dai cit¬ 
tadini che vivevano in un determinato territorio. 

Innumerevoli sono i suoi scritti, se si tiene conto 
- oltre che dei volumi - anche degli articoli sparsi in 
decine di riviste. Oratore di notevole efficacia, gran¬ 
de educatore, aveva la capacità di affascinare molti 
dei giovani con cui veniva in contatto, lasciando su 
alcuni di loro tracce indelebili. 

Il Fondo Carlo Doglio ha subito nel corso del tem¬ 
po diversi trasferimenti. Si tenga conto, anzitutto, 
che quella di Bologna è stata solo l’ultima delle re¬ 
sidenze di Doglio che, nel corso della sua vita si è 
spostato più volte fra città diverse, tra cui Milano, 
Ivrea, Londra, Partinico e Bagheria. 

Ci si potrebbe chiedere come mai il materiale do¬ 
cumentario raccolto da Doglio - dopo tutti questi 
trasferimenti - sia finito proprio a Castel Bolognese. 


Ricostruiamo brevemente la storia di questo Fon¬ 
do. Va detto anzitutto che verso la fine degli anni ot¬ 
tanta e l’inizio degli anni novanta del secolo scorso, 
quando già era in procinto di andare in pensione e si 
poneva il problema di lasciare libere le due stanze ri¬ 
colme di libri e di carte di cui disponeva all’Università, 
lo studioso cesenate aveva preso seriamente in con¬ 
siderazione l’idea di donare alla Biblioteca Libertaria 
“Armando Borghi” il proprio archivio. I legami di Do¬ 
glio con i libertari castellani - già esistenti da tempo 
- si erano intensificati soprattutto all’epoca dell’im¬ 
portante Convegno su “Armando Borghi nella storia 
del movimento operaio italiano ed internazionale”, 
svoltosi a Castel Bolognese il 17 e 18 dicembre 1988. 
In quella circostanza Doglio, oltre a partecipare come 
uno dei relatori al Convegno, fu l’oratore ufficiale nel¬ 
la cerimonia organizzata insieme all’Amministrazione 
comunale per l’inaugurazione del Monumento dedi¬ 
cato ad Armando Borghi, realizzato alcuni anni prima 
dallo scultore castellano Angelo Bianchii. 

Il “Fondo Doglio” 

Nonostante i suoi rapporti personali e politici con 
alcuni dei fondatori della Biblioteca Libertaria (tra 



106 I dossier Carlo Doglio 











cui l’estensore di queste note, ma anche e soprattut¬ 
to vecchi compagni ormai da tempo scomparsi come 
Nello Garavini e Emma Neri), rapporti mai venuti 
meno anche in seguito fino alla sua morte, Doglio 
decise infine che era preferibile che il suo archivio 
e i suoi libri rimanessero a Bologna, soprattutto per 
poterli utilizzare lui stesso con maggiore comodità 
ogni volta che ne avesse avuto desiderio e necessità. 
Anche da pensionato si riprometteva infatti di pro¬ 
seguire, con maggiore libertà, gli studi e le ricerche 
condotti per tutta la vita. 

Donò quindi - con regolare atto notarile - l’intero 
Fondo al Centro studi per l’abitare “Oikos” di Bolo¬ 
gna, diretto all’epoca dall’architetto Giorgio Trebbi, 
suo allievo e amico personale. Negli anni successivi, 
dopo varie traversie, l’“Oikos” di Bologna fu costretto 
a chiudere la sua Biblioteca, continuando ad esiste¬ 
re per alcuni anni solo come centro di ricerca (prima 
di essere posto, in tempi più recenti, definitivamente 
in liquidazione). 

A questo punto, venuta a conoscenza dei più re¬ 
centi sviluppi e sapendo che il materiale documen¬ 
tario del Fondo Doglio si trovava provvisoriamente 
inscatolato in un deposito a Bologna in attesa di una 
sistemazione definitiva (ben 150 scatole e scatoloni, 
per dare una idea approssimativa della quantità dei 
documenti di cui si sta parlando), la BLAB - che nel 
frattempo si stava dotando di nuovi locali, più ampi 
e funzionali - si fece di nuovo avanti, candidandosi 
per ricevere e conservare il Fondo. 

Con l’appoggio sostanziale dell’IBC della Regio¬ 
ne Emilia-Romagna e dei familiari di Carlo Doglio 
(la vedova Diana Cenni e poi, dopo la sua morte, il 
figlio Daniele), questo è infine avvenuto. Nel 2002 
l’“Oikos”, pur mantenendo la proprietà giuridica, ha 
stipulato un contratto di deposito (ventennale e rin¬ 
novabile) con il Comune di Castel Bolognese. Con 
tale contratto l’“Oikos” ha concesso in deposito al 
Comune il Fondo Doglio, con la clausola che venis¬ 
se poi trasferito alla Biblioteca Libertaria “A. Bor¬ 
ghi”. Tale trasferimento è poi avvenuto qualche anno 
dopo, appena conclusi i lavori di ristrutturazione 
edilizia nella nuova sede della BLAB. 

Si è già accennato alla consistenza quantitativa 
del Fondo Doglio, veramente notevole. Si tratta di 
circa 4000 libri e opuscoli, di quasi altrettanti nume¬ 
ri di giornali e riviste, oltre a un archivio composto 
da migliaia e migliaia di documenti (corrispondenza 
personale, estratti, tesi di laurea, progetti urbanisti¬ 
ci, ciclostilati, fotografie, registrazioni foniche, ecc.). 
Il solo archivio occupa circa 30 metri lineari di scaf¬ 
falatura, mentre altri 24 mi sono dedicati alla ricca 
emeroteca. Circa 850 tra i volumi sono catalogati 
Online negli Opac SBN. 

Il lavoro di riordino e descrizione sintetica dell’ar¬ 


chivio - condotto professionalmente dalla dott.ssa 
Mirella M. Piazzi, funzionaria dell’IBC - Soprinten¬ 
denza per i beni librari e documentari della Regio¬ 
ne Emilia-Romagna - è in fase di conclusione e i 
risultati provvisori sono già visibili online nel Por¬ 
tale degli archivi dello stesso IBC: http://archivi, 
ibc.regione. emilia-romagna.it/ead-str/IT-ER-IBC- 
AS00668-0000001 

Nel corso degli ultimi anni il Fondo ha attirato un 
notevole interesse da parte di amici ed estimatori 
di Carlo Doglio e di ricercatori (docenti universita¬ 
ri, storici, architetti, urbanisti, studenti) che hanno 
chiesto in tempi diversi di accedervi per condurre 
ricerche. A parte poche eccezioni questo finora non 
è stato possibile, essendo ancora in corso i lavori di 
riordino. Ora siamo vicini alla conclusione. Se tutto 
va come previsto, tra pochi mesi il Fondo sarà acces¬ 
sibile a tutti coloro che ne faranno richiesta. 

Gianpiero Laudi 

Cent’anni fa, 
mio padre 

di Daniele Doglio 

Un uomo di fatti, non solo di parole. 
Carlo Doglio nel ricordo del figlio. 

Credo che a mio padre sarebbe piaciuto questo 
spazio (in fondo nella vecchia Sala Borsa aveva as¬ 
sistito a tante partite di basket giocate da Diana che 
sarebbe diventata sua moglie e mia madre) e questa 
iniziativa che Stefania ha organizzato con puntiglio 
e dedizione. 

Naturalmente la parte del figlio che non ha segui¬ 
to le orme del padre è un po’ complicata. Per questo 
io dirò solo due parole ringraziando tutti quelli che 
hanno reso possibile la realizzazione del progetto di 
Stefania. Dunque “Carlo Doglio e Bologna”. Quando 
Stefania me ne ha parlato un anno fa circa ricor¬ 
dandomi che c’era questa importante scadenza, il 
centenario della nascita di mio padre, naturalmente 
son rimasto colpito. Ma come cent’anni? ...perché 
se sono passati cent’anni dalla nascita allora anche 


dossier Carlo Doglio I 107 




noi, i figli, i nipoti cominciamo ad awicinarci a certe 
scadenze in cui tocca porsi delle domande di fondo. 
Comunque siamo partiti con l’idea di fare qualcosa 
che avesse al centro quell’apparente ossimoro che 
era mio padre, thè anarchist planner come dicono 
gli inglesi, appunto un pianificatore di libertà, in un 
molteplicità di ambiti e di ruoli che confonde. 

Recentemente il prof. David Goodwin dell’Univer¬ 
sità di Cambridge, biografo di GDH Cole (uno dei 
padri del laburismo britannico) mi chiedeva infor¬ 
mazioni su un pezzo dell’attività di mio padre di cui 
avevo scarsa conoscenza, quella di “editor” e di con¬ 
sulente editoriale che ha portato in Italia alla fine 
degli anni cinquanta il pensiero laburista inglese in 
una serie di pubblicazioni con “La Nuova Italia” di 
Tristano Codignola facendolo entrare nel dibattito 
politico nazionale di quell’antico PSI di Nenni e di 
Lombardi: la biografia di Wilson, un lavoro di Cole e 
un progetto non pubblicato su Cole che ha suscita¬ 
to l’interesse di Goodwin che vorrebbe riprenderlo e 
pubblicarlo adesso perché lo considera più che at¬ 
tuale, cinquant’anni dopo... mio padre era così, ve¬ 
deva le cose con un certo anticipo. 

Un viaggiatore 
inquieto 

Cosa c’entra con l’urbanistica? Appunto, la do¬ 
manda è lecita. Ma c’entra con l’idea che l’urbani¬ 
stica è un pezzo della partecipazione dal basso alle 
scelte politiche. Quindi per fare urbanistica bisogna 
fare politica. A Londra come a Roma, come a Bolo¬ 
gna vent’anni più tardi. E allora l’idea del centena¬ 
rio non può non mettere in evidenza questa capaci¬ 
tà di lavorare in tanti ambiti diversi che aveva mio 
padre in tutti lasciando una traccia coerente. Non 
è facile dare conto di quella che è stata una storia 
certamente importante, anche se non necessaria¬ 
mente di successo. Perché fra le altre cose era un 
bastian contrario che non amava le celebrazioni e 
non si accontentava mai. Si capirà quindi che man 
mano che le esigenze organizzative della iniziativa 
portavano a focalizzare il tema su Carlo Doglio e 
Bologna non ero pienamente convinto che fosse il 
modo giusto di celebrarne la nascita. Anche se Bo¬ 
logna ha sempre avuto un peso nelle sue scelte, 
come un magnete che attira e rilascia, Bologna c’è 
sempre nella sua storia personale. Ma Carlo Doglio 
è stato soprattutto un viaggiatore inquieto, capace 
di gettare ponti fra le discipline e le culture, peren¬ 
nemente in movimento in una sorta di anticipazio¬ 
ne della globalizzazione quarantanni prima che se 
ne cominciasse a parlare. 

Guardate che lo dica io fa ridere ma qui ci sono 
persone con l’età giusta e ben più autorevoli di me 


che possono confermarlo, in Italia in quegli anni 
non ci si muoveva quasi da una città all’altra. Lui 
invece va, da Cesena a Bologna, a Milano, a Ivrea, 
a Londra, a Calcutta e a Partinico (da Calcutta a 
Partinico... non so se mi spiego, è un bel salto ge¬ 
ografico e culturale, come fra Narayan e Vinoba 
Bhave appunto e Danilo Dolci) e a Palermo. Anzi 
a Bagheria, quella di Leonardo Sciascia, di Ignazio 
Buttitta il poeta e di Ferdinando Scianna il grande 
fotografo. E poi via di nuovo a Napoli e Venezia e 
infine Bologna. 

Carlo Doglio lascia Cesena nel 1931 pervenire qui 
a studiare giurisprudenza. Ma in realtà è un appas¬ 
sionato di cinema che senza tralasciare gli studi di 
legge trova il modo di vincere due volte i Littoriali 
della Cultura proprio per la critica cinematografi¬ 
ca (lasciando anche lì le tracce di un approccio non 
convenzionale, come racconterà Roberto Chiesi della 
Cineteca Nazionale che le ha ritrovate). Così come 
negli ambienti del GUF trova il modo di diventare 
anti-fascista e di finire in carcere, naturalmente a 
San Giovanni in Monte, e non per molto (per fortu¬ 
na). Quando ritorna definitivamente a Bologna nei 
primi anni settanta sta vivendo la fase accademica 
ufficiale. 

Un educatore 

Arrivato tardi all’università, dopo i cinquant’anni, 
dopo avere accumulato una montagna di esperien¬ 
ze, perché è sempre stato un intellettuale in questo 
senso “organico” non a un partito ma a una idea. E 
con l’idea di Bologna che allora prendeva forma nei 
piani del centro storico di Cervellati c’era una sorta 
di amore e odio a cui non si è mai sottratto. Sempre 
pubblicamente criticando una certa idea museale 
della città di Pierluigi, ma sempre restando in rap¬ 
porti più che amichevoli con chi andava criticando, 
negli interventi pubblici, nelle riunioni della Asso¬ 
ciazione Il Mulino, nelle pagine di Parametro dove 
aveva rimesso in moto la rubrica I Mostri, lanciata 
dieci anni prima in Sicilia e che si ispirava agli abi¬ 
tatori in pietra della strepitosa Villa Palagonia, meta 
di continui pellegrinaggi, specialmente dopo il pran¬ 
zo rituale dalla Zia Maria con Sciascia e Scianna e 
Buttitta appunto. Come quelli per i colli bolognesi 
a studiare il rapporto città-campagna nella sua for¬ 
ma potenzialmente migliore. O quelli per le strade di 
Bologna a cercare l’acqua, le vie d’acqua dei vecchi 
canali che avevano fatto grande l’industria del libero 
comune dalla fine del medioevo (come gli aveva spie¬ 
gato Carlo Poni, il grande storico della economia) per 
sparire imbottigliati nelle ristrutturazioni urbane del 
fascismo, e che tuttavia continuano a saltare fuori 
qui e là nel centro più centro della città, visibili dalla 


108 I dossier Carlo Doglio 




mitica finestrella della via Piella che lui fu il primo 
a scoprire. 

Lo dico da figlio che solo in quel periodo ha po¬ 
tuto osservarlo perché mio padre non l’ho visto per 
molti anni... ho visto un uomo che aveva una straor¬ 
dinaria capacità di insegnamento, c’entra poco con 
l’urbanistica, veramente una capacità di tirare fuori 
il meglio dagli allievi, il suo vero lascito scientifico e 
accademico. 

Quindi un intellettuale organico, un uomo di fatti 
non solo di parole, un uomo portatore di un idea as¬ 
solutamente stravagante che forse adesso riprende 
senso perché quello che lui ha tentato di mettere in 
conto forse solamente adesso si comincia a capire... 
un educatore, certamente un personaggio che ha la¬ 
sciato molte tracce. E so per certo che questo è il suo 
lascito bolognese. Grazie. 

Daniele Doglio 

Il professor 
Doglio 

di Franco La Cecia 

Se c’è una cosa che ho imparato 
da Carlo è sicuramente 
Tanti-accademismo, lui aveva una 
sorta di allergia all’accademia e a 
tutto ciò che l’accademia significa. 

Ho conosciuto Carlo Doglio negli anni ‘70 e anche 
se il tema del convegno è Doglio a Bologna, devo dire 
in qualche modo è stato lui che mi ha traghettato dal 
mio Sud, perché io l’ho conosciuto che era ancora a 
Palermo e stava andando in realtà via, anzi lo avevo 
conosciuto prima, nel ‘68. Io ero iscritto ad Architet¬ 
tura a Palermo e lui insegnava inglese e devo dire che 
per me è stato veramente un traghettatore, nel senso 
di qualcuno che mi ha anche fatto capire molto la mia 
identità meridionale, tanto che sotto spinta di Carlo 
ho rubato la macchina a mio padre e sono partito ad 
inseguire una serie di suoi amici che erano in giro per 
tutto il Sud. Sono finito a Vibo Valentia, sono andato 


a trovare quelli dei “Quaderni Calabresi”, e in qualche 
modo è attraverso Carlo che ho scoperto che esisteva 
un’identità meridionale che non era soltanto essere 
nati a Palermo ma che era tutto un Sud. Sapete che 
il Sud è la parte dell’Italia meno collegata al Sud, cioè 
per andare dal Sud al Sud, ad esempio da Palermo 
a Matera sono 17 ore di treno, cose del genere. Ed 
è davvero interessante, perché il Sud è in qualche 
modo sconosciuto a se stesso. Io devo a Carlo il fatto 
che lui mi ha davvero spinto a scoprire il Sud. 

Negli anni ‘70 si parlava del Sud ma non tantissi¬ 
mo, e lui veniva dalla grande esperienza non solo di 
Dolci ma di Rocco Scotellaro, di Carlo Levi, era un 
mondo densissimo in cui la partita del Sud era un 
po’ una partita nazionale, cioè era riuscire a capire 
cosa significava il Sud rispetto al resto dell’Italia e 
dell’Europa. 

Ciò che non arrivava 

Come sempre Carlo mi spingeva a leggere moltis¬ 
simi libri però mi diceva “vai a trovare quelli che li 
hanno scritti”. Io poi ho fatto la tesi con Carlo e cre¬ 
do di aver conosciuto buona parte dei libri che Carlo 
mi dava da leggere. Una cosa che io continuo a ricor¬ 
dare ai miei studenti: il fatto che ai libri corrispon¬ 
dono delle persone e che è interessante incontrare le 
persone che stanno dietro ai libri. Ed effettivamente 
in questo modo quando io mi sono laureato avevo un 
patrimonio di relazioni straordinario. Carlo è l’unico 
che mi ha insegnato a intessere una rete di relazioni, 
cioè che la cultura (o ciò che per cultura si intende) 
in realtà sono persone, sono amicizie, sono persone 
che si stimano e che si incontrano. 

Ho fatto appunto la tesi con Carlo in Architettura, 
una tesi in cui sono andato a ricostruire un paese al¬ 
luvionato in Calabria ed è stato fondamentale perché 
io ho fatto questa tesi sapendo a quei tempi nulla di 
antropologia, avendo però letto le cose che Carlo mi 
dava da leggere. Una tesi sul campo, sono rimasto 
in questo paesino a 2000 m di altezza in Calabria 
che si chiama Fabrizia e ho lavorato a ricostruire il 
paese. Quando ho presentato la tesi a Venezia (dove 
Carlo insegnava) lui mi ha proposto per il voto più 
basso dicendo: “non è una tesi di architettura quindi 
dategli poco”. Anche questo è stato un insegnamento 
straordinario, cioè quello di aver avuto 104-106 per¬ 
ché la tesi era volutamente una tesi non progettuale, 
una provocazione al mondo dell’accademia di quel 
momento. 

Se c’è una cosa che ho imparato da Carlo è si¬ 
curamente l’anti-accademismo, lui aveva una sorta 
di allergia all’accademia e a tutto ciò che l’accade¬ 
mia significa. Non solo dal punto di vista umano di 
umiliazione quotidiana ma soprattutto dal punto di 


dossier Carlo Doglio I 109 




vista della lentezza, cioè dell’incapacità di capire che 
ci sono campi confinanti, dall’incapacità di capire 
che uno che si è laureato in legge può diventare ur¬ 
banista, l’incapacità di capire che il progresso della 
scienza, delle scienze umane, è sempre un progresso 
che va avanti sui margini, non su cose centrali. Car¬ 
lo è stato qualcuno che ha esplorato le frontiere tra 
le discipline. Però ha avuto la capacità di identificare 
le frontiere non con le discipline ma con le persone (e 
questa è una cosa fondamentale). Poi io devo ricor¬ 
dare, questi erano gli anni ‘70 e ‘80 ed era il momen¬ 
to in cui in Italia era difficile non essere schierato. 

Da Carlo ho imparato invece il fatto che c’era un 
buco enorme nella cultura italiana ed era il buco di 
tutto ciò che non arrivava, perché non faceva “main- 
stream”, nel senso non faceva parte della cultura 
marxista, non faceva parte della cultura cattolica; e 
lui era rappresentante di tutto ciò che “non arriva¬ 
va”. Infatti è stato entusiasmante scoprire Jayapra- 
kash Narayan, che era un grandissimo indiano che 
ha elaborato il futuro dell’India dagli anni ‘80 in poi. 
Scoprire Paul Goodman, che tanti conoscevano però 
non sapevano il mondo che c’era dietro. Poi que¬ 
sto, rispetto al mondo della Sinistra che era estre¬ 
mamente stitico, significava tutto il grande mondo 
liberale-libertario. 

Mi ricordo la discussione fatta con Carlo in cui 
lui mi spiegava l’importanza di Gobetti, cioè del fatto 
che in Italia nessuno aveva capito il rapporto tra il 
pensiero liberale e il pensiero libertario e com’era im¬ 
portante questa cosa. Questo era un pensiero molto 
scomodo perché in quegli anni, ripeto, era difficilis¬ 
simo non essere schierati o da una parte o dall’altra. 
Io credo che lui abbia avuto da questo punto di vista 
un ruolo straordinario perché è stato un traghetta¬ 
tore di cultura che altrimenti non sarebbe arrivata. 

L’attenzione 
al mondo religioso 

Era un traduttore, ha tradotto libri che è riuscito 
a far passare in Italia, ad esempio Mumford! Io ho 
appena finito un libro che si chiama “Contro l’ur¬ 
banistica” che esce tra qualche mese (e dove parlo 
ampiamente di Carlo) e dove la cosa impressionante 
è l’origine dell’urbanistica con personaggi come Pa¬ 
trick Geddes, Mumford, prima ancora Kropotkin... 
Però tutto questo poi si è smarrito e perso. In Ameri¬ 
ca Paul Goodman, poi Jane Jacobs, però era interes¬ 
sante scoprire che l’urbanistica avesse queste radici 
magnifiche. In quel momento si leggeva Geddes, si 
leggeva Mumford però senza capire cosa c’era in¬ 
torno a questo mondo e senza capire perché questo 
mondo era molto inviso al mondo della Sinistra di 
allora, assolutamente incapace di comunicare con 


questo mondo. Io quindi devo a Carlo l’aver scoperto 
che esistevano altre vie e altre possibilità, tutta una 
cultura che in Italia non era frequentata e che arri¬ 
vava con moltissima fatica. 

E questo per esempio anche per la grande attenzione 
che Doglio aveva per il mondo religioso, da cui lui si 
teneva a rispettosa distanza ma nei confronti del quale 
era attentissimo, ai fermenti del mondo cristiano. Io 
per esempio grazie a Carlo sono entrato tra gli obiettori 
di coscienza, e ho fatto tutta la mia parabola dall’a- 
narchismo alla non violenza, però gli devo moltissimo 
perché (mentre nel ‘77 a Bologna -io ero qui a Bologna- 
in qualche modo era un po’ la fine o il ripensamento 
di una certa Sinistra, però nel frattempo, mentre c’era 
il 77 a Bologna, io facevo le manifestazioni contro le 
centrali nucleari a Montalto di Castro) era tutto un 
altro mondo completamente non coperto. Cioè era il 
mondo dei valdesi, dei quaccheri, dei non violenti. Un 
mondo straordinario, che forse ha portato finalmente 
in Italia un po’ di aria, un po’ di respiro diverso. 

Io credo che Doglio sia molto meno marginale di 
quello che pensiamo perché probabilmente è riuscito 
in un momento di grandissima chiusura della cultura 
italiana invece a spalancare le porte a dell’altro, se oggi 
siamo più ricchi e abbiamo accesso ad una maggiore 
quantità di idee ispiratrici lo dobbiamo moltissimo 
al lavoro minuzioso che lui ha fatto proprio di umile 
traghettamento di autori, di libri, di filoni, soprattutto 
nel campo dell’urbanistica ma non solo, in moltissimi 
altri campi, nella geografia, in qualche modo anche 
nell’antropologia, io sono arrivato all’antropologia 
anche grazie a lui. 

Nessun pensiero 
senza azione 

Un’altra cosa che secondo me è interessante è il 
fatto che in questo anti-accademismo di Carlo c’era 
un’idea molto forte del fatto che non si potesse fare 
un pensiero senza azione, cioè il fatto che le idee era¬ 
no anche pratiche e, quando io ho iniziato a occu¬ 
parmi di autocostruzione, lui insisteva moltissimo 
sul fatto che ci fossero delle pratiche di base, che la 
pianificazione dal basso fosse soprattutto una gran¬ 
dissima ricerca di pratiche dal basso. Se io penso alle 
cose di cui discutevamo con Carlo negli anni ‘80 è 
impressionante quanto poco siano cambiate le cose 
da allora, cioè quanto poco c’è di nuovo rispetto alle 
cose che lui diceva, dove all’interno della questione 
della pianificazione dal basso della partecipazione c’è 
una problematica che poi è stata abbastanza abban¬ 
donata, è stata messa ad un margine e si è molto 
burocratizzata. 

Dico questo perché mi sembra che in qualche 
modo uno dei suoi grandi contributi alla cultura 


no I dossier Carlo Doglio 




italiana è stata quella dell’assoluta insofferenza. Io 
mi ricordo che una delle cose che mi piaceva più di 
Carlo è che diceva quello che pensava immediata¬ 
mente delle persone. “Quello è un cretino!” glielo ho 
sentito dire un sacco di volte e mi sembrava positivo 
che qualcuno avesse il coraggio, di fronte a dei gio¬ 
vani come eravamo noi, di non redarguirsi; non era 
un diplomatico per niente ed era molto seccato dal 
ristagno. Io ricordo che ho fatto conoscere Carlo ad 
un mio carissimo amico e lui mi ha detto: “è impres¬ 
sionante è come se avesse un fastidio costante di 
qualunque tipo di ripetizione, se una cosa è già stata 
detta, non si dice più”. 

Un’altra cosa che per me è stata bellissima è che 
in questo nostro vederci (che per un periodo è sta¬ 
to molto frequente) io credo di aver imparato due 
espressioni verbali che mi sono rimaste. Una era 
“Evviva!”, lui diceva spessissimo “evviva” e questa 
cosa io me la sono presa. L’altra cosa è che, anche di 
cose molto complicate, diceva: “divertente!”. Cioè il 
fatto che lui mettesse la componente del divertimen¬ 
to dentro alla cultura: questo è magnifico. Figuria¬ 
moci! Non era permesso pensare che il divertimento 
facesse parte della componente della passione per 
la cultura. 

Un’altra cosa che ho imparato da Carlo è il rap¬ 
porto coi libri. Carlo non ha mai avuto un rapporto 
“pesante” coi libri, era un rapporto in cui i libri erano 
effettivamente un tramite per la persona, cioè erano 
sempre personalizzati. Ed era un rapporto in cui c’e¬ 
ra una grandissima passione di scoperte, di campi 
confinanti, di cose che si potevano iniziare a cerca¬ 
re. L’altra cosa di cui si è già parlato è che era un 
grande maestro, però anche lì, attenzione perché lui 
sicuramente aveva un fiuto straordinario, mi ricordo 
che io ai tempi in cui lo frequentavo non viaggiavo 
ancora molto e lui una volta mi ha detto “tu viagge- 
rai moltissimo”, aveva una capacità di profezia nei 
confronti delle persone. 

Tirava fuori probabilmente qualcosa che tu non 
riconoscevi in te stesso ma che lui aveva individua¬ 
to. Io credo che mai come in questo momento [ci sia 
bisogno di] questa specie di capacità di essere libero 
rispetto ai conformismi, o la sua passione per tut¬ 
to ciò che potesse servire che veniva da altri mon¬ 
di; poi l’altra cosa magnifica era il suo rapporto con 
l’inglese, con il mondo anglosassone. Detestava gli 
Stati Uniti, credo che non ci sia mai stato, però poi 
effettivamente lui parlava di Goodman ed era inte¬ 
ressantissimo farlo raccontare. E io devo confessare 
che quello è il motivo per cui ho iniziato a frequenta¬ 
re Carlo, ma anche Ivan Illich, mi sembravano così 
simili come tipo di mondo che avevano dietro. Infatti 
la prima cosa che Illich mi ha raccontato è stato di 
Goodman, cioè avevano una specie di substrato co¬ 


mune fortissimo, era tutto un mondo incredibile che 
per noi ragazzini di allora era una liberazione scon¬ 
volgente, “ma allora c’è qualcuno che la pensa in un 
altro modo, c’è qualcuno che pensa che certe cose si 
possono fare”. Bisognerebbe cercare di fare una spe¬ 
cie di elenco degli autori e dei temi che Doglio è stato 
capace di traghettare nella cultura italiana, e molti 
di questi tra l’altro sono poi spariti per cui sareb¬ 
be interessante riprenderli e inventarsi una sorta di 
collana Dogliana oggi, riprendendo alcune cose sue. 

Il valore efficace 
della scrittura 

Poi lui mi ha regalato sicuramente una dimensio¬ 
ne dell’anarchismo appassionante, invece di signori 
troppo seri e barbogi mi ha raccontato un mondo 
di anticonformisti molto impertinente. Io credo che 
un’altra qualità di Carlo è stata l’impertinenza, se è 
una qualità umana di cui si può parlare. Era una 
persona impertinente nei due sensi, da una parte 
era una persona che dava fastidio, dall’altra era uno 
che non accettava la pertinenza, cioè non accetta¬ 
va che esistano dei cassettini dentro cui infilare le 
persone e le cose. Questo mi sembra sia stato un 
gradissimo contributo. 

Poi, io l’ho raccontato nel mio libro su Illich, ad 
un certo punto appunto perché li ho fatti conoscere 
è successo un casino tremendo: mai fare conoscere 
due maestri che sono troppo simili! Io ricordo que¬ 
sta cosa incredibile che era il convegno di Rimini del 
1980 sull’ Autocostruzione dove c’era Giancarlo De 
Carlo, c’era John Turner, dove è passato Renzo Pia¬ 
no per fare omaggio e c’erano tutti i gruppi di auto¬ 
costruzione in Italia e in Europa. In quel convegno 
Carlo era il presidente del convegno e Ivan parlava. 
E Carlo cercava continuamente di togliergli la pa¬ 
rola. “Basta!”. “Finito”. Ed era veramente magnifico 
perché erano due grossissimi personaggi che sicu¬ 
ramente erano scomodissimi nel loro mondo, che 
avevano oltretutto una radice libertaria anarchica 
simile e che però giustamente non si sono potuti in¬ 
contrare. Io sono rimasto un po’ schiacciato perché i 
maestri sono scomodi comunque, però è stata un’e¬ 
sperienza straordinaria, invidiabilissima. 

Io devo a Carlo i miei libri, i miei viaggi, lui mi ha 
fatto capire come nessun altro il valore efficace della 
scrittura, il fatto che si scrive non per fare pubblica¬ 
zioni, non per dimostrare soltanto il proprio punto di 
vista ma che si scrive come un’azione, cioè la scrittura 
ha un’efficacia. Un’altra cosa era l’eleganza, io ricordo 
quando ho letto un pezzo della “Fionda Sicula” in cui 
lui passa dai dati alla poesia! Qualcuno era riuscito 
a parlare di statistiche però in chiave di poesia: per 
me era sconvolgente. Ricordo che quando mi stavo 


dossier Carlo Doglio 1111 




laureando con Carlo qualcuno mi disse “su cosa fai la 
tesi?”. Io dissi “faccio una tesi un po’ sull’abitare”. E il 
mio amico disse “ma in che senso con che chiave, che 
approccio? statistico? antropologico?”. E io ho rispo¬ 
sto con una parola di Carlo, “con approccio poetico”. 
E lui rispose “come poetico? Com’è possibile??”. 

Per cui io ripeto bisognerebbe fare un lavoro sullo 
stile di Carlo, perché è uno stile di scrittura densis¬ 
simo frutto anche di tutte le polemiche sulla scrittu¬ 
ra che c’erano in quel momento, con Vittorini e con 
tutti gli altri. E la scrittura di Carlo è una scrittura 
che si pone in chiave centrale in questa polemica tra 
letteratura e militanza e tra letteratura e scrivere per 
una causa, per cui lì secondo me c’è una chiave su 
cui bisognerebbe lavorare. 

Franco La Cecia 

Grazie a Michele Salsi per la trascrizione 
di questo intervento. 

Dentro al 

movimento 

anarchico 

di Massimiliano Ilari 

Situazione e difficoltà 
dell’anarchismo in Italia nel 
secondo dopoguerra. La fase 
“militante” deH’impegno di Doglio, 
tra crisi e speranze. 

Innanzitutto, va detto che quando parliamo di 
storia del movimento anarchico italiano, almeno 
fino all’affermazione del fascismo, stiamo parlando 
di qualcosa di importante. L’anarchismo in Italia, 
infatti, dalla seconda metà dell’800 fino all’avvento 
del fascismo, è un movimento assolutamente consi¬ 
stente, attivo, influente. Tra le tante, si pensi all’e¬ 
sperienza dell’USI, con le sue centinaia di migliaia 
di aderenti. 


Il movimento anarchico, al crollo del fascismo e 
dopo la guerra di liberazione, non aveva la consi¬ 
stenza e la rilevanza di altri schieramenti di sinistra: 
era un movimento duramente provato e notevol¬ 
mente ridimensionato rispetto ad inizio secolo, no¬ 
nostante conservasse credito e prestigio nelle fasce 
popolari anche non direttamente afferenti. 

Di conseguenza, i primi tentativi avvenuti in Ita¬ 
lia, dopo il luglio 1943, di riorganizzazione delle file 
anarchiche, si scontrarono non solo con la nuova 
realtà politica e sociale, ma a volte anche con la 
difficoltà di tanti libertari a confrontarsi con essa. 
Senza generalizzare, si può riscontrare come alcuni 
dei vecchi militanti risultavano ancora condizionati 
dai fasti di un tempo, mentre contemporaneamen¬ 
te, a causa del ventennio, ai più giovani mancavano 
spesso basi solide (teoriche, etiche, pratiche) rispetto 
all’ideale professato. 

I motivi di questa difficoltà sono diversi, tutti 
strettamente correlati fra loro: 

- la profonda disarticolazione provocata dal regi¬ 
me stesso (gli anarchici, con le loro sedi, i loro sin¬ 
dacati, i loro giornali, furono tra i primi ad essere 
colpiti dal fascismo); 

- il forte ridimensionamento numerico (se para¬ 
gonato alla consistenza effettiva del movimento), 
causato anche dalla partecipazione alla guerra di 
Spagna; 

- la mancanza, per vari motivi, di un’organizza¬ 
zione clandestina in Italia paragonabile a quella dei 
partiti di sinistra, in grado di mantenere un reale 
contatto con la realtà italiana, e non solo una pre¬ 
senza individuale, pure tanto generosa da portare 
anche, in alcuni casi, al martirio personale (si pensi 
ai vari attentatori -o tali in fieri- di Mussolini); 

- le oggettive difficoltà di un movimento che non 
usufruiva di aiuti stranieri - assolutamente fonda- 
mentali in quel periodo - e ancora fortemente ostaco¬ 
lato dalle istituzioni: si pensi che, dopo l’8 settembre, 
i detenuti politici furono liberati a parte gli anarchi¬ 
ci, che si tentò di deportare dai luoghi di confino ad 
Anghiari, da cui riuscirono a scappare; 

- ma soprattutto l’affermazione delle grandi po¬ 
tenze internazionali (USA e URSS), che, prospettan¬ 
do come unica realtà possibile l’adesione al campo 
degli uni o degli altri, rendeva di fatto impossibile 
l’eventualità di una terza via popolare ma non liber¬ 
ticida e ossequiente a Mosca, e infatti l’anarchismo 
perse gradualmente il consenso di massa perché 
sentito come generoso ma velleitario. 

Gli anarchici parteciparono attivamente alla guer¬ 
ra di liberazione, operando in formazioni miste con¬ 
trollate dai comunisti (Brigate Garibaldi), socialisti 
(Brigate Matteotti) o di Giustizia e Libertà (Partito d’A- 
zione), ma anche, dove vi era la possibilità, in forma- 


112 I dossier Carlo Doglio 




zioni autonome libertarie: fu il caso di Carrara, Pisto¬ 
ia, Genova, Milano. È proprio in quest’ultima località 
che Carlo Doglio arrivò alla fine del 1943 e nel capo¬ 
luogo lombardo potè continuare il suo impegno nella 
Resistenza, che già lo aveva portato a frequentare per 
brevi periodi le patrie galere. È in questo contesto che 
allargò i suoi contatti nelfantifascismo e conobbe, tra 
gli altri, Giancarlo De Carlo, amico stretto grazie al 
quale iniziò ad interessarsi di urbanistica. 

Il movimento in quegli anni tentò gradualmente 
di riorganizzarsi, e prova ne sono alcuni incontri a 
carattere interregionale (i più importanti dei quali a 
Firenze, a Napoli, a Milano) che dimostrano questa 
effervescenza ma anche l’assoluta disomogeneità di 
fondo. 

Un percorso 
intellettuale personale 

Al sud, il movimento si riorganizzò soprattutto 
attorno a vecchi militanti rientrati dall’esilio, gene¬ 
ralmente rispettati, che però non avevano sempre il 
“polso” della realtà contemporanea. Il nord era inve¬ 
ce contrassegnato da un - relativamente - forte af¬ 
flusso di simpatizzanti e militanti, stimolato anche 
dalla guerra partigiana (si pensi che nel milanese 
alcune fonti parlano di alcune migliaia di aderenti), 
che spesso però aderirono senza particolari appro¬ 
fondimenti della storia, della prassi, dell’etica dell’a¬ 
narchismo, per una spinta quasi “mistico-idealisti¬ 
ca”, e infatti molti abbandoneranno poi l’attività. 

Doglio, come è stato evidenziato, aderì all’anar¬ 
chismo dopo studi individuali, come conseguenza di 
un percorso intellettuale personale. Il suo rapporto 
con la militanza durò pochi anni, tra la fine della 
guerra e la fine degli anni’40 (anche se lui si professò 
sempre anarchico e agli inizi degli anni’70 tornò a 
frequentare il movimento), ma molto intenso. 

Fino al 1946, il contesto politico non ancora pie¬ 
namente definito permise il protrarsi non solo delle 
speranze dei militanti libertari rispetto ad una radi¬ 
cale trasformazione della società, ma anche il perdu¬ 
rare di quella sorta di “movimentismo” generalizzato, 
nel quale alleanze e schieramenti potevano ancora 
confrontarsi e, ad un certo livello, convivere, nel sol¬ 
co di una qualche continuità con quanto avvenuto 
durante l’esperienza resistenziale. 

La rinascita del settimanale “Umanità Nova”, che 
in quegli anni ottenne significativi riscontri, e di cui 
Doglio fu fin da subito una delle “penne” di punta 
(pur collaborando anche con altre riviste, in parti¬ 
colare “Volontà”) con i suoi articoli molto puntigliosi 
e mai banali, è il primo, importante elemento per 
comprendere la realtà dell’anarchismo italiano del 
periodo. 


L’altra fondamentale tappa è la rinascita della 
Federazione Anarchica Italiana, avvenuta ufficial¬ 
mente col Congresso di Carrara del settembre 1945. 
Alla FAI aderirono tutte le anime dell’anarchismo, 
con pochissime eccezioni individuali, dagli organiz¬ 
zatori agli antiorganizzatori, dai sindacalisti favore¬ 
voli all’entrata nella CGIL ai fautori della rinascita 
dell’USI o comunque di gruppi autonomi. 

Il Congresso si tenne a Carrara, considerata a ra¬ 
gione la “Mecca” dell’anarchismo per il suo partico¬ 
lare e profondo radicamento territoriale. Da “Uma¬ 
nità Nova” si evincono resoconti dettagliati non solo 
dei lavori congressuali, delle decisioni, ma anche, 
e soprattutto, del “colore” di quell’avvenimento, av¬ 
vertito come straordinario. Lo stesso Doglio arrivò a 
Carrara dopo un viaggio che l’amico De Carlo definì 
“picaresco”, tra pericoli vari e durato tre giorni. 

Confluirono anarchici da tutta Italia, in un clima 
festoso. Si ottenne che, per la durata del congresso, 
i carabinieri uscissero dalla città e lasciassero agli 
anarchici il compito di mantenere l’ordine; una folla, 
secondo alcune fonti, di quasi 20.000 persone ac¬ 
corse al comizio inaugurale; parteciparono politici di 
indubbia fama, tra i quali Pertini. Il dibattito politico 
fu molto animato, ma soprattutto grande fu l’impat¬ 
to emozionale: per la prima volta, dopo tanti anni, 
vecchi militanti si rincontravano; per la prima vol¬ 
ta, su grande scala, la nuova generazione di attivisti 
poteva confrontarsi con i “vecchi”, quelli della setti¬ 
mana rossa, quelli dei fasti dell’anarchismo d’inizio 
secolo. Ma l’eterogeneità politica di fondo portò però 
poi negli anni a dissidi interni e spaccature. 

Doglio prese parte in modo convinto al dibattito. 
Secondo lui (e altri) il movimento anarchico riscontra¬ 
va due grossi limiti: il primo, era riferito alla questio¬ 
ne organizzativa: per essere più credibile nello scena¬ 
rio politico, la FAI doveva superare posizioni definite 
poi “resistenzialiste” (e che avevano in Damiani e in 
“Umanità Nova” le punte salienti) e troppo condizio¬ 
nate dall’anarchismo antiorganizzatore, per assume¬ 
re forme organizzative più definite. Inoltre, riteneva 
che l’anarchismo dovesse assumere come prioritarie 
le questioni “di classe”, anche entrando in dialettica 
con correnti del pensiero marxista, aspetto che era ri¬ 
tenuto fortemente eretico (o, per dirla con un termine 
in voga, “revisionista”) da molti anarchici, che magari, 
scottati pure dall’esperienza spagnola, vedevano col 
fumo negli occhi ogni contatto coi comunisti. 

Già dal 1946 il movimento anarchico subì un ri¬ 
flusso, a seguito del progressivo consolidamento 
istituzionale attorno al modello repubblicano-parla¬ 
mentare influenzato pesantemente, anche sul piano 
interno, dalla situazione bipolare internazionale. 

Tuttavia, seppure ridimensionato, il movimento 
resistette, tentando di affrontare tutte le tematiche 


dossier Carlo Doglio 1113 




del periodo: questione istituzionale (referendum re¬ 
pubblica o monarchia; assemblea costituente; elezio¬ 
ni del 1948; ecc.); situazione internazionale (guerra 
fredda e pericolo atomico; Spagna; decolonizzazione; 
ecc); questione sociale (occupazione delle terre; ri¬ 
nascita movimento sindacale; sviluppo economico; 
ricostruzione; ecc.); oltre a tentare di propagandare 
l’anarchismo sia sotto il piano storico che culturale. 
Da segnalare, tra le varie iniziative, le giornate anti¬ 
militariste del 1948-49, nelle quali la FAI, grazie ad 
un enorme sforzo organizzativo, riuscì ad organizza¬ 
re centinaia di comizi, anche contemporaneamente, 
che suscitarono parecchio interesse anche fuori dal 
movimento. 

Entusiasmo 
e generosità 

In questo fermento, Doglio fu senz’altro uno dei 
militanti più attivi. Solo nel periodo 1946-48, tenne 
almeno 30/40 comizi o conferenze pubbliche, nei 
luoghi più disparati e sui temi più vari; numerosi fu¬ 
rono i suoi articoli, soprattutto di carattere teorico o 
antireligioso, ma anche di attualità politica; inoltre, 
ricoprì incarichi nella FAI, divenendo membro della 
Commissione antireligiosa e del Comitato Nazionale. 

Quello anarchico era un movimento ancora po¬ 
polare, radicato: in quel periodo ho contato almeno 
600 gruppi dalla consistenza e durata varia. Nel mio 
studio su UN (M. Ilari, Parole in libertà. Il giornale 
anarchico Umanità Nova (1944-1953), Milano, Zero in 
Condotta, 2009) ho provato a descrivere questa re¬ 
altà, fatta di entusiasmo e generosità ma anche di 
polemiche diffuse; di ambizione a tornare protagoni¬ 
sti assoluti ma anche contraddistinto da improvvisa¬ 
zione e buona volontà. In questo contesto una figura 
come quella di Doglio, intellettuale a tutto tondo, po¬ 
liedrico, dagli interessi disparati e dai contatti estesi e 
non confinabili, fu una figura di assoluto riferimento, 
il militante da chiamare per avere indicazioni, spie¬ 
gazioni, informazioni, l’oratore abile da contrapporre 
nei contraddittori a esponenti socialisti, comunisti 
o repubblicani. Ma ugualmente, proprio in virtù del 
suo approccio intellettuale all’anarchismo ed agli in¬ 
teressi personali così variegati, dopo aver fallito nel 
tentativo di cambiare l’impostazione del movimento, 
deluso Doglio seguì altre strade, personali e politiche. 

Su un piano strettamente storico, senza dare giu¬ 
dizi di merito, alcune valutazioni si possono ugual¬ 
mente fare: se è vero che il movimento anarchico del 
dopoguerra risultava a volte molto ortodosso (anche 
a causa del ruolo degli antiorganizzatori) soprattut¬ 
to nell’analisi di una società che non era più quella 
degli anni’ 20, e quindi una ridefinizione interna era 
forse necessaria, è anche vero che questi tentativi 


per riorientare il movimento furono effettuati con 
modalità, argomentazioni ed obbiettivi che non fu¬ 
rono compresi da buona parte del movimento, per¬ 
ché scontavano una certa sudditanza, più o meno 
conscia, col marxismo allora dominante, e non è un 
caso che i gruppi che si staccarono dalla FAI in quel 
frangente poi intrapresero strade assolutamente 
estranee al pensiero libertario. 

Nulla però toglie al valore ed alla qualità dell’im¬ 
pegno di figure come Carlo Doglio, e non solo, in 
quel periodo assolutamente particolare della storia 
italiana. 

Massimiliano Ilari 

Il mio primo 
esame di 
urbanistica 

di Franco Buncuga 

Un architetto allievo di Doglio, 
anarchico anche lui, nostro 
collaboratore, ricorda le sue 
originali lezioni. Nel segno della 
curiosità e dell’apertura mentale. 

“Mi sono sempre portato dietro da Milano a Ivrea, 
da Ivrea a Londra, da Londra a Partinico e poi Baghe- 
ria a Napoli a Venezia sino a questo approdo di Bolo¬ 
gna (ma è poi tale) bauli e casse di carte, di ritagli di 
giornali e riviste, di corrispondenza evasa e non. [...] 
Qualche volta succede, anche, che apra una cassa o 
un baule, e guardi cosa c’è dentro e poco tempo fa, 
pochissimo, ho messo le mani sopra [...] il materia¬ 
le che documenta la corrispondenza da me avviata 
e perseguita tra fine 1949 e inizio 1950, allo scopo 
di sollecitare la nascita, morto il Politecnico, di una 
nuova rivista. [...] E accidenti mi è sembrato che ne 
valesse davvero la pena di procedere a una pubbli¬ 
cazione, proprio adesso, tra l’altro che tutti parlano 
di quegli anni. [...] E scusatemi, autori e lettori, se io 


114 dossier Carlo Doglio 




ho quelle casse e bauli, e tengo tutto da parte e mi 
diverte ricordare. Poi forse servirà - chissà.” 1 

Così l’Introduzione di Carlo Doglio, dal titolo “Il 
passato che torna” all’opera collettanea Dopo Vittori¬ 
ni. Appunti per una rivista rivoluzionaria da lui curata 
per l’editore Moizzi nel 1976. 

Ora tocca a me aprire i miei bauli che conservati in 
un amorevole disordine simile al suo, ogni tanto mi 
fanno riscoprire tante vecchie cose attuali, il “passato 
del futuro” come direbbe lui. Le radici di “qualsivo¬ 
glia approccio organico alla pianificazione territoria¬ 
le” 2 , che per lui erano le teorie dei componenti della 
“Scuola di Edimburgo”, Pétr Kropotkin, Elisée Réclus, 
Patrick Geddes ed il loro successivo divulgatore Lewis 
Mumford. Ai quali io oggi posso aggiungere i miei due 
maestri Carlo Doglio e Giancarlo De Carlo. 

Raccogliendo i miei materiali di archivio su Doglio 
mi sono trovato tra le mani le dispense che aveva 
distribuito nell’anno di corso 1971-72 come base di 
riflessione per l’esame di Urbanistica I e rileggendoli 
li ho trovato di grande attualità e di questo soprat¬ 
tutto vi voglio parlare. 

Che cosa non è 
l’urbanistica 

Ho avuto la fortuna di aver avuto sia Carlo Doglio 
che Giancarlo De Carlo all’IUAV, l’Istituto Universi¬ 
tario di Architettura di Venezia negli anni ‘70, come 
docenti di Urbanistica. 

Giancarlo De Carlo e Carlo Doglio si incontrano 
verso la fine della guerra, nei primi anni quaranta, 
e scambiano prima la loro esperienza di partigiani e 
poi per molti anni successivamente il loro interes¬ 
se per le dottrine di pianificazione territoriale che li 
porterà a gestire nei primi anni Settanta l’Istituto di 
Urbanistica dell’IUAV. 

Ho messo come titolo di questo paragrafo “cosa 
non è l’urbanistica” per spiegarvi come Doglio faceva 
lezione, come insegnava e come erano organizzate 
queste dispense che fotografano il dibattito sull’ur¬ 
banistica di quegli anni e che ritengo siano ancora 
di grande attualità. 

Nel ‘95 De Carlo nella sua relazione all’università 
di Ferrara per la commemorazione di Doglio, dice: 
“Io non ho preparato il mio intervento, anche per¬ 
ché ho immaginato che se Carlo Doglio mi avesse 
invitato a un suo seminario - come del resto ha fat¬ 
to spesso - non si sarebbe mai aspettato che io mi 
preparassi in anticipo. Vorrei aggiungere che non ho 
intenzione di commemorarlo; prima di tutto perché 
è già stato commemorato molto affettuosamente, da 
tutti quelli che mi hanno preceduto e poi perché io 
con Carlo Doglio ho sempre scherzato, con lui mi 
sono fatto molte risate; ci siamo molto divertiti in¬ 


sieme, sempre: perciò ora mi sembrerebbe strano, 
e anche irriverente nei suoi confronti, di mettermi 
a commemorarlo. Preferisco raccontare qualcosa di 
come l’ho conosciuto e di come ci siamo frequentati; 
in fondo, fino a poco tempo fa”. 

Queste parole rendono molto bene il clima di scam¬ 
bio e di dialogo che si creava alle lezioni di Doglio, tra 
docenti del corso e con noi studenti. Clima che molti 
scambiavano per leggerezza ed improvvisazione. Molti 
studenti, quelli che cercavano l’esame di urbanistica 
“vero”, dopo aver seguito alcune lezioni con Doglio, 
cambiavano corso. Dicevano: “questo qui non ci sta 
dicendo nulla, parla del più e del meno, l’urbanistica è 
altra cosa!”. Ma lui non era indietro, era avanti rispetto 
all’ambiente accademico di quegli anni. Questo suo 
modo di discutere, di parlare, era qualche cosa che a 
molti (o meglio ad alcuni, noi libertari siamo sempre 
una minoranza) di noi ha creato un fascino enorme. 
Lui ci faceva intravedere in quegli anni, periodo in cui 
si stava formando un’idea di cosa fosse l’urbanistica in 
Italia, un’altra via praticabile oltre a quella che stava 
passando in quel momento con la creazione dell’Istituto 
di Urbanistica voluto da Giovanni Astengo. 

“Lasciamo pure stare il Corso di Laurea in Urba¬ 
nistica, nostro fratello siamese, perché non c’entra: 
esso è, a mio parere, una facoltà non di architetti e 
non per architetti [,..]” 3 . 

In quegli anni si pensava che si potesse fare 
un’urbanistica per “fare le città”, regolare le città 
e il territorio attraverso un’attitudine pragmatica e 
scientifica. Questo modello di urbanistica, adotta¬ 
to dall’Istituto di Astengo, veniva soprattutto dagli 
ambienti anglosassoni, e in particolare statunitensi. 
Era l’urbanistica delle regole, dei modelli, delle gri¬ 
glie, delle quantità, delle analisi. 

“Codesta urbanistica moderna non sarà tale solo 
per un equivoco, e cioè per l’equivoco che essa fiori¬ 
sce soprattutto in Gran Bretagna soprattutto dopo 
che la sua rivoluzione industriale è incominciata 
e la si giudica, quindi, d’età industriale (quella ur¬ 
banistica) mentre invece è il retaggio “finale” della 
urbanistica rinascimentale (e via risalendo) ovvero 
della urbanistica più astratta e monumentale e più 
formalista che mai sia esistita? Della urbanistica, in 
una parola, degli architetti che non diventano ur¬ 
banisti ma rimangono architetti ovvero restano pri¬ 
gionieri delle proprie scale tradizionali, delle proprie 
piante prive del respiro spaziale e temporale della 
urbanistica?” 4 . 

E così Doglio stigmatizzava gli architetti: 

“Il mondo che ci è stato conferito, è il mondo dei 
filosofi e dei sociologi tedeschi trasferiti in America, 
cioè di una tendenza tra l’economico e il sociologi¬ 
co e il matematico e il geometrico e tutto quello che 
volete metterci dentro. Dal ‘66 in poi gli architetti in 


dossier Carlo Doglio 1115 




Italia sono di nuovo messi da una parte. Lasciateci 
lavorare dicono i pianificatori territoriali... tra i qua¬ 
li ci sono io, che, appunto non sono un architetto 
ma sono un pianificatore territoriale, e però non dico 
mettetevi da una parte, anzi dico agli architetti: ma 
vi volete decidere ad adempiere alla vostra funzione 
che è estremamente importante, e che è quella di 
conferire creatività e forma alla pianificazione fìsica? 
La quale non è, evidentemente, un vestito da ricuci¬ 
re su un corpo desunto dalla sociologia e dalla eco¬ 
nomia, ma una serie di rapporti, di andate e ritorno, 
di continui incontri e scontri...” 5 . 

Doglio e De Carlo, insieme - perché pensate 
quell’anno accademico, il 1971-72, l’esame di urba¬ 
nistica era fatto da De Carlo che aveva come assi¬ 
stente Doglio e loro ci proponevano un’altra via, che 
in qualche modo cercò di incarnarsi nell’Istituto di 
Composizione Urbanistica all’interno del corso di 
Architettura. Nelle loro lezioni ci fanno conoscere 
tutta una serie di pensatori anglosassoni inglesi, 
che ci aprono un mondo. In quegli anni non c’era 
niente in italiano di questi autori. Chi erano quei 
personaggi? Patrick Geddes, Ebenezer Howard, 
Lewis Mumford soprattutto, un filone di pianifica¬ 
zione che viene addirittura dalle Summer School 
organizzate da Geddes a Edimburgo. Che avevano 
come relatori Pétr Kropotkin (che lavorava per l’En¬ 
ciclopedia Britannica) ed Elisée Reclus, due grandi 
padri dell’anarchismo, e a cui aveva partecipato ad¬ 
dirittura anche William Morris. E per una serie di 
procedimenti continui questo filone, che Doglio in 
alcuni scritti chiamerà ‘La scuola di Edimburgo” 
arriva fino al Novecento. 

Doglio in un suo scritto dice: “l’urbanistica che 
interessa a me in qualche modo muore nel 1910- 
12” periodo in cui si situa la nascita dell’urbanisti¬ 
ca moderna nata dalla Town Planning Conference 
organizzata a Londra dal RIBA nel 1910 e in cui si 
afferma la scuola di sociologia urbana di Chicago 
la cui nascita ufficiale risale al 1914 quando Robert 
Park si insedia nel Dipartimento di Sociologia dell’u¬ 
niversità. E aggiunge: 

“La scuola di Chicago dicevo. Ma prima, c’era 
stata la vera urbanistica secondo me, intorno a Pa¬ 
trick Geddes, scozzese, di cui “Città in evoluzione” 
è stato recentemente tradotto in italiano [...]. Ged¬ 
des, nel 1872-73 [...] fa venire alla sua scuola due 
comunardi, cioè lui organizza una scuola estiva [...] 
a cui lui fece venire come docenti Eliseo Réclus e 
Pétr Kropotkin. 

Prima della Scuola di Chicago a cui normalmente i 
sociologhi rinviano come elemento determinante del 
fiorire della sociologia urbana c’è stato in realtà, il 
momento di Edimburgo: Geddes, Réclus e Kropotkin 
rappresentano secondo me la vera nascita della ur¬ 


banistica come secondo me la urbanistica è” 6 . 

Questo filone che nasce a metà Ottocento, se vo¬ 
gliamo con degli influssi ancora fine settecenteschi, 
arriva fino al Novecento poi passa qualcos’altro: 
una pianificazione che non parte dalla collettività, 
dal basso, dalla comunità, ma che parte da un re¬ 
golamento astratto, dall’imporre, quella che passa è 
un’urbanistica (che poi sarà anche oggetto della cri¬ 
tica di Doglio alla Città-Giardino) che vuole risolvere 
il territorio, controllare il territorio, semplicemente 
come strumento del capitalismo per razionalizzare, 
aumentare la produzione e il controllo sul territo¬ 
rio. Dunque un filone completamente diverso, che 
passerà anche perché questo filone verrà fatto pro¬ 
prio anche da coloro che avrebbero dovuto essere 
gli antagonisti al modello economico capitalista, cioè 
i paesi comunisti, che prendono un modello che è 
molto simile. 

“L’equivoco grossolano maggiore, a mio parere, 
è questo: che in Italia si sono importate tutta una 
serie di tecniche, apparentemente solo tecniche, le 
quali in realtà in quei paesi sono state inventate per 
esorcizzare qualsiasi taglio socialista o comunista o 
anarchico; tutta una serie di tecniche, di scienze, 
fabbricate dalla società industriale e dalla società 
capitalista nella sua espressione più piena (quella 
americana, non certo quella italiana) allo scopo di 
far sì che non accada un’inversione di tendenza, 
che non accada un mutamento all’interno di quelle 
strutture capitalistiche tale da metterle in crisi [...] 
tutta una serie sottile di maniere di far intervenire, 
o di far credere che intervenga la popolazione allo 
scopo di partecipare [...]”. 

“Tutte queste tecniche sono state, stranamente (a 
mio modo di vedere, stranamente; ma io sono sem¬ 
pre molto ingenuo) sono state prese su in Italia e 
adoperate dalla sinistra italiana cioè molto sovente 
ci sono colleghi di sinistra, o non colleghi, conoscen¬ 
ti di sinistra, architetti, urbanisti, ecc, i quali profes¬ 
sando idee fermamente legate a condizioni progres¬ 
siste, sposano queste loro idee molto progressiste 
con tecniche che a mio parere non sono neutrali e 
non per nulla germogliano alfinterno del più pauro¬ 
so aggruppamento reazionario che esiste in questo 
momento al mondo, cioè negli Stati Uniti” 7 . 

“Io non so 

che cosa sia l’urbanistica” 

Noi veniamo in contatto, dopo aver studiato archi¬ 
tettura e urbanistica in modo tradizionale con rego¬ 
le, tabelle, ecc... con questa proposta di Doglio e De 
Carlo che subito ci entusiasma. Doglio e De Carlo 
creano nel terzo anno questo gruppo di urbanistica, 
e dopo aver fatto l’esame con Doglio, bisogna sce- 


116 dossier Carlo Doglio 




gliere un relatore per la laurea che diventa biennale, 
uno dei relatori più importanti era De Carlo, quello 
che io poi scelsi. 

Durante le sue lezioni Doglio ci diceva: “Io non so 
cosa sia l’urbanistica, anzi lo so, ma non ve lo dico. 
Anzi forse lo so, non ve lo dico, ma in realtà non lo 
so bene neanche io, magari vediamo insieme se mi 
aiutate un po’ anche voi”. Questo era il suo atteggia¬ 
mento, molto discorsivo. 

Non è un caso se in tutte le dispense c’è anche 
il dibattito registrato, e nella prima dispensa del¬ 
le cinque del primo corso di urbanistica di Doglio, 
quasi tutta la parte del dibattito è occupata da un 
certo giovanotto promettente, Massimo Cacciari, 
che ha contestato parola per parola le cose dette 
da Doglio, che nella deregistrazione del dibattito, 
inclusa alle dispense definisce come l’allievo-archi¬ 
tetto Cacciari. Che poi è diventato mio professore 
di Storia dell’Architettura dopo essere diventato 
assistente di Manfredo Tafuri. Erano il gruppo dei 
marxisti duri e puri, vicini a Potere Operaio. Poi 
passarono in massa al Partito Comunista e poi... 
ognuno per conto suo. 

Doglio durante le lezioni fondamentalmente di¬ 
scuteva con gli studenti, che erano un bel numero, 
non dava risposte precise, non diceva “questa è l’ur¬ 
banistica”. All’inizio ci ha detto: “Vediamo vi do tre 
dispense fondamentali da leggere, con allegati, sug¬ 
gerimenti di lettura, su cui poi faremo l’esame. Fon¬ 
damentalmente tre punti: andiamo per negazione: 
cerchiamo di definire cosa non è l’urbanistica, poi 
vediamo se riusciamo a trovare cos’è. Vi descrive¬ 
rò prima cos’è l’urbanistica degli architetti, poi cos’è 
l’urbanistica degli economisti, e terza dispensa l’ur¬ 
banistica dei sociologi”. E ha fatto queste tre bellis¬ 
sime dispense, in cui lui ci raccontava di questa vi¬ 
sione alternativa dell’urbanistica. Noi all’epoca non 
capivamo, perché non sapevamo niente degli autori 
che ci citava, chi di noi era in grado di andare a leg¬ 
gere Mumford in inglese, o Geddes, o il Kropotkin 
di “Campi, fabbriche e officine” che non era ancora 
stato tradotto in italiano? Sentivamo per la prima 
volta da lui questi nomi. 

Ogni tanto qualche suo parere, qualche indicazio¬ 
ne ce la forniva: 

“[...] mi sembra logico che io mi sforzi di conferire 
la mia maniera di intendere l’urbanistica, che non è, 
ve lo dico subito, la maniera tradizionale e che non è 
nemmeno la maniera di molti dei miei colleghi. Certo 
sarebbe una sopraffazione che io compirei su di voi, 
farvi credere che il mio modo di vedere l’urbanistica è 
l’urbanistica: perché, anzi, non lo è, addirittura. Però 
compirei un tradimento della funzione che io credo 
abbia ogni docente, se tenessi accuratamente nasco¬ 
sti i miei modi di pensare, se facessi in maniera che 


quello che pensa colui che parla in questo momento 
chissà che cos’è, e chissà che cosa pensa in realtà”. 

“La cosa da ridere è che non essendo io architet¬ 
to sembra un po’ strano che parlo dell’urbanistica 
degli architetti, ma probabilmente, proprio perché 
non sono architetto riesco a capire meglio degli ar¬ 
chitetti in che cosa consiste la loro urbanistica, non 
pecco di miopia, di presbiopia, come succede per i 
vari specialisti” 8 . 

Non vi racconto tutte le dispense ma in poche 
parole lui dice: “gli architetti non sono in grado di 
essere urbanisti, perché alla fine restano architetti: 
fanno un disegnino. Gli economisti, sono i più bravi 
hanno definito il problema, e poi gli urbanisti fanno 
quello che loro hanno deciso che serve”. 

“È l’economia che sollecita l’urbanistica [...] a in¬ 
tervenire sulle città inglesi [...] l’economia si accorge 
che in queste città o nelle periferie di queste città, 
nei sobborghi di queste città la moria è estrema, si 
parla di milioni di morti [...]. Questo fatto ha pre¬ 
occupato i detentori del potere economico, che si 
vedevano privati della loro necessaria carne umana 
senza di cui non avrebbero potuto continuare negli 
sfruttamenti che facevano [,..]” 9 . 

“I sociologi, vogliono dare i dati all’urbanista e 
all’architetto perché metta insieme spazialmente i 
dati che loro hanno. Dunque nessuno di questi tre 
fa l’urbanista. Allora l’architettura che cos’è? Lo so, 
ma non ve lo dico!”. Lui faceva questo gioco. 

“L’urbanistica 
è anarchia” 

Però all’interno di queste dispense, lui arriva a dire 
sempre la stessa cosa con parole diverse: “l’urbani¬ 
stica è anarchia”, è una scelta prettamente politica 
e di impegno sociale. C’è un punto in cui lo afferma 
esplicitamente: “Se io mi occupo di urbanistica e di 
pianificazione è, fondamentalmente, perché mi sono 
andato persuadendo che questo è l’anarchismo” 10 . 

Come d’altronde ribadirà con altre parole nella in¬ 
troduzione a “L’equivoco della città giardino”: 

“Caro Zaccaria, anni or sono, discutendo fra noi 
sulla necessità - e possibilità - di dare all’anarchismo 
prove moderne, dimostrazioni legate alla società del 
nostro tempo, mi citasti Mumford e mi additasti tra 
l’altro il campo dell’urbanistica. Davvero che mi ci 
sono trovato bene, in quell’ambito; e senz’altro si 
tratta di uno dei luoghi migliori, per studio e per 
realizzazione, che possa capitare a chi non crede, 
come noi non crediamo, nella politica dei partiti e 
dei Governi” 11 . 

Anche De Carlo diceva una cosa molto simile: “dopo 
la guerra io volevo fare qualcosa per esser utile per il 
paese, per la società, per cambiare la società, la mia 


dossier Carlo Doglio 1117 




esigenza non era fare l’architetto per fare l’architetto, 
ma poter incidere sulla società per modificarla. E ho 
pensato che lo strumento più importante, più efficace 
poteva essere quello dell’architettura”. 

Modificare 
la società 

Quando Giancarlo De Carlo diceva architettura 
intendeva fare architettura, fare fisicamente degli 
edifici, però pensava anche a quello che avevano fat¬ 
to Geddes, Kropotkin, Reclus, e che gli aveva fatto 
conoscere Doglio. Pensava anche a una scala diver¬ 
sa, infatti De Carlo non ha mai voluto che l’urba¬ 
nistica diventasse altro rispetto all’architettura, e 
su questo era perfettamente d’accordo con Doglio, 
architettura e urbanistica per loro dovevano essere 
la stessa cosa. Alla fine Doglio arriva a dire: l’urba¬ 
nista deve essere architetto, ma non basta perché in 
realtà l’urbanista è colui che dà forma alla società, 
dunque è il politico, ma non il politico dei partiti, che 
assolutamente i partiti non erano nella testa né di 
De Carlo né di Doglio. Dunque è un’azione che viene 
dal basso e anarchica in senso stretto: 

“[...] sarebbe un errore grossolano non render¬ 
si conto che l’architettura, che l’urbanistica, sono 
sempre state, logicamente, politiche; sono sempre la 
espressione di una volontà politica, quando non lo 
sono non sono architettura e non sono urbanistica, 
sono niente, va bene?” 12 . 

Fare urbanistica significa per Doglio modificare la 
società, così come proponeva Geddes, da pianifica¬ 
tore (anche lui non era architetto), seguendo le indi¬ 
cazioni di Kropotkin, un altro non-architetto, grande 
geografo e teorico anarchico, come Réclus. (Capisco 
ora meglio la frase famosa di De Carlo “L’architet¬ 
tura è una cosa troppo importante per lasciarla in 
mano agli architetti” -come tutti gli specialisti anche 
loro sono presbiti o miopi direbbe Doglio-). 

Doglio ha scritto molto su Kropotkin. Che cosa è 
che voleva Kropotkin? Forse lo dice bene in tre parole 
proprio Geddes: il piano è frutto di un’epoca, è frutto 
di una collettività, è frutto della storia e delle perso¬ 
ne che vivono in un determinato territorio, non può 
essere altro. Quello che Kropotkin andava cercando 
nelle sue ricerche da geografo in Siberia erano le forme 
di aggregazione delle popolazioni che partivano dal 
basso, attraverso lo strumento del mutuo appoggio e 
come loro agivano nel proprio territorio per modificar¬ 
lo e come modificavano la struttura della collettività 
partendo da esigenze specifiche. Doglio e De Carlo 
si scambiano queste idee. Doglio fa innamorare De 
Carlo di questo filone della pianificazione, e De Carlo 
trasmette a Doglio le principali nozioni di architettura 
e di urbanistica. 


Doglio consiglia la lettura delle opere di Lewis 
Mumford per comprendere la genesi di questo filone 
libertario nell’urbanistica: 

“il Mumford de “La cultura delle città” e, meglio 
ancora il Mumford de “Le Trasformazioni dell’uo¬ 
mo” 13 : è una specie di grande visione del mondo, 
della storia degli uomini dall’animale, dal primitivo 
fino al 2000 al 2100, secondo alcuni è un libro molto 
bello, secondo altri molto brutto. Secondo me, dal 
punto di vista della città, è un libro fondamentale. 
È una storia dell’urbanistica? No! È una storia della 
città? No! È una storia della società vista attraverso 
la città. Ma la storia della società di che tipo? Di tipo 
marxiano? No! Di tipo liberale? No! Mumford non è 
liberale. Di tipo anarchico? Sì, nel senso che l’autore 
a cui lui fa più riferimento è Pétr Kropotkin e d’al¬ 
tronde, secondo me senza leggere Kropotkin non si 
capisce la pianificazione territoriale, e non si capisce 
l’urbanistica” 14 . 

Doglio andrà anche ad approfondire i suoi stu¬ 
di di urbanistica in Inghilterra, a fare esperienza di 
pianificazione, mandato da Adriano Olivetti. Anche il 
rapporto di Doglio con Olivetti era un po’ particolare, 
qualcuno dice che c’era forte affinità, io mi ricordo 
che De Carlo diceva che non si potevano sopportare, 
che Olivetti odiava gli anarchici, ma faceva vedere di 
avere tolleranza e simpatia nei loro confronti, per¬ 
ché faceva parte della sua politica di immagine, e 
aveva messo Doglio a dirigere il giornalino aziendale 
della Olivetti proprio per questo (e poi metterci un 
anarchico, era anche un modo per non metterci un 
comunista!). 

Una storia 
di bauli 

Mi è successo di incontrare Doglio nei posti più 
strani nella mia vita. Dopo l’università ho rifiutato di 
fare il militare e ho fatto domanda per fare il coope¬ 
rante civile all’estero e sono finito due anni alla Fa¬ 
coltà di Architettura di Algeri, su indicazione di De 
Carlo che aveva già mandato lì altri suoi assistenti. 
Quando sono andato a fare l’esame a Roma, io non 
avevo molte speranze di esser selezionato perché da 
tutta Italia potevano essere selezionate solo una de¬ 
cina di persone. Con mia grande sorpresa mi sono 
trovato davanti per la selezione proprio Carlo Doglio! 
Mi ha fatto l’esame di urbanistica e architettura per 
vedere se ero idoneo. Non sapevo che lo avrei trova¬ 
to! Mi ha detto “Ma tu cosa ci fai qua? Vuoi andare 
ad Algeri? Certo!”. Praticamente non ho fatto l’esa¬ 
me, in qualche modo sono stato raccomandato da 
Doglio: ho avuto questo piacere. 

Tra le mie carte, nel baule, insieme alle dispense 
ho scoperto con grande piacere anche un biglietto 


118 I dossier Carlo Doglio 




importante che avevo dimenticato, l’indirizzo di Ar¬ 
thur Geddes, figlio di Patrick, che mi diede Doglio, 
secondo il quale Arthur aveva un baule di scritti 
di suo padre che si sarebbero dovuti conservare in 
modo appropriato e consultare per eventuale pub¬ 
blicazione. Fu la scintilla che mi spinse al viaggio ad 
Edimburgo per studiare l’archivio Geddes ed i ma¬ 
noscritti di Kropotkin entrambi conservati in quella 
città. Il baule non lo trovai, Arthur era morto, e mi 
dedicai soprattutto a Kropotkin. 

Altre volte, ho avuto il piacere di frequentarlo a 
Bologna, e mi ricordo queste bellissime passeggiate 
nel centro storico. Andavo per parlare della program¬ 
mazione di qualche convegno, oppure della rivista 
Volontà. Abbiamo realizzato un numero di Volontà, 
nell’80, dedicato all’urbanistica. E così i compagni 
milanesi hanno scoperto Doglio, hanno scoperto De 
Carlo, hanno scoperto che c’era tutto questo filone 
di pianificazione libertario di cui nessuno nel movi¬ 
mento sapeva niente. 

Abbiamo poi fatto tre numeri di Volontà sulla città, 
il primo aveva avuto successo ne abbiamo fatti altri 
due. A Bologna Doglio mi portava in giro per la città 
a discutere, non ci si sedeva mai davanti un tavolo a 
prendere appunti, lui parlava, portava la gente sot¬ 
to i portici di Bologna, ogni tanto diceva: “guarda, 
vieni qua” apriva uno sportellino e ti faceva vedere 
che lì sotto c’era un canale, aveva fatto uno studio 
importante sulle vie d’acqua nascoste di Bologna, 
che aveva sorpreso anche gli abitanti di Bologna e le 
autorità, in cui proponeva di recuperare il patrimo¬ 
nio degli antichi canali della città. Voleva “innondare 
Bologna”, ci disse una volta. C’era attorno a lui una 
sorta di scuola peripatetica, in cui si passeggiava, si 
discuteva, si faceva. 

Questi sono i miei ricordi su Doglio, e potrebbero 
essere tanti altri. Lo ribadisco: Doglio era un perso¬ 
naggio che o lo ami o lo mandi a quel paese e te ne 
vai. Immaginatevi chi veniva ai corsi di Doglio per 
imparare a fare un piano regolatore ed era convinto 
che essere un buon urbanista volesse dire sapere se 
il rapporto metri quadri con i metri cubi dovevano 
essere lo zero virgola o lo zero virgola virgola, e si 
trovava di fronte un personaggio come Doglio, che 
passa dalla poesia all’arte, all’anarchia, dalla scuola 
di pianificazione inglese a Kropotkin o Mumford, e 
poi ti dice: “Volete sapere per me cos’è l’urbanistica? 
È come un affresco rinascimentale di un grande arti¬ 
sta, è qualcosa di complesso, ci sono tante cose, non 
è spiegabile, però funziona” 1 * * * * * * * * * * * * * 15 . 

E che sosteneva che ci si debba disfare della città 
così come è diventata perché “la città è una forma di 
prigionia” 16 . 

Poi aggiungeva: “Io ho scelto di abitare a Bologna 
anche per un motivo, perché alla mia età inizio a 


pensare che la città è la fine dell’umanità, la città è 
qualcosa di negativo, le città dobbiamo eliminarle. 
Le città che funzionano bene sono città disumane” 17 . 
(E se oggi vedesse Singapore, Shanghai, questi posti 
qua, potrebbe dire che aveva ragione lui). 

“Io vivo a Bologna molto bene, perché Bologna è 
una città dove non funziona quasi nulla! E allora si 
riesce a vivere da esseri umani”. 

Franco Buncuga 


1. Avvertenza: le note che seguiranno con estratti dal Corso di Ur¬ 
banistica I tenuto dal Prof. Doglio per l’Istituto di Composizione 
Urbanistica all’Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di 
Venezia nel 1971-72 avranno come dicitura il numero di lezione 
e la pagina corrispondente (lez._ pag.J. 

Note: 

Carlo Doglio (a cura di), Dopo Vittorini Appunti per una rivista 
rivoluzionaria, Milano, Moizzi Editore, 1976, pagg.7-8. 

2 Giovanni Pesce (a cura di), Da ieri a domani: la pianificazione 
organica di Kropotkin, Reclus, Branford e Geddes, Mumford, 
Bologna, CLUEB, 1981, pag.9. 

3 lez. V, pag. 1. 

4 lez. Ili, pag.4. 

5 diventa lez. II pag.9 

6 lez.5, pagg.7-8. 

7 lez.II, pag 10. 

8 lez. II, pagg. 1-2. 

9 lez. IV, pagg. 5-6. 

10 Anarchismo ’70, Materiali per un dibattito, I Quaderni dell’Anti- 
stato 1, Edizioni de L’Antistato e Volontà, 1970. Citato in Chiara 
Mazzoleni (a cura di), Carlo Doglio selezione di scritti 1950-1984, 
Venezia, IVAV, 1992. 

11 Carlo Doglio, La città giardino, Bari, Gangemi editore, 1985, 
pag. 13. 

12 lez.II, pag.3. 

13 Doglio tradurrà per la rivista “Comunità” diversi testi di Lewis 
Mumford e soprattutto The transformation of man (Le trasfor¬ 
mazioni dell’uomo) per le Edizioni di Comunità nel 1968. 

14 lez.II, pag.2. 

15 “Direi, allora, che con urbanistica io intendo una specie di af¬ 
fresco, una specie di pittura: sarebbe come estendere il concetto 
ai paesaggi (...) della grande pittura (...) per cui gli unici esempi 
di urbanistica in Italia siano i paesaggi di Giotto o del Bellini, 
di Tiepolo e dei veneziani e così via...” (lez.Ili, pag.5). 

16 L’utopia e la città, atti del Convegno, Faenza, Libera Associazione 
di Studi Anarchici, 1991, pag. 10. 

17 ibidem, pagg. 10-11. 


dossier Carlo Doglio 1119 





Una 

percettibile 

differenza 

di Letizia Montalbano 

Conoscere la città per conoscere se 
stessi. 

L’educazione libertaria di Carlo Doglio. 

“Non pensare (tanto) per progettare... ma vivere”. 

Qualche tempo fa, parlando di città, una giovane 
amica siciliana, studentessa di giurisprudenza, così 
rispondeva alla mia domanda se le piacesse vivere a 
Bologna: “Conoscere la città mi ha fatto conoscere 
me stessa”. 


Questa affermazione mi ha di colpo riportato al 
tempo in cui frequentavo il Corso di Pianificazione 
territoriale a Scienze politiche tenuto da Carlo Do¬ 
glio. Trascorrendo con lui alcune ore a settimana 
passeggiando per le vie di Bologna, attività da lui 
molto apprezzata e praticata, ho imparato anch’io a 
conoscere ed amare questa città attraverso gli odori, 
i suoni ma soprattutto i sapori ed i colori che attra¬ 
verso le facciate ne riverberano la storia. 

Carlo era profondamente innamorato di Bologna, 
le cui strade non si stancava mai di ripercorrere tra¬ 
endone giorno dopo giorno nuova ispirazione e pro¬ 
prio nel corso di una di queste passeggiate, immersi 
nella luce magica del tramonto di via Castiglione che 
si rifletteva sull’acciottolato, mi parlò della sua gio¬ 
vinezza ripercorrendone tutti i luoghi e le tappe, per 
giungere al momento in cui, rievocando l’incontro 
con uno zio molto ammirato da adolescente, aveva 
deciso di “diventare Carlo Doglio”. 

Non è un caso, credo, che uno dei fenomeni ita¬ 
liani più interessanti degli ultimi tempi, le Social 
Street, parta proprio da Bologna per poi diffondersi 
attraverso le strade d’Italia in tutto il mondo; proprio 
da una strada, quella via Fondazza cara a Morandi, 
di una città talmente intrisa ancora oggi dalla storia 
del suo passato da sapere lanciare nuove sfide, tra- 



120 I dossier Carlo Doglio 


Franco Baroni 













mite le sue pietre e le persone che attraversano quo¬ 
tidianamente il suo selciato, riproponendo rinnovato 
il linguaggio che Carlo Doglio conosceva molto bene: 
quello della condivisione e del mutuo appoggio, pa¬ 
role che allora forse ci apparivano desuete e un po’ 
lontane e che adesso, divenute attuali ed ineludibili, 
ci richiamano con forza al presente. 

Lo scambio, la condivisione, la partecipazione dei 
cittadini al “farsi” della città... una questione da lui 
intesa come riappropriazione di un bene comune 
perduto, da conseguire tramite l’autogestione del 
territorio e di tutte le sue forme e contenuti, tutti 
temi del nostro presente che aveva configurato con 
incredibile anticipo. 

Introducendo il concetto di Territorialismo, mu¬ 
tuandolo da Geddes, ci ha parlato di Costruzione di 
senso, Reciprocità, Coinvolgimento, Ricerca-Azione, 
costringendoci a guardare il mondo che ci circonda 
con occhi nuovi in grado di restituire anche sguardi 
diversi attraverso lo stupore e lo spiazzamento che 
tanto amava. 

Praticando la leggerezza nella complessità ci ha 
messo in guardia sul pericolo degli squilibri fra 
uomo e natura e ci ha abituato senza parere alla 
contaminazione di generi, senza mai essere astruso 
od arrogante. 

Perché ci manca 
Carlo Doglio 

L’incontro con Carlo Doglio, avvenuto agli inizio 
degli anni ’80 e sfociato in una lunga frequentazione 
e collaborazione fino alla sua scomparsa, ha costi¬ 
tuito per me un’esperienza unica ed irripetibile, in 
cui si è palesato da subito l’insolito ed eccezionale 
modo di interazione che ne facevano una delle sue 
caratteristiche peculiari, basato com’era sulla stima, 
l’attenzione e l’ascolto a prescindere dalle caratteri¬ 
stiche intellettuali, sociali o di ruolo del suo interlo¬ 
cutore. Il suo pensiero, la sua visione e le azioni che 
ne conseguivano, mi accompagnano tuttora e hanno 
contribuito in maniera determinante alla mia forma¬ 
zione ed al mio modo di interpretare i fenomeni più 
diversi. 

Credo che il suo particolare modo di rapportarsi a 
noi studenti, ma più in generale a chiunque incon¬ 
trasse, avesse come matrice comune la curiosità, il 
rispetto e la cura della differenza. Il suo pensiero in¬ 
fatti incrociava spesso traiettorie differenti, intercet¬ 
tando ed arricchendo il percorso di chiunque avesse 
la fortuna di incontrarlo. Aiutava a trovare se stessi 
tramite le reti che sapeva creare, circondandosi di 
menti e personalità spesso brillanti, ma anche molto 
diverse fra loro, quando non apparentemente disso¬ 
nanti dai suoi percorsi di vita e di studio, sia nel 


modo di pensare che nel modo di agire. 

Questi percorsi si sono spesso intrecciati in una 
imprescindibile volontà di coerenza che ha quasi 
trasceso gli ideali certamente sottesi al suo pensiero 
ed alla sua opera. Credo che il suo esempio, come 
spesso riportato dai suoi allievi o da chi ha percepito 
la forza del suo pensiero, sia a lungo servito da sti¬ 
molo e guida come avviene per i grandi maestri. 

Unico, singolare nel suo essere contro, nemico del 
risaputo e dell’ovvio, costantemente in bilico fra se¬ 
rio e faceto, incredibilmente audace ed ampio nell’e¬ 
loquio fulminante, in grado di farti sorridere con la 
sua sottile ironia; capace sempre di condurti per 
mano verso un obiettivo chiaro e cristallino attra¬ 
verso le dinamiche preconiche del suo lungimirante 
pensiero che sapeva contenere e rivelare, aiutando¬ 
ti al contempo a svelare le radici del tuo essere nel 
mondo. 

A lungo, credo, potremmo continuare a cercare 
una persona che riesca in qualche modo ad evocare 
e suscitare quelle parti di noi che Carlo Doglio riu¬ 
sciva a intravedere e stimolare facendole fiorire con 
i semi più vari alla luce della sua maieutica, a lungo 
proveremo a continuare a camminare all’ombra mai 
oscurante di una figura quasi diafana nella grazia e 
nella semplicità della sua complessità. 

Egli ci manca come può farlo un elemento natu¬ 
rale necessario al nostro equilibrio, e la sua assenza 
ci riporta ad una dimensione che, senza il respiro 
del suo pensiero, spesso ci appare asfittica e legger¬ 
mente sfocata. 

Lo specchio contro cui la luce del suo essere ci 
proiettava aveva qualcosa di grande ma stranamen¬ 
te familiare, perché somigliava a quell’ombra su cui 
si era creata la nostra prima immagine di esseri pen¬ 
santi che per una volta coglievano l’opportunità di 
ritrovare se stessi e le proprie radici, riconoscendole 
ed ampliandole sotto una lente più forte, quello sotto 
i cui prismi Carlo Doglio ci aveva costretti in qualche 
modo a coltivare noi stessi. 

Mi rendo conto che per chi non lo ha conosciu¬ 
to personalmente tutto questo potrebbe suonare in 
qualche modo enfatico, ma Carlo Doglio possedeva 
realmente alcune straordinarie caratteristiche che 
lo hanno reso una figura fondamentale nel pano¬ 
rama della nostra consapevolezza verso il futuro: la 
capacità di visione, di connessione e di intravedere 
soprattutto le qualità di ogni singolo essere umano. 

Sempre interessato al nostro futuro, a quello delle 
future generazioni, non aveva prospettive di visio¬ 
ne limitate nel tempo. Ci spingeva ad avere cura del 
mondo che ci circonda, a conoscerlo e a compren¬ 
derlo meglio. Cercava di guardare sempre lontano, 
oltre le connessioni un po’ scontate, proponendo un 
abitudine mentale al nuovo, al cambiamento, senza 


dossier Carlo Doglio I 121 




mai dimenticare le nostre radici: è con lui che ad 
esempio ho “scoperto” il mio essere siciliana. 

Ricordo ancora le lunghe chiacchierate e gli in¬ 
contri conviviali, come i Mercoledì di Matusel, che ci 
hanno riempito di stimoli intellettuali, di nuovi ap¬ 
procci alla conoscenza, di nuove capacità di mette¬ 
re insieme componenti diverse della realtà, di nuovi 
modi di considerare i problemi ed il mondo in cui 
vivevamo e viviamo. 

Con lui l’apprendimento non è mai stata disgiunto 
dalla passione e quest’ultima da una forza visionaria 
che, lungi dal disperderne le coordinate del pensiero, 
ci traghettavano insieme nel porto delle possibilità. 
L’anarchismo insito nel suo pensiero, inteso anche 
come leva per svincolarsi da modi di pensare obso¬ 
leti e ripetitivi, mai ossequioso o autoriferito, veniva 
riconosciuto da chi gli si accostava come una cifra 
personale che aiutava a decodificare buona parte di 
quel mondo che ci accingevamo a scoprire. La luci¬ 
dità della sua analisi, che gli consentiva di proiet¬ 
tarsi al di là di recinti o steccati disciplinari, forniva 
a tutti noi la possibilità di intravedere e ricercare 
qualcosa di più oltre gli scenari consueti. 

Conversazioni 
in Sicilia 

Mi è molto caro il ricordo di un viaggio fatto in¬ 
sieme a lui, Diana e Valerio Girgenti, suo allievo ed 
amico. Era primavera quando per raggiungere Noto, 
dove era in corso un convegno cui era stato invitato, 
decidemmo di ripercorrere le strade di Vittorini in 
“Conversazione in Sicilia”. Un viaggio ricco di stimoli 
ed incontri in un clima molto evocativo attraverso 
paesaggi magnificamente arcaici che continuamente 
riconducevano all’essenza del trascorrere del tempo 
e della storia, che si concluse con l’incomparabile 
visione di Marzamemi che qualche giorno prima gli 
avevo detto mi sarebbe piaciuto visitare. 

Ancora Sicilia ed un altro viaggio: Gibellina dove 
un riconoscente Ludovico Corrao indicando l’intorno 
lo ringraziò pubblicamente di esserne stato l’artefi¬ 
ce. Sempre in quell’occasione viaggiammo sul pul¬ 
lman di un gruppo internazionale di architetti con 
alla guida un bolognese che, riconosciutolo, chiese 
agli astanti di tributare un applauso, a chi fra l’altro, 
era stato “l’unico per molti anni in grado di condurre 
attraverso Bologna qualsiasi delegazione straniera, 
illustrandone caratteristiche e peculiarità in un in¬ 
glese perfetto”. 

A Palermo, altro convegno altra storia, in un Ho¬ 
tel delle Palme durante un pomeriggio dall’atmosfera 
crepuscolare dove lui, Alberto Samonà e i Beigioio¬ 
so rievocarono divertenti e divertiti pezzi della loro 
storia insieme inframmezzandoli, a pezzi di storia 


dell’architettura italiana. 

Segesta, Selinunte, Sciacca... Ragusa dove fui da 
lui “scaraventata” appena laureata per partecipare 
alla ricerca socio-economica preliminare al piano 
per Ragusa Ibla e Ragusa Superiore e dove conobbi 
Pasquale Culotta, Bibi e Giuliano Leone che del pia¬ 
no erano i progettisti-redattori, rimanendo sorpresa 
dalla devozione ed ammirazione reverenziale che il 
suo nome suscitava ovunque. 

L’indimenticabile paesaggio di Erice, dove ci re¬ 
cammo per il piano socio-urbanistico, che fu percor¬ 
sa e commentata durante un’ininterrotta conversa¬ 
zione con Leonardo Urbani, fra acciottolati silenziosi 
e scorci memorabili, conclusasi tra le mura di un 
suggestivo convento. 

La Sicilia come cartina di tornasole... 

Lamento e canto al muro 
del tempo 

“Un giorno, anche la Sicilia decollerà. 

Che questo avvenga nelle vene più libere del ven¬ 
to, chiome di canne lungo i fiumi e stormire di ulivi - 
o strepitando di fumi e di risucchi, di luci livide nella 
notte - è questione che dipende soltanto dalla sua 
popolazione. Certo è che lo strappo della subitanea 
accelerazione può lacerare le membra dell’Isola, ges¬ 
sose di secoli di silenzio: il corpo si scheggia e fen¬ 
de, vomita rocce e fiumare per tornare a una coltre 
di lava immobile, segno lucido e inutile che appena 
traspare nel velo d’acqua mediterranea. Oppure, si 
invola nel continuo frusciare delle sue vele: il sole è 
come alleggerito dalle misure esatte degli edifici di 
residenza e di produzione, dagli specchi di un’acqua 
che non sciaborda più né più dilegua nell’argilla: è 
come un grande aquilone, come una giunca festosa 
che salpa e vibra e sorride notte e giorno notte e gior¬ 
no, continuamente confermata, e reinventata, da un 
patto collettivo. 

Perché la Sicilia senza una continua presenza di 
tutti in tutto il suo territorio, senza l’autogestione 
della sua società, delle sue città, paesi, porti, mez¬ 
zi di comunicazione, mezzi di produzione e amori e 
odio e bene e male, è solamente un piccolo brandello 
di terra di conquista: corsa da sempre da predoni 
armati di spadoni o di agevolazioni tributarie, barat¬ 
tata o venduta in altri luoghi. Merce, la sua gente, e 
non vita. 

Il territorio siciliano, catene di monti a perdita di 
vista, brevi pianure strozzate dal mare, a volta for¬ 
ti a volta grevi segnali dell’autorità clericale e civile, 
letti fangosi di fiumi, occhi spenti dei laghi, mucchi 
d’ossa di case, polpa marcia di gente senza speran¬ 
za, è l’emblema della sopraffazione del tempo. C’è 
stato solo un momento in cui, con genti di fuori, gli 


122 I dossier Carlo Doglio 




arabi, esisteva compenetrazione di forza genetica 
del suolo e di gesti sociali: gli anni della pace rura¬ 
le, delle città gonfie di scambi come arnie, dei fiumi 
controllati, delle zolle che spicciano sete e manna. 
Ma prima templi e propugnacoli greci di conquista 
coloniale, silenzio del latifondo rotto solo dalle rivol¬ 
te degli schiavi e dall’opulenza delle ville padronali; 
ma dopo, il crescere del sigillo statale, per castelli e 
palazzi e cattedrali, lo sformarsi delle forme urbane 
nella stratificazione spagnola e borbonica, nell’equi¬ 
voco risorgimentale (le grida degli uccisi di Bronte) 
della conquista piemontese surrettiziamente avviata 
dai borghesi locali. 

E nessuna libertà, nessuna traccia nella rete via¬ 
ria o nei campi o nelle miniere o negli insediamen¬ 
ti industriali di una libertà siciliana. Il vaneggiare 
dell’idealismo gentiliano, questa corsa precipitosa 
verso l’ineffabile perché la crosta rugosa della realtà 
si scioglie in polvere - la fuga scenica di Pirandello, 
teatro nel teatro nel teatro, e non capire che la re¬ 
cita incominciava con i Fasci Siciliani, e lì tornerà 
dopo tanti altri anni di attività gestuale meramente 
d’evasione. 

Questi anni sono fronde senza tronco. Rami pe¬ 
santi di frutti che cadono in altri orti. Calanchi di 
interventi contorti come gli interessi individuali che 
tirano a proprio agio strade, colture, ubicazioni in¬ 
dustriali, quiete da rompere con il turismo di massa, 
fervore di scambi che finiscono con l’essere solamen¬ 
te carte bollate e cambiali. 

Questi sono gli anni della elemosina travestita 
da solidarietà nazionale: ogni soldo dato, se fossero 
capaci di spenderlo i reggitori dell’isola silenziosa, 
inchiavarda più saldamente la Sicilia alla emorragia 
dei suoi figli, all’abbandono dei suoi luoghi, al tra¬ 
dimento del suo genio. A poco a poco si aggrumano 
paesi e città, colli nudi e distese di feudo, acque di 
carso e filari di viti da botte ferroviaria, isole artifi¬ 
ciali e bruciare acre della petrolchimica in una sola 
azienda ai confini del mondo: del mondo della opu¬ 
lenza e del benessere che pompa via il fluido vitale 
dell’isola dandogli in cambio gli stracci, e le droghe, 
dei propri rifiuti. 

Ma domani saranno gli anni del volto ritrovato. 
Dei talenti dissotterrati, non da spendere sul merca¬ 
to d’Europa ma da far giocare nell’arco dell’emergen¬ 
za dei conculcati, dei reietti, dei rifiutati. Saranno gli 
anni della fionda e del sasso, ma soprattutto dello 
sprigionarsi delle energie che tendono le corde, e raf¬ 
forzano la pietra, e precisano la mira. Gli anni che 
il silenzio diventa brusio di azioni minute, collettive; 
gli anni che la diffidenza diventa apertura e mutuo- 
appoggio; gli anni che spiccia dalle rocce l’acqua, e 
dall’uomo l’amore. 

Il lungo, troppo lungo, ritrarsi della Sicilia in se 


medesima perché sulle coste troppi predoni calava¬ 
no e troppo sangue s’era speso a difendersi, inutil¬ 
mente, volgono, se lo vogliamo, alla fine. Dalle anti¬ 
che sorgenti nuove forme emergono, e più era nera 
la tenebra più la luce divampa, se lo vogliamo tutti 
insieme senza più devoluzioni di potere. 

Le trenodie diventano richiamo, e non cullano più 
la rinunzia, o il ricordo. Sono oramai gli anni del fu¬ 
turo, e alto è il canto e il muro del tempo precipita. 
La fionda scatta’’. 

Tratto da: Carlo Doglio, Leonardo Urbani, La fion¬ 
da sicula, Il Mulino, Bologna 1972. 

Letizia Montalbano 


Che voglia di 
scrivere su 
Carlo Doglio 

di Michele Salsi 

Un giovane architetto, anarchico, a 
confronto con la lezione di Doglio. 
Storia di una cassetta e di un 
convegno di studi. 

“La mia vita è stata compromessa da un grande 
equivoco: tutti hanno sempre creduto che io fossi in¬ 
corruttibile, e invece ero caro”. 

Carlo Doglio 

“[Doglio] era un personaggio curioso, inquieto, sem¬ 
pre insoddisfatto, insoddisfatto di quasi tutto. Cer¬ 
cava sempre di andare al di là, di andare di fianco, 
o sotto o sopra, perché le cose che cercava, quando 
stava per raggiungerle, smettevano di interessarlo”. 

Giancarlo De Carlo 

Un po’ di tempo fa stavo sfogliando “A” e mi sono 
imbattuto nella “pubblicità” di un convegno su Car¬ 
lo Doglio, a Bologna. Siccome tra i miei vari piani, 


dossier Carlo Doglio I 123 




progetti, sogni c’era quello di organizzare un even¬ 
to dedicato allo sconosciuto ai più Carlo Doglio, mi 
sono detto che quanto meno sarei dovuto andare ad 
assistere al convegno; seppur relativamente “dispia¬ 
ciuto” dal fatto che qualcuno mi avesse anticipato. 

Comunque avevo pensato di contattare la docente 
Stefania Proli, organizzatrice del convegno. Pensavo: 
visto che (incredibilmente) esiste qualcuno interessa¬ 
to a Doglio, le potrei mandare il capitoletto su Doglio 
della mia tesi. Così, tanto per. Il problema è stato che, 
come quasi tutte le altre parti “didattiche” della mia 
tesi che mi è capitato di rileggere a distanza, anche il 
capitoletto su Doglio l’ho trovato scritto male, (un po’ 
di fretta) e per quanto ci possa esser qualcosa di inte¬ 
ressante, l’insieme non mi piaceva per niente. 

Allora ho pensato “beh, posso riaggiustarlo, o ri¬ 
scrivere qualcosa”. Scrivere non costa niente. Ho ti¬ 
rato fuori tutte le cose che avevo su Doglio, letto, ri¬ 
letto, cominciato a metter insieme qualche citazione, 
ma niente. In tanta difficoltà, c’era anche una frase 
di Doglio, l’incipit del suo articolo “Le forme della so¬ 
cialità urbana”, che ho fotocopiato dalla rivista “Vo¬ 
lontà”, e che mi tornava fuori e rendeva la missione 
ancora più difficile. 

Il convegno di studi 
di Bologna 

Essendo giovane, non ho conosciuto di persona 
Doglio, però penso ci saremmo intesi molto bene. Mi 
piacerebbe tanto avere un “nonno” urbanista-anar¬ 
chico uomo di cultura rispettato da tanti che mi pos¬ 
sa aiutare in tanti piccoli grandi progetti, occupare 
parchi e cascine abbandonate, creare nuovi spazi 
mentali nelle piazze, trasformare con mille euro degli 
ecomostri in università per bambini e anziani, porta¬ 
re luce in tante teste cementate, sognare, eccetera... 

Comunque arrivò poi il giorno del convegno e 
sono uscito all’alba per andare a Bologna, senza es¬ 
ser riuscito a mandare nemmeno due righe alla pro¬ 
fessoressa Proli. Mentre andavo a Bologna, mi sono 
detto: “meglio così! Posso ascoltare quel che dicono, 
trarre spunti, e così riuscirò poi a scrivere qualcosa 
di molto più bello!”. 

Appena sono entrato nella bellissima “Sala Borsa” 
in pieno centro di Bologna, mi sono incrociato con 
un personaggio che mi ha incuriosito, pieno di giac¬ 
che e borse. Conoscendo di lui solo il nome stampato 
sui libri, non avevo idea di che aspetto avesse, ma 
sospettavo fosse La Cecia, che figurava tra i parteci¬ 
panti al convegno. Infatti era lui. 

Al mio arrivo il convegno era già iniziato, si stava 
concludendo il primo intervento quello di Stefania 
Proli, non ricordo di quell’intervento nient’altro che 
una mia piacevole percezione di una grande e umile 


passione (e forse anche affetto) verso la figura di Do¬ 
glio. Osservavo gli affreschi della sala del convegno 
mentre si succedevano a parlare professori di urba¬ 
nistica, ho pensato che mi dispiaceva che gli anar¬ 
chici “militanti” (ma quali?) non erano presenti. 

Avrei avuto qualche cosa da obbiettare ad alcu¬ 
ne cose che sono state dette, in particolare ricordo 
qualcuno deve aver detto: “l’anarchia ha fallito” o 
qualcosa del genere, riferito sempre al discorso ur¬ 
banistico. Beh, mi sarebbe piaciuto sentire cos’a¬ 
vrebbe avuto da dire Carlo Doglio; per me, infatti, 
non è possibile dire che l’anarchia ha fallito perché 
non è mai stata messa a sistema una “politica” ur¬ 
banistica fondata sulla libertà. Per esempio il con¬ 
cetto delle favelas continua a funzionare piuttosto 
bene ancora oggi, e funziona fin da prima dei centri 
urbani rinascimentali, tipo quello mirabile di Assisi. 
Ciò che invece è fallimentare è proprio l’urbanisti¬ 
ca “convenzionale”, come strumento capitalista di 
controllo e pseudo-ordine sociale, che non potreb¬ 
be mantenersi se non venisse foraggiata di continuo 
con meccanismi mafiosi e con il cattivo utilizzo di 
ingenti risorse pubbliche, né tantomeno se non fosse 
difesa dalla violenza della legge, della burocrazia, e 
(se ce ne fosse bisogno) anche della violenza polizie¬ 
sca o addirittura militare, come in Val Susa. Al di 
là di quelle che possono essere le opinioni, (ora non 
vado a scomodare De Carlo, Turner, Ward, Khor, lo 
stesso Doglio o altri: ognuno pensi quel che vuole) 
non mi sembra certo corretto dire che l’anarchia ha 
fallito. 

Forse è stata la docente dello IUAV Chiara Maz¬ 
zoleni (che con piacere ho ascoltato di persona dopo 
aver già letto a suo tempo quanto aveva scritto su 
Doglio), a dire invece un termine usato da Doglio che 
mi ero subito segnato sul momento per esser sicu¬ 
ro di ricordarmelo. Ormai l’ho imparato a memoria, 
era: “autogestione del quotidiano” (e non si sta par¬ 
lando di pubblicazioni cartacee). 

L’intervento di La Cecia è stato obbiettivamen¬ 
te speciale, è riuscito a dire davvero qualcosa, non 
solo su Doglio, oserei dire sulla vita. Certo lui aveva 
la fortuna di poter parlare non (solo) di Doglio, ma 
di Carlo. Ricordo di averlo profondamente invidiato 
quando ho capito che aveva conosciuto di persona 
(e bene) oltre a Doglio, anche il mio idolo Ivan Illich. 
Mi è piaciuto molto anche ciò che gli aveva insegna¬ 
to Doglio: andare a conoscere di persona gli autori 
dei libri che leggeva. È un’idea geniale! Avrei voluto 
cominciare da subito con lui - anche se a dir il vero 
delle sue opere ho letto solo i titoli (forse perché mi 
piacciono talmente tanto che poi leggendo l’intero li¬ 
bro avrei paura di rimaner deluso) - ma si era poi 
interroto il convegno per la pausa pranzo, e quindi 
avevo deciso di conoscerlo alla ripresa del convegno, 


124 I dossier Carlo Doglio 





se fosse tornato, lasciando decidere al destino. 

Nella pausa pranzo ho deciso di fare una sorta di 
deriva situazionista per i portici di Bologna: perder¬ 
mi nelle stesse strade da lui percorse tante volte, mi 
era sembrato il miglior modo per poter rendere il mio 
tributo a Carlo Doglio (e, intanto che c’ero, anche a 
Lucio Dalla). 

Quella cassetta 
autogestita 

Tornando alla sala del convegno, mi sono accorto 
di un capannello di persone in Piazza Grande poco 
distante dalla Sala Borsa. Avvicinandomi ho visto un 
uomo che parlava dalfalto di un piedistallo, e avvici¬ 
nandomi ulteriormente ho visto che il piedistallo era 
una casetta di plastica, di quelle per le bottiglie. Era 
una sorta di assemblea pubblica un po’ autogestita e 
un po’ individualista, visto che il promotore era l’uo¬ 
mo della cassetta. La cassetta veniva poi da lui pas¬ 
sata, con un bellissimo calcio, a uno degli ascoltatori 
che era dunque chiamato a salirvi sopra e dire la sua. 
Il tema del giorno era l’altissima astensione elettorale 
che si era appena verificata per le elezioni regionali, 
e poi si spaziava fino a dibattere su per quale motivo 
se il tempo era un po’ piowiginoso la gente dovrebbe 
riunirsi ugualmente in piazza per parlare. 


Devo ammettere che è stato un po’ controvoglia 
che sono ritornato al convegno, che al pomeriggio 
si spostava in una sala più piccola. La Cecia non 
era tornato, e ho continuato ad ascoltare gli inter¬ 
venti divisi tra ricordi personali di Doglio, conside¬ 
razioni urbanistiche, immedesimandomi nella parte 
(del tutto immaginaria, e che mi divertiva molto) di 
reporter-spettatore rappresentante degli anarchici, 
presente al convegno. 

Ben calato nella mia parte mi sono poi arroga¬ 
to il diritto di assentarmi per fumare una sigaretta, 
che forse era una scusa per tornare all’assemblea di 
piazza. Lì, l’uomo della cassetta (che già da prima mi 
aveva adocchiato e mi aveva mostrato - non so per¬ 
ché - un certo rispetto) mentre un altro partecipan¬ 
te parlava, mi si è avvicinato dicendomi sottovoce: 
“dopo parla lei”. Ho risposto con un sorriso, e dopo 
qualche altro intervento mi è stata lanciata col solito 
bel calcio la cassetta. Son salito in cima e ho detto 
piu o meno quanto segue: “Sono qui per partecipare 
a un convegno su Carlo Doglio, urbanista anarchico 
che ha vissuto qui a Bologna gli ultimi anni della sua 
vita. Non so da quanto tempo vi riunite in questo 
modo, e se conoscete Doglio o se facevate già queste 
riunioni quando ancora c’era lui. Però secondo me 
se lui fosse qui oggi gli piacerebbe molto questa cosa 
che fate, riunirsi in piazza a parlare, e quindi conti- 


dossier Carlo Doglio I 125 













nuate così!”. E ho finalmente potuto sferrare un cal¬ 
cio ben dosato alla cassetta per farla arrivare giusto 
ai piedi di un altro partecipante. 

Un partecipante ostile all’uomo della cassetta ha 
preso subito spunto da quel che avevo detto per in¬ 
sinuare che son tanti anni che fa queste assemblee 
e senza che si sia arrivati ad alcunché. L’uomo della 
casetta invece è rimasto più “sul pezzo” e mi ha ri¬ 
sposto dicendo deciso: “il convegno dovevano farlo 
qui in piazza!”. Anche ripensandoci a distanza, mi 
sembra che abbia risposto in modo molto intelligen¬ 
te. Sarebbe stato forse un tributo ancora migliore 
ricordare Doglio con un convegno itinerante, a pas¬ 
seggio per le stradine e le piazzette del centro stori¬ 
co. Ma chissà se poi lui (Doglio) avrebbe apprezzato. 

Insomma alla fine sono riuscito a scrivere qualcosa 
su Doglio, e insieme al gruppo Cieri, anche a organiz¬ 
zare un incontro a Parma su Carlo Doglio (che mi ha 
dato tante soddisfazioni, tra tutte: poter aver al mio 
fianco Franco Buncuga, che per me - lettore dei vec¬ 
chi numeri di Volontà - era (quasi) come aver a fianco 
De Carlo o lo stesso Doglio). Abbiamo potuto anche 
portar un po’ in giro parte della mostra su Doglio cu¬ 


rata da Stefania Proli e inaugurata per la prima volta 
proprio al termine del convegno di Bologna. Aggiun¬ 
gendo anche il mio contributo per arricchire il dossier 
su “A” a lui dedicato, penso di aver fatto, almeno per 
ora, tutto ciò che potevo fare per rendere il mio sin¬ 
cero omaggio e il mio riconoscimento a Carlo Doglio: 
una figura “strana” che sento a me vicina e amica. E 
l’unica cosa che mi va di sperare è che a lui, Doglio, 
tutto questo sarebbe piaciuto. 

C’è ancora 
da lottare 

Per la cronaca le parole di Doglio, a cui accennavo 
sopra, che mi rendevano ancor più difficile scrivere 
qualcosa su di lui erano queste: “Che voglia di scri¬ 
vere cose ovvie. O meglio, di non dire niente. Come si 
fa a nominare, segnar di parola tutte cose che muta¬ 
no continuamente, anche se lentissimamente, o pre¬ 
cipiti. Meglio stare zitti. Forse si coglierà il rumore 
dell’erba che cresce; della roccia che si sfalda; del 
respiro dell’uomo; i dialoghi dei sogni”. 

Voglio però tenere come conclusione quella del 


Leggere Carlo Doglio 

a cura di Stefania Proli 


Carlo Doglio è stato uno scrittore prolifico. Si 
riportano qui di seguito solo le opere pubblica¬ 
te a volume, tralasciando i numerosi articoli che 
sono comparsi, a partire dalla seconda metà degli 
anni ’40, sulle numerose riviste di politica e ar¬ 
chitettura a cui Doglio ha attivamente collabora¬ 
to, fra cui “Gioventù anarchica”, “Il Libertario”, 
“Volontà”, “La Cittadella”, “Comunità”, “Mondo 
economico”, “Nuova Repubblica”, “Urbanistica”, 
“Il Mulino”, “Parametro”, “La Ricerca sociale”, 
“Sociologia urbana e rurale”. 

L’equivoco della città-giardino, Napoli, Edizioni 
R. L., 1953; 

con L. Urbani, Programmazione e infrastrutture 
(quadro territoriale dello sviluppo in Sicilia), Salva¬ 
tore Sciascia editore, 1964; 

Dal paesaggio al territorio: esercizi di pianifica¬ 
zione territoriale, Bologna, Il Mulino, 1968; 

Anarchismo ’70. Materiali per un dibattito, a 
cura di C. Doglio, “Volontà - I Quaderni dell’Anti- 
Stato”, 1, 1970; 


con L. Urbani, La fionda sicula: piano della au¬ 
tonomiasiciliana, Bologna, Il Mulino, 1972; 

L’equivoco della città giardino, Firenze, CP Edi¬ 
trice, 1974 (II edizione); 

Oggi, l’architettura, a cura di C. Doglio e A. Sa- 
monà, Milano, Feltrinelli, 1974; 

Relitti e graffiti, ovvero materiali di archeologia 
e futurologia urbanistica, a cura d C. Doglio, Na¬ 
poli, Società editrice napoletana, 1976; 

Non pensare (tanto) per progettare... ma vivere, 
a cura di C. Doglio Bologna, Clueb, 1978; 

Misure umane : un dibattito internazionale su 
borgo, città, quartiere, comprensorio, a cura di C. 
Doglio e L. Fasoli e P.Guidicini, Atti del convegno 
internazionale di studio (Bologna, 1977), Milano, 
Angeli, 1978; 

La pianificazione organica come piano della 
vita? Gli architetti della pianificazione organica in 
Italia, 1946-1978, a cura di C. Doglio e P. Venturi, 
Padova, CEDAM, 1979; 

Bologna anni 1930-40: materiali d’opere e di me¬ 
morie da leggere e da vedere, a cura di C. Doglio e 


126 I dossier Carlo Doglio 







capitoletto della mia tesi su Doglio. Era una cita¬ 
zione, riportata da Chiara Mazzoleni nel suo studio 
su Doglio, e che riprende a sua volta una citazione 
su William Morris, ovvero: Doglio fa parte di quegli 
“uomini che hanno lottato e hanno perso la loro bat¬ 
taglia; ciò per cui avevano combattuto si è realizzato 
comunque, malgrado la loro sconfìtta, ma poi si è 
rivelato altro da ciò che essi credevano. E allora altri 
uomini avrebbero dovuto continuare a lottare per ciò 
che i primi avevano chiamato con un altro nome.” 

Non c’è più Doglio, non c’è più De Carlo, non c’è 
più Ward, ci sono tanti impostori e tanti collusi. Però 
non da urbanista ma da anarchico voglio dire che c’è 
ancora da lottare, che la battaglia - autentica - è da 
rilanciare con vigore anche sul campo urbanistico. 
Perché la storia l’hanno sempre scritta i vincitori, e 
l’anarchia non ha mai fallito. Anche per Carlo Doglio, 
per me e per tutti, io la parte mia cercherò di farla. 

Michele Salsi 


Il piano 
armonico 

(la pianificazione 
della libertà) 

di Carlo Doglio 

Se io mi occupo di urbanistica e di pianificazio¬ 
ne è, fondamentale, perché mi sono andato persua¬ 
dendo che questo è l’anarchismo. Ognuno di noi qui 
presenti crede che quello che fa è l’anarchismo, io 
cercherò di spiegare perché lo penso rispetto alle mie 
occupazioni teoriche e pratiche. Con la premessa, 
non necessaria tra noi ma di sicuro indispensabi¬ 
le all’esterno, che codesta maniera di ragionare ci 


L. Vignali, Bologna, Accademia Clementina, 1983; 

con L. Urbani, Braccio di bosco e Vorganigram¬ 
ma, Palermo, S. F. Flaccovio, 1984; 

La città giardino, Roma, Gangemi, 1985 (III 
edizione integrata de L’equivoco della città-giardi¬ 
no, 1953); 

Per prova ed errore, a cura di C. Mazzoleni, Ge¬ 
nova, Le Mani, 1995. 

Bibliografia di riferimento 

Archivio Carlo Doglio (ACD), Biblioteca Liber¬ 
taria “Armando Borghi”, Castelbolognese (RA); 

F. Berlanda, Ricordando Carlo Doglio, “Crona¬ 
che Ca’ Tron”, 7 (1996), IUAV, Venezia, pp. 3-4; 

F. Buncuga, Frammenti di anarchia, “A Rivista 
anarchica”, 222 (1995), pp. 35-37; 

Idem, Da Kropotkin a noi, via Mumford, “A Ri¬ 
vista anarchica”, Dossier “Ricordando Carlo Do¬ 
glio”, 243 (1998), pp. 39-40; 

A. Ciampi, La “gioventù anarchica” di Carlo Do¬ 
glio ad un anno dalla scomparsa, “Rivista Storica 
dell’Anarchismo”, 6 (1996), pp. 119-142; 

A. Ciampi e G. Landi, Doglio, Carlo, voce del 
Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, I (A- 
G), BFS, Pisa, 2003, pp. 536-539; 

G. Ciarallo, Doglio: il piano della vita, “Bolletti¬ 


no Archivio G. Pinelli”, 28 (2006), pp. 20-27 [ri¬ 
vista online]; 

S. Civetta, Il concetto di organico in Carlo Do¬ 
glio, tesi di laurea, relatore: L. Mazza, correlatore: 
S. Moroni, Politecnico di Milano, A.A. 1999/2000; 

P. Culotta, Nel territorio di Carlo Doglio, “Urba¬ 
nistica Informazioni”, 142 (1995), pp.57-58; 

G. De Carlo, A Carrara senza i CC, “A Rivista 
anarchica”, 243 (1998), pp. 35-38; 

M. Fabbri, Carlo Doglio, “Controspazio”, 3 
(1995), p. 48; 

N. G. Leone, Nota sulla figura di Carlo Doglio, 
Allegato 1 a “PresS/Tletter”, 35 (2005), consulta- 
bile alla pagina web www.prestinenza.it (consul¬ 
tata in data 10 marzo 2008); 

R. Mazzanti, Carlo Doglio e i valori della libertà, 
“Urbanistica Informazioni”, 142 (1995), pp.55- 
56; 

Id., Editoriale, “Parametro”, 261 (2006); 

C. Mazzoleni (a cura di), Carlo Doglio selezione 
di scritti 1950-1984, Quaderni Didattici del Di¬ 
partimento di Urbanistica, Istituto Universitario 
di Architettura di Venezia, 1992; 

C. Mazzoleni, Un “eretico” fra gli urbanisti. In¬ 
troduzione a C. Doglio, Per prova ed errore, Geno¬ 
va, Le Mani, 1995, pp. 7-83; 

Il piano della vita: scritti di urbanistica e cittadi- 


dossier Carlo Doglio I 127 






contraddistingue, immediatamente, dai militanti dei 
partiti: dico, al solito, in generale: ma a mio parere 
la fortuna delle teorie socialiste marxiste, tutt’eguali 
come ben annotava una persona cui molto debbo 
culturalmente e direi come modo di vita, G.D.H.Cole, 
siano comuniste sovietiche o socialdemocratiche, 
sta anche nel loro separare, al dunque, i modi d’es¬ 
sere nella società dai modi d’essere nella partitica, 
appunto. 

Ognuno di questi compagni ha una sua vita, una 
sua serie di occupazioni, una sua problematica pri¬ 
vata, di famiglia e d’affetti - e poi c’è il partito che, 
come dire? lo compensa, lo gratifica dal punto di 
vista della partecipazione alla vita associata. Sono 
classiche forme di alienazione, evidentemente: i par¬ 
titi si rivelano quale caratteristica di una società di¬ 
sintegrata, di una società in cui più nessuno è se 
stesso e ha quindi bisogno di una tessera d’assicu¬ 
razione che «pur fa parte del mondo» - e non è vero 
che faccia parte del mondo vero, concreto, poiché 
fa parte del mondo astratto dei partiti e delle lotte 
per il potere, ma non fa parte della vita associata, 
della vita che c’è tutti i giorni, che si muove... la gen¬ 


te che cammina, che costruisce case o le butta giù, 
che mangia e piange e fa l’amore e soffre e persino 
produce (che sarebbe poi un modo tra i più gravi, 
questo della produzione). 

A mio modo di vedere la cosa più importante 
dell’anarchismo di sempre, e certamente di oggi, e 
per quante diversità d’impostazione ideologica pre¬ 
sentino i gruppi e singoli che all’anarchismo si ri¬ 
chiamarono e richiamano, sta proprio nel suo tende¬ 
re, invece, a specificare che le cose non stanno come 
indicherebbero i partiti: e che ogni tentativo di escire 
da se stessi, di escire dal rapporto con gli altri come 
avviene quando si diventi capi, o dirigenti, o amici 
dei dirigenti o parte della struttura burocratica, tutti 
questi tentativi sono negativi e si debbono combat¬ 
tere. Ma combattere non con l’entrismo, bensì il più 
possibile ignorandone la struttura portante (ovvero, 
così le forme in cui si esprime come i contenuti - 
e questo dei contenuti, ho sovente l’impressione, è 
cosa che anche nostri compagni anarchici non in¬ 
tendono). AI solito, estremizzo: e non sono a favore 
di un «ritiro» da «en dehors», o da hippies - seppure 
codeste posizioni, tutt’insieme, mi sembrino singo- 


nanza, a cura di C. Mazzoleni e N. Morreale e F. 
Scianna, Roma, Lo straniero, 2006; 

G. Nebbia, Carlo Doglio (1914-1995), “Altrono- 
vecento”, 1, 1999 [rivista Online]; 

M. Panzarella, Non pensare - molto - per pro¬ 
gettare, ma vivere. Conversazioni con Carlo Do¬ 
glio, “In Architettura. Il giornale della progetta¬ 
zione”, 3 (1979); 

P. P. Penzo, Carlo Doglio 1914-1995, “Urbani¬ 
stica Informazioni”, 142 (1995), pp.59-60; 

G. Trebbi, Carlo Doglio (1914-1995), “Parame¬ 
tro”, 207 (1995), pp. 12-13; 

S. Proli, Un approccio alla pianificazione urba¬ 
nistica: viaggio nei territori di Carlo Doglio. Tesi di 
dottorato in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. 
Dottorato di ricerca in Luoghi e Tempi della Città 
e del Territorio, XXIII ciclo. Tutor: prof. S. Tondelli; 

co-tutor: prof. P. Secondini; coordinatore: R. 
Busi. Università degli Studi di Brescia, 2011; 

S. Proli, Carlo Doglio (1914-1995), in P.G. Fab¬ 
bri, (a cura di), Le vite dei cesenati, voi. VI, Editri¬ 
ce Stilgraf, Cesena 2012, pp. 152-182; 

S. Proli, Nei territori di Carlo Doglio. Estratti se¬ 
gnalazione Inedito, in F.D. Moccia, M. Fantin, E. 
Papa (a cura di), Premio INU Letteratura Urbani¬ 
stica 2012. “Urbanistica Dossier oniine”, 3 (2013), 
pp. 24-26; 


S. Proli, Un tentativo di pianificazione urba¬ 
nistica su scala umana: Carlo Doglio e il pro¬ 
getto comunitario di Adriano Olivetti, in M. Piccini¬ 
ni (a cura di), Adriano Olivetti: il lascito. Urbanisti¬ 
ca, Architettura, Design e Industria, INU Edizioni, 
Roma, 2014, pp. 88-98. 

A Carlo Doglio sono stati inoltre dedicati quat¬ 
tro convegni; del primo convegno, organizzato in 
seguito alla sua scomparsa presso la Facoltà di 
Architettura di Ferrara ITI novembre 1995, sono 
disponibili gli atti con i file audio di tutti gli in¬ 
terventi. Il secondo convegno “Dal paesaggio al 
territorio. Giornate di studio in onore di Carlo 
Doglio” si è svolto in occasione dei dieci anni dal¬ 
la scomparsa il 10, 11 e 12 novembre 2005 tra 
Palermo e Bagheria. Il terzo convegno “Il piano 
aperto. Carlo Doglio e Bologna”, accompagnato 
da una mostra omonima, si è svolto a Bologna il 
27 novembre 2014, in occasione del centenario 
della nascita. L’ultima iniziativa, “Oltre la città 
giardino. Incontro dedicato a Carlo Doglio tra ur¬ 
banistica e anarchia” ha avuto luogo a Parma lo 
scorso 23 maggio. Gli atti completi di queste tre 
ultime iniziative non sono ancora disponibili. 

A cura di Stefania Proli 


128 I dossier Carlo Doglio 







larmente attraenti e non facili nè comode, se prese 
sul serio; un segno, direbbe qualcuno di voi, d’una 
alta notte barbarica che incombe, e ci si ritira nel de¬ 
serto a pensare, a salvare almeno il cervello umano 
per «dopo», se ci sia un dopo. 

Ma dovevo spiegare perchè io sia persuaso che 
quella (disciplina? teoria? ideologia? pratica? mah...) 
che chiamiamo usualmente urbanistica e piani¬ 
ficazione sia caratteristicamente un modo di porsi 
dell’anarchismo. 

E tornerò allora, sperando di non annoiare, su 
tasti che batto da molto tempo, da quando cioè, a 
mano a mano che dileguavano le speranze (anche 
di quelli tra noi che erano più scettici) sorte nella 
lotta antifascista, ho avvertito lo sclerotizzarsi dei 
modi organizzativi partitici, e una tendenza a «far 
politica» persino del movimento anarchico, e mi sono 
persuaso che c’era un ambito, così empirico come 
ideologico, così teorico come pratico, nel quale aveva 
senso versare se stessi: l’ambito dell’urbanistica e 
della pianificazione, nel quale in tanto si agiva se¬ 
riamente in quanto si fosse intinti, meglio pervasi, 
di anarchismo. 

Badate che quegli anni, un andare dal 1946 al 
1953-54, vedevano assai tentativi di escire dalle 
strettoie partitiche, avvertite diggià come strettoie 
parlamentari. E i modi erano molteplici: ci si agita¬ 
va nella scoperta del «servizio sociale», ancora non 
del tutto pervaso di sociologismo e di copiatura dagli 
USA; ci si agitava in una specie di antropologia cul¬ 
turale «d’intervento» (che va da don Zeno a Noma- 
delfia, a Dolci a Trappeto, e a Scotellaro a Tricarico); 
ci si agitava nella architettura e nella urbanistica, a 
poco a poco trascorrente in pianificazione territoria¬ 
le e impregnantesi di interdisciplinarietà; erano sol¬ 
leciti a inserire «l’uomo» nelle formulazioni economi¬ 
che gli economisti, e basti ricordare che sono gli anni 
dello schema Vanoni, di alcune ricerche di giovani 
come Claudio Napoleoni; molti di noi, ma non solo 
di noi legati all’anarchismo, si versavano sul movi¬ 
mento operaio alla ricerca di quella «azione al posto 
di lavoro» che ci sembrava, e tutt’ora sembra a me, 
l’unico modo di esorcizzare il burocratismo sindaca¬ 
le e di far saltare «dal di dentro» gli pseudoprogressi 
tecnologico-industriali. 

Eran, di fatto, anni ricchi assai. E a poco a poco, a 
mano a mano che approfondivo la questione così nei 
termini culturali come nei termini pratici, si confi¬ 
gurava sempre meglio il filo conduttore che spiegava 
l’oggi solamente se correlato alle autentiche sorgenti 
della pianificazione: non più urbanistica, non mera¬ 
mente pianificazione territoriale, ma pianificazione 
«regionale» nella accezione, per citare nomi, che da 
Geddes arriva a Mumford. 

lo ho scritto parecchio, in argomento. Ma sempre 


accenni, tentativi di impostazione, tagli improvvisi. 
E nemmeno questa volta, in questo spazio che vo¬ 
gliamo breve, mi dilungherò. Basti accennare per 
l’ennesima volta alla influenza che su Geddes ebbe 
Kropotkin, il quale insieme a Eliseo Réclus parte¬ 
cipava alla «scuola estiva» organizzata da Geddes 
in Edimburgo; alla influenza sempre di Kropotkin 
quale geografo e studioso di ecologia antilettera, sul 
mondo anglo-sassone, e alle interconnessioni di cer¬ 
ta geografia «umana» francese che in Provenza giocò 
le sue carte migliori, con quel «collegio degli Scozze¬ 
si» che Geddes, ancora, teneva in Aix-en-Provence. 
A me è sembrato sempre giusto quello che diceva 
Herbert Read molti anni or sono, ovvero che la se¬ 
conda metà del secolo XX sarebbe stata improntata 
dall’approccio kropotkiniano che sostituiva quello 
marxiano (una specie di sostituzione a II Capitale di 
Campi Fabbriche e Botteghe Artigiane, da leggere 
con il Mutuo Appoggio in memoria). Che sembri, 
adesso 1970, l’opposto, non mi preoccupa affatto. 
Molti portenti sono nell’aria, e solamente il bisogno 
italiano (e non solo italiano) che hanno gli intellet¬ 
tuali di giocare con le metafisiche, e di crogiolarsi 
nell’hegelismo, e di tenersi aggiornati sulle mode 
culturali, fa sì che sembri, all’inverso, che oramai 
tutti parlano marxista. 

La verità è che mai come oggi si assiste a una spe¬ 
cie di rivincita di Proudhon e della sua interpreta¬ 
zione della società come continuo mutamento, come 
continua partecipazione (autogestione della quoti¬ 
dianità, come dice un sociologo marxista: al solito, 
non è proibito prendere il meglio da ognuno) come 
continua invenzione che trascorre ininterrottamen¬ 
te dal momento strutturale (economico produttivo) 
ai momenti sovrastrutturali e tutti li compromette e 
destruttura, li frange e ricostruisce per riabbatterli. 
Mai come oggi le disponibilità tecnologiche, se avvia¬ 
te a una economia di pace e non di guerra, di non¬ 
violenza e non di violenza, di libera autogestione e 
non di decisione autoritaria sono a disposizione de¬ 
gli uomini. Mai come oggi, ma già si avvertiva anche 
negli anni, nei venti anni fa e più che ricordavo in 
principio, la bancarotta delle scienze applicate «per 
come sono applicate» si esplicita nello strangola¬ 
mento delle città, nella perdita di qualsiasi carattere 
umano urbano, nella dissacrazione, e reai distruzio¬ 
ne, delle terre e dei mari e della stessa atmosfera. 

E diventa molto ridicolo, in questo confronto, l’ac¬ 
cusa di «medioevalismo di ritorno» che spesso ho 
sentito rivolgere ai concetti dell’anarchismo applicati 
alla pianificazione (e a me medesimo: ma c’era e c’è 
un certo vezzo intellettuale, da parte mia, a compia¬ 
cermi di quella accusa) quando, semmai, è solamen¬ 
te adesso, nel fiorire delle scienze e delle tecnologie, 
che si avverte quanto concreto, e praticabile, e d’al- 


dossier Carlo Doglio I 129 




tronde ineluttabile se non si voglia arrivare alla di¬ 
struzione della specie umana (o di bomba atomica, o 
di bomba biologica; o di cessazione della libertà, che 
è lo stesso che morte) è lo approccio «anarchico alla 
pianificazione regionale, intesa come correlazione, a 
giro d’acqua a scala mondiale, del piano della vita». 

Gli equivoci spesseggiano, si capisce. Come sem¬ 
pre, le radici autentiche degli approcci architettonici 
e urbanistici (e pianificatori) sono state ignorate o di¬ 
storte. C’è un gran lavoro, precipuamente culturale 
(ma che continuamente abbisogna della controprova 
pratica) di dissodamento, da fare. Quando, subito 
dopo la seconda guerra mondiale, fummo innondati, 
in Italia, di opuscoli e libri e statistiche e fotografie e 
mappe che illustravano la Tennesse Valley Authori- 
ty, il primo esempio, dicevano, di pianificazione «or¬ 
ganica» operata in un paese non-comunista, forse 
che ci si occupava di rintracciare quanto ne fosse 
padre Réclus con la sua teoria dello sviluppo per val¬ 
li? E certamente la TVA è stata interessante, nel con¬ 
testo americano, per esempio perchè ha dimostrato 
che non si risolve niente, di fondo, se non ci si libera 
dal concetto del profitto e sopratutto della proprietà 
privata (sicché, un certo miglioramento di condizio¬ 
ne di vita è là avvenuto, ma nessuna tramutazione 
qualitativa) - ma è stata importante, sopratutto, per¬ 
chè ha dimostrato che nei paesi a conduzione de¬ 
mocratico-parlamentare per poter attaccare le cose, 
cambiare le cose tramite le cose stesse, bisognava 
come fece la TVA, superare i diaframmi del Congres¬ 
so e del Senato e scorrere tra il Presidente (il «capo 
supremo») del paese e i tecnici... Era un campanel¬ 
lo d’allarme sulla veniente tecnocrazia, si capisce, 
eguale a quella che, in modi per verità meno tecno¬ 
logicamente d’avanguardia, e per sopraffazioni «par¬ 
titiche», si era andata configurando in Unione Sovie¬ 
tica; ma era anche una conferma di come siamo nel 
giusto, noi dell’anarchismo, quando ci riallacciamo 
a Proudhon e alla sua critica, perfetta in Idea della 
Rivoluzione nel XX Secolo, del mondo democrati¬ 
co scaturito dalla borghese rivoluzione francese (che 
sarebbe l’ora, da parte degli anarchici, di smettere di 
veder come momento alto assai: credo che la lettu¬ 
ra della Storia della Rivoluzione Francese di Kro- 
potkin sia stata molto trascurata, nel movimento). 

Dedurre autori, far cenni di nomi e di testi, conti¬ 
nua a essere anch’esso un vezzo intellettuale. Quello 
che conta, per vero, è che bisogna forare vesciche 
su vesciche piene sol d’aria fritta — disperata ricer¬ 
ca, quell’aria, di avere una base sicura, un ambito 
concluso, una tranquillità metafisica spacciata per 
scientifica nel terrore degli spazi aperti, della rinno¬ 
vazione continua della nostra vita: e non ci si accor¬ 
ge, che di qui si va, diritti, nel loculo mortuario che è 
poi, a queste idee, l’unico «luogo» sicuro. 


Bisogna conoscere, e fare. Non dicono proprio 
nulla le ricerche dell’arte moderna, impegnate allo 
spasimo (quando non sono di profitto, di adegua¬ 
mento alla speculazione, di imborghesimento da 
rotocalchi) nel cogliere, di momento in momento, 
i transeunti fenomeni senza irretirli, a priori, nelle 
pseudo-scientifiche maglie strutturali? 

lo non credo che ci siano abbagli, a parlare di pia¬ 
nificazione, in certo modo, come il momento (o un 
momento, d’accordo) delfanarchismo. È una pianifi¬ 
cazione che coinvolge i modi di produzione e il «per¬ 
ché» si produca questo o quest’altro, e in «che modo», 
ancora; in che modo, e perché, si viva come viviamo. 
È una pianificazione che diventa sempre di più «opera 
d’arte collettiva», come diceva or è gran tempo Lewis 
Mumford, come aveva accennato Read, come è chia¬ 
ramente implicito in molti nostri autori, da Kropotkin 
a Bakunin, a Proudhon. È una grande recita, il teatro 
autentico che dilaga dal chiuso delle sue scene de¬ 
putate alla città e alla campagna, e sono attori (non 
spettatori) tutti quanti. Quanti, ed è lo slancio non 
mistificato di intere generazioni giovani, oggi, lo slan¬ 
cio di paesi e genti d’ogni parte quando è irretito nella 
politica di potenza, quanti non ci stanno, e ci si sta 
sempre meno anche se sembri l’inverso, con i principi 
dell’autorità e delle gerarchie: sicché il piano non è 
«ordine» ma armonia, incontro rinnovato continua- 
mente di note che sono per sé, ma che traggono ar¬ 
monia solo quando s’incontrano, e giocano insieme. 

Carlo Doglio 

originariamente apparso in Anarchismo ’70. Ma¬ 
teriali per un dibattito, I Quaderni dell’Antistato 1, 
Edizioni de LAntistato e Volontà, 1970. 


130 I dossier Carlo Doglio 




Viaggio 

all’anarchismo 

di Carlo Doglio 

Non credo che avrebbe senso parlare di anarchi¬ 
smo senza una dichiarazione preliminare: non esi¬ 
ste, e non può esistere, una codificazione o interpre¬ 
tazione «ufficiale» dell’anarchismo. Il quale anarchi¬ 
smo però, lui sì, esiste lo stesso: e non abbisogna 
di un corpo dottrinale in cui ci si riconosca e da cui 
si sia riconosciuti, per la semplice ragione che un 
uomo o più sono anarchici non perché dicano di es¬ 
serlo ma perché i loro fatti (e saranno parole, scritti, 
comportamenti nelle varie vie della vita, modi di la¬ 
vorare o non, di fare politica o non, di opporsi con la 
violenza o con la non-violenza alle strutture sociali 
esistenti e future) sono interpretabili da chiunque 
come anarchici... Il che equivale a dire che l’anar- 
chismo in tanto esiste in quanto ci siano uomini, 
d’epoca in epoca di società in società, che lo vedano 
esemplato. 

Insomma, uno non è anarchico perché afferma di 
esserlo, anche se ci crede e fa di tutto per esserlo 
e in effetti lo è, ma in quanto «altri» lo riconoscono 
tale. In una società di tutti anarchici l’anarchismo 
non esisterebbe inquantoché non sarebbe visibile: la 
troppa luce annega le sfumature, e nel brillio gene¬ 
rale che noia! 

Ma c’è di più, e di ancora più preliminare (anche 
se meno serio) quando ci si deve sforzar di parlare 
nei contesti vigenti: l’anarchismo esiste nonostan¬ 
te l’assenza d’un suo specifico corpo dottrinale; gli 
anarchici si muovono in Italia come altrove, e tra 
loro si riconoscono, accettano, contestano, riappaci¬ 
ficano e ancora dibattono, perché un loro principio 
basilare in verità c’è, ed è quello del rifiuto comun¬ 
que e dovunque del potere, dell’autorità, della disci¬ 
plina, dell’ordine; è quello, in positivo, del pagare di 
persona, dello sforzarsi di essere congruenti ai pro¬ 
pri mezzi-e-fini, di credere nell’armonia della vita 
senza note dominanti a guidare il coro. 

Codesta serie di «gesti» si identificano poi, a se¬ 
conda delle epoche, delle società e delle predispo¬ 
sizioni personali e di gruppo, nell’uno o l’altro o 
l’altro filone dell’anarchismo: la società «generale», 
appunto perché non anarchica e perché segue dei 
suoi modi autoritari e delle sue distorsioni di mezzi- 
a-fini, confonde un «filone» con l’anarchismo tutto. E 
così abbiamo un’ininterrotta storia, di paese in pae¬ 


se e internazionalmente e dentro le più svariate ide¬ 
ologie religiose e politiche, di polemiche e lotte e li¬ 
quidazioni (anche fisiche) degli anarchici di un certo 
filone. Poi ci si stupisce che di lì a poco, in modi so¬ 
vente difformi, gli anarchici siano ancora lì: gli anar¬ 
chici che non ci cascano (nell’equivoco) e ognuno sa 
quello che deve fare e ognuno è vicino ai compagni, 
anche se di un filone lontanissimo dal proprio. 

Tutto ciò va detto soprattutto in un momento 
come questo italiano, o addirittura internazionale, 
quando in luoghi tra loro lontani e fisicamente e 
culturalmente, di anarchismo si dice e si teme, e 
corrono a connettersi i fili delle usuali repressioni 
con accenti che ricordano le grandi campagne anti- 
anarchiche degli ultimi venti anni del secolo scorso. 
Quasicché l’anarchismo avesse acquisito una sua 
sorta di legittimità con i fasti di Spagna, e spersa 
era la memoria degli atti «individuali», e adesso, che 
scherzi sono?, quasi quasi torna in circolazione un 
anarchismo scomodo... Per fortuna, sospetto sospi¬ 
rino sollevati in molti, è sempre possibile il suo ri¬ 
cupero da parte di formazioni che, tramite l’accetta¬ 
zione della violenza e la predisposizione a compro¬ 
mettersi (per un fine degnissimo, si capisce) negli 
intrighi del potere, sollecitano una collaborazione 
che d’altronde gli anarchici non hanno mai nega¬ 
ta: così li inglobiamo, si dirà, nella lotta generale 
qui e adesso, lievito almeno in parte utile se non 
pretende (come pretende, per vero) di continuare a 
sollecitar l’impasto sociale a fremere e gonfiarsi e 
slabbrarsi e scoppiare. Nel complesso l’operazione 
è sempre riuscita, fino a ora: e a mano a mano che 
mutano le società e si allargano le cognizioni cul¬ 
turali, ecco pronte dottrine che fanno da ponte tra 
il conformismo e il dissenso. Ma accidenti! questo 
anarchismo, al dunque, sfugge sempre via da ogni 
rete... Un’ultima raccomandazione al lettore, prima 
che mi avventuri in una breve ricerca sull’anarchi¬ 
smo oggi. Tenga ferme in mente le cose che ho ap¬ 
pena dette, e sulla loro còte corregga quanto dirò 
laddove me ne discosti: non penso affatto di essere 
obiettivo, ho anche io le mie fissazioni e quando ne 
tratto mi ci impersono e mi secco se finisco in un 
cui di sacco, eccetera eccetera eccetera. 

Pendolo e arte 

Il dilemma dell’anarchismo, passando adesso alla 
sua storia, credo proprio sia stato l’ondeggiare da 
posizioni intellettualistiche (citiamo? Godwin-Shel- 
ley) a posizioni populiste (Bakunin); da versioni sog¬ 
gettivistiche dell’hegelismo (Stirner, evidentemen¬ 
te) a scientificismi pressoché positivistici (il povero 
Kropotkin, nella usuale versione che, senza volerlo, 
ne dà il «movimento anarchico»); dal mare magno di 


dossier Carlo Doglio I 131 




incredibili errori «autoritari» (soprattutto nella sfera 
personale, privata) e di formidabili intuizioni asso¬ 
ciative (dico, Proudhon) alla sottigliezza tutta «po¬ 
litica» della vita di Malatesta. E poi c’è lo stremar¬ 
si nella lotta contro Marx prima e il marxismo poi, 
senza decidersi mai a esorcizzarne la fascinazione 
smettendola di porsi concorrenzialmente nel filone 
del «socialismo». 

Il suo dilemma, ancora, sta nella patente contrad¬ 
dizione fra la carica umana che lo contraddistingue 
e lo fa saldo e benefico, e l’assoluta nullità nel cam¬ 
po dell’arte che di noi, come esseri umani, è, credo 
bene, il momento più alto. O meglio, la contraddizio¬ 
ne esiste tra ciò che il «filone organizzativo» (socia¬ 
lista confessatamente, socialista libertario) pregia e 
ciò che in arte si potrebbe considerare abbastanza 
vicino all’anarchismo. Insomma è facile sorridere 
di Pietro Gori, una specie di Carducci popolar-bor¬ 
ghese che ancor oggi piace agli anarchici toscani (e 
non solo a loro), e domandarsi perché non abbiamo 
adottato, pur se ce lo attribuiscono in certo senso 
gli studiosi, Arthur Rimbaud: ma gli individualisti 
anarchici, perbacco, in Rimbaud ci si riconoscono 
e ne son interpreti anche se non lo conoscessero! 
Il guaio, per me, è che riesce estremamente diffìcile 
spiegare che Henry Moore, lo scultore, è in profon¬ 
do senso anarchico - e non solo perché lo ha detto 
Herbert Reed, che d’altronde non è anarchico solo 
perché diceva d’esserlo (e i compagni ne erano sod¬ 
disfatti e fieri) ma perché nei suoi scritti di critico 
(molto meno certamente nelle poesie e nel romanzo) 
è dentro il filone «globale» dell’anarchismo. 

Da Stirner 
al grande padre 

Molti anni fa, quando ho incominciato a dirmi 
anarchico, mi sembrava che tutto fosse semplicissi¬ 
mo: noi rappresentavamo, grazie alle lotte e fatiche 
e morti di tanti compagni in gran parte d’estrazione 
operaia e contadina, con un po’ di intellettuali a 
far buon peso ma senza distoreere niente di quella 
diretta relazione con i lavoratori, noi rappresenta¬ 
vamo la parte «libertaria» del socialismo. Socialisti 
«autoritari» tutti quelli di origine marxista, tanto i 
socialdemocratici quanto i comunisti e tutte le di¬ 
verse sezioni che al comuniSmo si richiamassero; 
socialisti «libertari» gli anarchici d’ogni filone, an¬ 
che quelli che quasi quasi di socialismo (pur consi¬ 
derato forma ancora borghese) non volevano sentir 
parlare. 

Facevo una gran confusione, come no? Stirner 
era un osso duro, e continuo a credere che il «San 
Max» marxiano non l’abbia esorcizzato per niente. O 
meglio, in tanto lo ha dissolto in quanto ci ha pole¬ 


mizzato dentro gli schemi hegeliani, evidentemente 
trasformati in materialisti eppur sempre dialettici. 
Però Stirner è anche altra cosa che un paranoico della 
sinistra hegeliana: un mero Kirkegaard o Nietzsche 
del proletariato?! e di un proletariato, badiamo, in¬ 
triso di costumi e cultura borghese, capitalista? Me 
ne stavo beato all’interpretazione, d’origine francese, 
de «L’Unico» come non già il singolo ma la massa, la 
massa cosciente, il proletariato appunto che ha preso 
coscienza di sé. E ancora adesso, nella diffìcile trama 
del mio anarchismo, Stirner ci ha parte soprattutto 
laddove ci mette insieme il lavoro che l’industrializ¬ 
zazione ha fatto «andare in frantumi»: e di lì a poco 
William Morris dirà e farà cose tanto vicine a questo 
suo dire. Solo che per l’anarchismo in termini usuali 
(e giusti, perché cosi esiste e altrimenti non saremmo 
qui a dibatterne) Stirner è la bandiera degli indivi¬ 
dualisti più estremi - lo si cita nelle storie dell’anar¬ 
chismo compilate da anarchici o para-anarchici, ma 
senza gioia e con una certa peritanza da parte degli 
organizzatori, dei «socialisti» insomma. 

Proudhon è il gran padre. Ma quanti anarchici 
hanno letto l’«Idea della rivoluzione nel XIX secolo», 
che è l’unico suo libro veramente anarchico? opu¬ 
scoli, slogans e il richiamo urgente alle polemiche 
con Marx. Beninteso la «Filosofìa della miseria» va 
parecchio a pezzi sotto le botte della «Miseria della 
filosofìa». Ma è però proprio vero, come allora (tan¬ 
ti anni or sono) credevo, che il concetto di «valore» 
proudhoniano è una metafìsicheria che sollecita 
evasioni e devia la classe lavoratrice dai suoi compiti 
primari? piuttosto, come la mettiamo con la sua ri¬ 
gida condanna di Rousseau, che agli anarchici non 
dispiace; e soprattutto con le sue ire contro i «gia¬ 
cobini», questi politicanti autoritari che, per ammi¬ 
razione della piazza pulita che sembravan facesse¬ 
ro dei borghesi (e perché non degli aristocratici?), 
nell’anarchismo si fa fatica a non apprezzare? A me 
quello appena citato suona ancora come un gran li¬ 
bro: se c’è un filone anarchico «politico» (e direi che 
c’è, e probabilmente nonostante la contraddizione 
in termini è quello più seguito - o forse proprio per 
questo) vi ci si dovrebbe abbeverare sovente. Perfet¬ 
ta esorcizzazione, soprattutto, delle fìsime della de¬ 
mocrazia politica, liquidazione dei principi del 1789 
che hanno «costruito dentro» gli atroci concetti del¬ 
la autorità, dei leaders ) dell’ordine. Ma attenzione! 
Proudhon è socialista? le polemiche alfinterno della 
I a Internazionale, antecedenti a quelle con Bakunin, 
ce l’hanno con i «mutualisti» proudhoniani. Bene: te¬ 
niamoci Proudhon non nel mausoleo dell’anarchia, 
ma come un pensatore scomodo, sincretico, pastic¬ 
ciato sovente che però è forse più moderno, più utile 
all’anarchismo di oggi, di quanto si creda dentro e 
fuori il movimento anarchico. 


132 I dossier Carlo Doglio 




La cotta 

La cotta -il maestro- era Bakunin. Credo di aver¬ 
lo studiato parecchio bene, e sono ancora molto 
soddisfatto della scelta nei suoi scritti, «Libertà e 
rivoluzione», che compii prima degli Anni Cinquan¬ 
ta: trascegliendo nell’enorme corpo della sua opera 
ne veniva uno scritto perfettamente moderno, con¬ 
gruente con le questioni che ci tormentavano allora: 
una filosofia non d’accatto ma nemmeno bizantina e 
soprattutto impossibile da bizantineggiarci sopra (i 
suoi studi in Germania anche Bakunin li aveva fatti, 
e seri. Però si era troppo dedicato all’azione per avere 
il tempo di far delle biblioteche e dei libri il proprio 
basamento); una rapidità di comprensione per qual¬ 
siasi movimento che salisse dal basso, e la persua¬ 
sione che «nel movimento stesso, nell’impedirgli di 
coagularsi» era la via d’uscita dalle burocratizzazioni 
e dai vangeli; partecipazione personale dovunque e 
comunque; una violenza disperata (ed erano tem¬ 
pi eredi di violenza, i nostri allora; sentivamo che 
la violenza usuale, quella delle strutture statuali e 
governamentali andava nuovamente chiudendosi 
sopra la società civile -del resto, non era stato codi¬ 
ficato il tutto nei CLN?) che un sorriso, ora ironico 
ora paterno, placava; ma soprattutto, una forza di¬ 
rompente nell’individuare nel mondo rurale (in Ita¬ 
lia, nel Meridione) la salvezza dal prosciugamento di 
ogni energia tramutativa che già incominciavamo a 
percepire a mano a mano che si andavano dissolven¬ 
do i veli ammaliatori delle società che non avevano 
subito il fascismo. 

Bakunin aveva avuto i suoi principali seguaci 
(gli anarchici? i socialisti libertari?: sono la stessa 
cosa? Allora dicevo di sì e adesso dico di sì: ma da 
angoli visuali diversi) nel Giura svizzero, terra di 
piccoli abilissimi artigiani pressoché antesignani di 
quell’industrializzazione per «industria domestica», 
cottage industries, che rapidamente il capitalismo ha 
interpretato a fini di peculiare sfruttamento (come 
in Giappone) ma che, forse, costituiscono (di nuo¬ 
vo) una delle vie d’uscita, di sicurezza, dalle strettoie 
della tecnologia contemporanea. 

È un mio gioco privato, un mio intellettualismo 
d’accatto, sforzare tempi e significati e correlare cer¬ 
te «azioni» di Bakunin, meglio certo suo ambiente, 
con le speranze che avrebbero suscitato (poi dis¬ 
solte, dissolte) le «comunità orologiaie» di Barbu e 
Mermoz in Francia del dopoguerra? Modelli utopi¬ 
ci si dice: Bakunin non aveva pazienza per l’utopia, 
non si è mai sognato di descrivere una società di 
domani; ma agiva «in utopia», e con una concretezza 
che i continui fallimenti delle sue insurrezioni non 
cancellano. I «consigli di operai, contadini, soldati» 
quanto gli debbono? quanto deve il mondo sovietico 
al suo volontarismo? chi ha capito meglio la Comune 


di Parigi lui o Marx? 

Soltanto viene il dubbio, a un certo momento, che 
Bakunin faccia più parte della storia del socialismo 
che della storia dell’anarchismo: in questo preciso 
momento, in questi ultimi due o tre anni in Italia, 
ma non solo in Italia, codesto dubbio mi è presente 
assai: non c’è d’altronde niente di male; gli anarchi¬ 
ci, comunque, anche quelli non precisamente socia¬ 
listi, sono per il socialismo contro la società borghe¬ 
se e capitalista d’ogni genere e tipo: questo, proba¬ 
bilmente, fa sì che abbiano l’impressione di essere 
«nell’occhio dell’uragano» più di di quanto in verità 
sia vero, e utile. 

Varrà la pena di sottolineare che i tentativi, ripe¬ 
tuti, di inglobarsi il movimento anarchico, soprat¬ 
tutto subito dopo la guerra ultima, sempre partono 
da ideologizzazioni bakuniniste. La cosa divertente è 
che gli anarchici non riescono a capire di che cosa 
si tratti, nel senso che non possono (i «filoni») sposa¬ 
re integralmente una teorica piuttosto che un’altra: 
saranno cosi ex-comunisti o ex-socialisti (di solito 
futuri socialisti o comunisti) a tendere la rete, in 
grandissima buona fede, e a rimaner scornati al mo¬ 
mento di trarla a riva. 

Citerò il caso piu clamoroso, in Italia, che inco¬ 
minciò a delinearsi al Congresso di Carrara, il pri¬ 
mo dopo la fine del fascismo, ed ebbe e ha sussulti 
tuttora. Ne era portatore, a Carrara, Carlo Andreoni 
il quale non riusciva a persuadersi di come mai un 
movimento contadino e operaio con la tradizione di 
quello anarchico, cosi pulito e senza compromissio¬ 
ni, cosi aperto alfinternazionalismo concreto - nel 
senso di partecipare senza questione di nazionalità 
a ogni movimento di rivolta dovunque ci si battesse 
contro il potere, la autorità e la sopraffazione non 
riuscisse a «contare». Ma contare dove, come? nella 
lotta politica dell’Italia «liberata»? Sta di fatto che, 
nonostante Andreoni fosse degnissima e cara perso¬ 
na, non gli riuscì di portarsi «fuori» (dopo che eviden¬ 
temente era già «dentro») quasi nessuno, nemmeno i 
«praticisti», come chiamavamo coloro che insisteva¬ 
no sulla necessità di «essere pratici» ma al dunque 
riluttavano a identificare la pratica con la politica del 
potere, che sembra essere l’unica praticità disponi¬ 
bile quando si ha fretta (e non si arriva mai, come 
constatiamo in Italia, e non solo in Italia). 

Guérin e Masini 

Di questi anni, c’è un interessante esempio di si- 
migliante tentativo in Francia, ma a livello esclusi¬ 
vamente intellettuale ed elevato, con Daniel Guérin, 
autore di un’importante e neo-tradotta «Storia della 
rivoluzione francese» in cui gli influssi kropotkiniani 
sono dichiarati ed evidenti e di «Fascismo e gran ca- 


dossier Carlo Doglio I 133 




pitale» e «A servizio dei popoli colonizzati», e di tanti 
altri studi ancora. Non è gran tempo che, a furia di 
polemizzare con Sartre e di riflettere sul «senso» del 
socialismo, è approdato (si fa per dire) a Bakunin: 
«Giovinezza del socialismo libertario» è uno dei suoi 
primi saggi in argomento, ma oggi citerei il libretto 
suir«Anarchismo» nel quale il disegno è molto ben 
realizzato e le correlazioni (o inframettenze) tra anar¬ 
chismo e socialismo sono dichiarate. 

È tipico che in Italia si sia frettolosamente pub¬ 
blicato un libercolo come «L’Anarchia» di George 
Woodcock, poligrafo davanti al consumatore anglo- 
sassone e davanti agli anarchici, ma incapace, nono¬ 
stante i precedenti scritti su Godwin e Kropotkin, di 
capire che cosa sia l’anarchismo, e invece il testo di 
Guérin sia ancora quasi sconosciuto. 

Guérin è chiaro: conta Bakunin, conta l’esperien¬ 
za spagnola, contano certi filoni sud-americani, con¬ 
tano Volin e Archinov e Makhno, i grandi anarchici 
russi in lotta e poi in esilio con la vittoria bolscevica; 
conta Malatesta, in certo ambito. Ma Kropotkin non 
è altro che «un geografo» di cui i sovietici oggi dicono 
persino bene, e altri filoni d’anarchismo non ne esi¬ 
stono o non è il caso di parlarne... 

Mi domando se «Gli anarchici» di Pier Carlo Ma¬ 
sini, di recentissima pubblicazione, aumenterà la 
confusione o dissiperà il polverone che contestazioni 
assortite e sordità governamentale hanno sollevato 
in questi anni. Il caso di Masini è interessante e con¬ 
ferma, credo, certe mie ipotesi: è stato un militante 
e dei più attivi, ha organizzato furiosamente, ha stu¬ 
diato con estrema solidità l’anarchismo italiano; a 
lui si devono reperti bakuniniani assai interessanti 
per la storia dei movimenti operai in Italia; a lui è do¬ 
vuta una certa riviviscenza del Saverio Merlino, che 
nel sociologismo di moda (e di ritorno) ha fatto quasi 
scalpore: ma Merlino diventò socialista, del partito 
Socialista Italiano di fine secolo, come d’altronde lo 
era diventato il grande anarchico Andrea Costa. E 
Masini, a poco a poco, è anche lui finito nel calde¬ 
rone socialista (dico subito che anch’io ci sono stato 
in quel Partito: e ne sono uscito, non è gran tempo, 
di nuovo anarchico ma per una strada diversa da 
quella della prima iniziazione). È mia impressione 
che come a molti altri degni studiosi abbia finito con 
il far premio, su di lui, l’anarchismo «di sostegno» al 
socialismo, che è poi il modo in cui sovente siamo 
trattati dalla sinistra italiana: simpatici, inutili, ta¬ 
lora pericolosi, nel complesso inesistenti (ed è vero, 
nei parametri della sinistra che c’è). 

Due dopoguerra, due delusioni 

Nell’immediato dopoguerra, sullo slancio del mito 
di Spagna e con la sollecitazione di compagni di 


grandissima personalità, il movimento anarchico 
italiano sembrò destinato a una nuova fioritura. Non 
mi dimentico i comizi affollatissimi che tenevamo 
per tutta Italia; i dibattiti con comunisti, socialisti e 
repubblicani (c’è una vecchia tradizione di amicizia 
con i repubblicani: non quelli di La Malfa, evidente¬ 
mente, ma gli «insurrezionisti» che nel 1874 si riu- 
nivan a Villa Ruffi di Rimini con gli internazionalisti 
-anarchici? in fondo sì-; che continuavano a battersi 
a Unità fatta, contro Stato e Governo), tutti cortesi 
e amichevoli. 

Non mi dimentico le castronerie che io stesso di¬ 
cevo, persuaso che l’anarchismo fosse «la versione 
bakuninista, libertaria del socialismo» e che ci si po¬ 
teva sempre mettere d’accordo con gli altri, anche 
se erano marxisti e noi no (ma non lo eravamo? e «Il 
Capitale» tradotto da Cafiero, il maggiore seguace di 
Bakunin in Italia? e l’assenza -pareva- di una ideolo¬ 
gia che interpretasse diversamente dal marxismo le 
strutture socio-economiche? e tutte le partecipazio¬ 
ni alle lotte operaie e contadine, a fianco a fianco?). 
Non mi dimentico come codeste folle dileguassero 
precipitosamente quando fu chiaro che noi non por¬ 
tavamo nessuno candidato al Parlamento, che non 
disponevamo di strumenti di sotto-governo, che non 
contavamo niente in termini di potere borghese. (E 
di «potere proletario»?) 

Gli anarchici erano, apparentemente, di un cer¬ 
to peso nella ricostituita CGIL: o meglio -solidarietà 
nate in esilio, al confino, nella resistenza- contava¬ 
no per qualche cosa, lo credo che contasse moltis¬ 
simo la presenza alla testa della CGIL di allora di 
Di Vittorio: era ben stato un dirigente dell’Unione 
Sindacale Italiana, dell’USI, prima di lasciarsi portar 
come «candidato-protesta» dal neonato PCI e avviar¬ 
si per una strada molto diversa dalla precedente; e 
poi sono cose che si hanno dentro e che Di Vittorio, 
io credo, aveva dentro sé. Cosi un certo numero di 
vecchi compagni tornarono alle Segreterie di sinda¬ 
cati di categoria assai importanti: e noi, il movimen¬ 
to anarchico che allora si chiamava orgogliosamente 
FAI -anche adesso la sigla è rimasta- credevamo che 
«il movimento» fosse importante (che è un concetto 
davvero nonanarchico!), al punto che ci baloccava¬ 
mo persino con una USI riportata in vita, e polemi¬ 
che a non finire scoppiavano tra i diversi filoni. 

La verità è che non contavamo niente, e non conta¬ 
vano niente i compagni-segretari. Qualsiasi tentativo 
di rinnovare i nostri quadri, di inserire nuovi elementi 
giovani, era osteggiato, stancheggiato, respinto. 

D’altronde con che diritto chiedevamo codesti «po¬ 
sti»?! perché mai io, parlo proprio di me, avrei do¬ 
vuto entrare a far parte dell’Ufficio Studi centrale? 
dove era il mio rapporto, che non fosse di fiducia 
nell’intellettuale che si dice con i lavoratori, e pare lo 


134 I dossier Carlo Doglio 




sia dawero- e cosa ci guadagna a esserlo e quindi lo 
è? Manovre di vertice facevamo: e io penso che il ma¬ 
lanno fosse in quella FAI che senza volerlo cessava 
rapidamente di essere una «buca per le lettere», che 
è la funzione sola che possa aver un «centro» nell’a- 
narchismo, e ci sollecitava a far politica... 

Mi sembra emblematico che il movimento anar¬ 
chico abbia subito una simile emoraggia, un sma¬ 
gliante travaso, negli anni intorno al 1920-’21. Sono 
gli anni in cui l’USI sotto la guida di Armando Borghi 
conta moltissimo e riesce anche a differenziarsi dai 
«sindacalisti-rivoluzionari», cioè i «soreliani», che con 
gli «anarco-sindacalisti» non hanno niente a che fare 
(ma anche adesso l’equivoco pullula, nell’Italia del 
1969). Gli anni più alti di Errico Malatesta che era 
troppo anarchico (e stranamente anglo-sassone nei 
pensieri) per prendere il potere, unico «politico» della 
sinistra di quel tempo in condizione di capir le cose 
e di smuovere sul serio la classe operaia e contadi¬ 
na. Eppure si guardi al quotidiano «Umanità Nova» 
che appunto Malatesta dirigeva a Milano in quegli 
anni: spunta il Partito Comunista - 1921 - e di colpo 
le notizie su grandi riunioni, su immensi comizi, su 


lotte guidate (aihmé!) dagli anarchici dileguano. Gli 
è che gran parte delle masse che si associavano agli 
anarchici erano in realtà socialiste, deluse del rifor¬ 
mismo e del massimalismo verbale, ed ecco che il 
PCI veniva a colmare un vuoto, indicava la presa del 
potere, si collegava al mito russo e alle rivoluzioni 
che serpeggiavano in tutta Europa, soprattutto era 
organizzato, disciplinato e la gente ha bisogno, di so¬ 
lito, (ed è giusto nell’alienazione borghese) di sentirsi 
saldamente guidata... 

Bisogna riuscire a capire se l’anarchismo è una 
forma «sottosviluppata» del socialismo, una fran¬ 
gia per metà piccolo-borghese, per una mezza metà 
contadina («l’idiotismo delle campagne»), per l’altra 
mezza metà schizofrenica oppure, che è poi come la 
pensiamo noi, gli anarchici, una forma diversa dal 
socialismo (o dal socialismo meramente marxista?) 
che abbisogna di ben altra situazione sociale che 
quella di cui si disponeva quegli anni. Abbisogna, 
anticipiamolo, della situazione sociale, culturale, 
tecnologica, propria delle aree sovrasviluppate: con 
una perfetta congruenza di azione, d’indicazione di 
azione, con le aree peggiormente depresse. 



dossier Carlo Doglio I 135 






E ancora: Borghi e Zaccaria 

lo debbo moltissimo ad Armando Borghi, anche se 
all’inizio non lo capivo e anzi mi ci ribellavo. Uno che 
oggi legga i suoi libri -e lasciamo stare le cose fatte 
durante l’esilio in USA, che sono, tra l’altro, scritte 
orridamente- rimane forse ammirato della sua per¬ 
sonalità, della sua forza espressiva, ma non credo 
riesca a cogliere quanto dava a noi cosiddetti giova¬ 
ni in termini di progressiva comprensione del movi¬ 
mento operaio, del movimento anarchico, dei modi 
per non sciogliersi come neve al sole dell’avvenire. 

Le cose che mi diceva a cavallo degli anni Cin¬ 
quanta e ancora prima, hanno filtrato assai lenta¬ 
mente in me. Credo che stiano riemergendo adesso, 
e in forme assai diverse da come lui le intendeva. In 
fondo Borghi diceva: nella società contemporanea, 
i sindacati non possono fare a meno di agire come 
agiscono; se sono vicini ai lavoratori, ne devono mi¬ 
gliorare le condizioni senza perdere di vista l’abbatti¬ 
mento della società capitalista, ma senza sacrificare 
freddamente i lavoratori stessi sull’altare della «gin¬ 
nastica rivoluzionaria». E orripilava che si scambias¬ 
sero gli anarco-sindacalisti con quei «sindacalisti- 
rivoluzionari» che non esitavano a tagliare i garetti 
delle vacche nelle dure lotte agrarie della Bassa Pa¬ 
dana e del Ferrarese. La violenza per la violenza, no. 
Era persuaso che il tempo dell’anarchismo di massa 
fosse passato (per il momento, si badi); bisognava 
occuparsi di riflettere e di interpretare nei nostri 
modi gli avvenimenti, di «dare una mano comun¬ 
que e dovunque fosse il nostro posto di lavoro». Un 
sindacalismo nuovo non poteva che sorgere da una 
situazione nuova in termini produttivi e di situazio¬ 
ne all’interno delle fabbriche e nelle campagne. Noi 
rimestavamo troppe vecchie idee, e noi «intellettuali» 
avevamo la mania del riferimento libresco, come se 
l’anarchia la si imparasse sui libri. 

L’altra persona (e per me l’anarchismo è una sto¬ 
ria di persone, ma che cosa si vuole di più? la storia 
delle orde è animale, la storia del singolo è perti¬ 
nente all’animale-uomo) che è stata fondamentale, e 
non credo solo per me, fu Cesare Zaccaria di Napoli, 
per molti anni direttore di «Volontà», cioè della rivista 
anarchica che con tanta fatica vede la luce ancor 
oggi. È stato Zaccaria a esorcizzare la tendenza non 
solo mia ai vagheggiamenti filosofico-ideologici; a 
sciogliermi dalle dande dell’appena reperito materia¬ 
lismo storico e dialettico, dai viluppi delle «grandi co¬ 
struzioni» per gettarmi nell’ovvio del senso comune. 
Che fatica! il senso comune, la gente comune, niente 
miti e niente parole altisonanti, niente disprezzo ma 
rispetto degli altri, niente odio ma amore: ma che 
anarchismo era? 

Era comunque un anarchismo di diversa estrazio¬ 
ne da quello italiano tradizionale, da quello «ufficia¬ 


lizzato» nell’esilio di Spagna e da quello dei Bulgari 
-una specie di Partito Comunista estremista, furio¬ 
samente persuaso che l’organizzazione (e come fa a 
non diventare burocrazia?) sia tutto, a livello cosi 
nazionale come internazionale- e da quello france¬ 
se, che d’altronde era continuamente preso di mira 
da tattiche «entriste» e ogni volta ne usciva non dis¬ 
sanguato, ma stanco. Un anarchismo che, evidente¬ 
mente proprio perché tale, non rifiutava il colloquio 
con gli altri filoni, anzi lo cercava. Abbiamo pubbli¬ 
cato la storia di Makhno, che sarà stato in parte un 
nazionalista ucraino (e oggi, l’Ucraina che problemi 
presenta? e la questione delle regioni-nazioni non è 
basilare, oggi?) ma era anche un meraviglioso con¬ 
dottiero in parte anarchico e in parte autoritario -la 
leggenda dei grandi banditi, in Russia e altrove, la 
vogliamo rifiutare? Abbiamo pubblicato Bakunin; 
curato nuovamente il miglior libro che ci sia su Ba¬ 
kunin, quello di Kaminsky; stampato e distribuito 
il libro di Gaston Levai sulla esperimentazione «dei 
collettivi» di Spagna: l’anarchismo di pace. Levai era 
uno dei maggiori esponenti dei praticisti, su quelle 
sperimentazioni ci giurava forse un po’ troppo: ma 
perbacco nessuno dei suoi compagni di filone si è 
mai sognato, che io sappia, di stampare finalmente 
alcuni esempi, non d’utopia, ma di organizzazione 
anarchica, sulle cose e nelle cose. 

Ho a poco a poco incominciato a capire che Kro- 
potkin non era poi quel materialista rigido, quel posi¬ 
tivista, quello scienziato borghese che pretendeva di 
dimostrare scientificamente il sicuro avvento dell’a¬ 
narchismo; e nemmeno l’osceno interventista della 
prima guerra mondiale (anche se interventista lo fu, e 
con lui altri: e con ciò?); e neanche solo l’autore delle 
«Memorie di un rivoluzionario», che a questi lumi di 
luna «Rinascita» distribuisce in premio agli abbonati 
(che è un bellissimo libro ottocentesco, di prima che 
Kropotkin diventasse anarchico). Infine, è pur vero 
che «La conquista del pane» sembra una roba molto 
leggerina, ma leggiamolo senza le sicumere della nostra 
cultura borghese; e «Il mutuo-appoggio», non sarà forse 
(per me lo è) un testo fondamentale insieme a «Fattorie, 
fabbriche e botteghe artigiane» di quell’anarchismo 
«non-marxista» che è andato filtrando nelle giunture 
del mondo anglosassone e che oggi, correlandosi a 
moti di pensiero e di azione che sgorgano dall’Asia 
e dall’Africa, può a poco a poco rovesciare le carte 
dell’ineluttabile integrazione? 

Senza la frequentazione (e le dispute) di Zacca¬ 
ria non credo che avrei capito cosi bene il mondo 
anglosassone. Non sarei arrivato alle interrelazioni 
di Morris con Kropotkin, di ambedue con Geddes e 
Réclus e, tramite Réclus, alla geografia «umana» (e 
volontaristica) dei regionalisti francesi, tramite Ged¬ 
des e Mumford e di li a Thoreau, al mondo aperto 


136 I dossier Carlo Doglio 




sulla natura e agli uomini della spinta pioniera. E 
nemmeno a G.D.H. Cole sarei arrivato, al suo divin¬ 
colarsi nelle strettoie «fabiane» con continua memo¬ 
ria e rimpianto del socialismo delle ghilde: ah, un 
«socialismo a scala umana» è tra gli scritti più felici 
e pertinenti di Cole, che negli ultimi anni sempre 
più parlava di «versione libertaria del socialismo», di 
«lotta delle campagne contro le città», di «liquidazio¬ 
ne del mondo occidentale a opera dei moti di fondo 
agrario di Cina, India, Africa»... 

Ma chi sono mai io? 

Sono finito in un partito per distrazione? credo 
di no: ognuno, le sue responsabilità le deve tenere. 
Credo che abbia agevolato codesta esperienza l’e¬ 
strema libertà di pensiero (e di azione, persino par¬ 
lamentare) cui mi abituavano gli inglesi del partito 
laburista (direi, soprattutto con Gaitskell: l’avvento 
della sinistra wilsoniana, che guaio!); l’infiltrazione, 
a contatto con genti di tante lingue e costumi e tra¬ 
dizioni e letture, di un rispetto sempre meno con¬ 
sistente per gli ideologismi; l’insopportabilità della 
sinistra europea; gli anni dedicati ad aiutare Cole 
nel tentativo di «ripensare il socialismo» -e si finiva 
sempre, a Parigi a Londra ad Amsterdam dovunque, 
con il dar di cozzo in marxisti ufficiali o aspiranti 
tali, con testi sacri sempre rinnovati da sbandierare; 
e il fatto che non stavo in Italia, quindi persino il PSI 
poteva sembrare cosa accettabile, nel momento in 
cui (erano gli anni intorno al 1957-58) si dichiarava 
che non era più imprescindibile aver fede marxista 
per starci dentro. 

Delle mie esperienze, un po’ in Gran Bretagna e 
molto in Sicilia, non è il caso di parlare qui; piuttosto, 
come mai non sentivo nessun richiamo dell’anarchi¬ 
smo, quando poi all’estero frequentavo i compagni, 
e andavo sempre meglio chiarendo a me stesso, e 
d’altronde a tutti, che anarchico lo ero? È facile dare 
la colpa agli altri. Che cosa poteva fare il movimen¬ 
to anarchico italiano, se non lottare duramente per 
sopravvivere? lo non credo che ci sia nessuna rela¬ 
zione ombelicale tra l’anarchismo dei giovani d’oggi e 
l’anarchismo che alcuni cari compagni hanno conti¬ 
nuato a tenere in piedi: ma se non lo avessero tenuto 
in piedi, se non ci fosse stato, adesso, un «luogo» 
cui richiamarsi, una letteratura (scadente quanto si 
voglia, e poi non troppo) da scambiarsi, un nome, il 
nome anarchismo che in tutti i modi sollecita slanci 
e ripulse, probabilmente anche i pochi giovani anar¬ 
chici d’oggi chissà a quali ideologie si starebbero ri¬ 
chiamando. 

Certamente io riemergo da anarchico nel senso 
che ho idee che a mio parere consonano con la tra¬ 
dizione anarchica, con i principi primi dell’anarchi¬ 


smo. Ma non ho niente a che fare con il «filone» che 
si è trascinato fino a ora; però nel contesto generale 
mi permetto di considerarli compagni, e non credo 
che l’anarchismo ufficiale, che non può esistere, ab¬ 
bia niente da dire in proposito. 

Piuttosto, non c’è da domandarsi se il gran bac¬ 
cano che si fa oggidì intorno all’anarchismo non sia 
un cavallo di ritorno? tornano gli estremismi, torna¬ 
no le repressioni, un capro espiatorio «che non ha 
potere e che non vuole averne»: è l’ideale, le colpe 
son facilmente tutte sue. E gli entusiasmi, per la im¬ 
provvisa scoperta che forse ci si può battere contro 
questa società senza mutuarne i mezzi e alla fine 
la faccia, mi sembrano piu che legittimi. Se non si 
cade nell’errore di credere che l’anarchismo sia una 
scorciatoia verso il socialismo: tutt’altro, forse con 
il socialismo quale lo intendiamo noi di occidente, 
marchiati da Hegel e da Marx, non ha niente a che 
fare. È un lavoro lento, di riflessione e di rielabora¬ 
zione, che però non si può compiere in una torre d’a¬ 
vorio ma partecipando alle lotte: nei modi a ognuno 
propri, e senza irritarsi d’equivoci e di sconfitte. La 
scuola dell’anarchismo è valida, proprio in quanto 
elimina odi e disprezzi, violenza senza costrutto (ma 
a giudicarlo, è ognuno «che fa»), giurar sui maestri, 
ragionare in termini verticali e non orizzontali. 

Chi sono mai io per dare consigli, o per suggerire 
interpretazioni dell’anarchismo? che io creda, ormai, 
che non sia questione di «ripensare il socialismo cer¬ 
cando di iniettargli solide dosi di anarchismo» ma di 
ripensare proprio tutto, anche l’anarchismo, riguarda 
soltanto me. Se faccio cose che a qualcuno interes¬ 
sano e che siano intrise di anti-autorità, di non-vio- 
lenza, di non-potere, di autentica lotta «della società 
contro lo Stato», si vede e si vedrà. Ma intanto se in¬ 
contro un compagno anarchico è il mio compagno, e 
ci «sentiamo» senza parole d’ordine e senza tessere. 
Il problema, badiamo, è di non chiudersi nemmeno 
nell’anarchismo; ecco, questa è l’unica cosa che dico 
ai neoanarchici di oggi: nessuna cosa umana ci sia 
estranea, e il capitalismo non è umano, la borghesia 
non è umana, ma un uomo una donna sono esseri 
umani, anche quando sono borghesi. E sono umani 
i lavoratori, gli operai e i contadini che militano nelle 
sinistre ufficiali: probabilmente piu umani di noi (di 
me almeno). La strada è lunga e non è il caso di ap¬ 
pesantirla d’odi, nemmeno verso gli intellettuali che 
riescono a commerciare persino la rivoluzione. 

Carlo Doglio 

(da «Il Mulino», Bologna, a. XVIII, 
n. 200, giugno 1969) 


dossier Carlo Doglio I 137 




Ripartire 
dai suoi scritti 

di Giorgio Nebbia 

Una gran rabbia constatando che la 
strada della libertà era segnata, 
e che per decenni il potere politico 
ed economico ha soffocato 
qualsiasi passo lungo tale strada. 

Il 25 aprile 1995, all’età di ottanta anni, è mor¬ 
to a Bologna Carlo Doglio, lo studioso che ebbe un 
ruolo importante nel far conoscere in Italia Lewis 
Mumford, oltre che molti altri, come Kropotkin e 
Geddes, ai quali ha dedicato tanti scritti e che da 
questi studiosi ha tratto ispirazione per tanta parte 
della sua vita e del suo lavoro. 

È diffìcile classificare Doglio entro le categorie tra¬ 
dizionali: penso che forse lui stesso si definirebbe 
anarco-comunista, o forse rigetterebbe anche questa 
etichetta. Anarchico era uno dei suoi modelli di vita 
e di cultura, il principe russo Kropotkin; anarco-so- 
cialista era la cultura dello scozzese Patrick Geddes, 
dell’inglese Owen, dell’americano Mumford. 

Arrestato come antifascista, poi partigiano, espo¬ 
nente del Movimento Anarchico di cui pubblicò il 
giornale clandestino “II Libertario”, Doglio fu amico 
e collaboratore di Lelio Basso, del filosofo marxista 
Antonio Banfi, di Danilo Dolci. 

Quando, dopo la Liberazione, Adriano Olivetti tornò 
in Italia raccolse intorno a sé giovani ingegni a cui 
chiese di tradurre e diffondere le opere degli autori che 
il lungo sonno culturale imposto dal fascismo aveva 
escluso dal nostro paese, e di applicarne il pensiero nel 
territorio, nell’impresa, nelfamministrazione pubblica. 
Nella pattuglia degli olivettiani Doglio era in compagnia 
di Ferrarotti, Zevi, Volponi, Quaroni, De Carlo, e tanti 
altri, e contribuì al movimento di Comunità e alle pub¬ 
blicazioni della casa editrice e della rivista omonima. 

Doglio ha insegnato per molti anni, nelle Univer¬ 
sità di Palermo, Venezia e Bologna, ma parlare di 
Doglio come “cattedratico” universitario è limitativo: 
la cattedra da cui distribuiva a piene mani cultura 
e ironia, coraggio e speranza, si trovava, oltre che 
nelle aule, in qualsiasi luogo in cui potesse parlare - 
soprattutto alle generazioni più giovani, ai militanti 


dei movimenti di base, agli insegnanti, agli studenti 
- del passato, del presente e del futuro, in cui potes¬ 
se propagandare una utopia rivoluzionaria a cui è 
rimasto fedele tutta la vita. 

Doglio era uomo capace di “perdere” due giorni 
per parlare a dieci persone e disinteressato a cose 
che gli avrebbero garantito un po’ di lettori. 

In un’epoca in cui viene fatto credere che si esiste 
soltanto se si ottiene un breve passaggio in qualche 
intervista televisiva, in cui gli autori, anche minimi, 
si fanno invitare a tenere conferenze per vendere i 
propri libri, tutta la vita di Doglio dimostra invece 
che si esiste soltanto se si apre il cuore e la mente 
anche ad una sola persona. 

Sarebbe molto importante che venissero raccolti 
e ordinati i suoi libri e i suoi scritti e le registrazio¬ 
ni delle sue conferenze; scritti spesso pubblicati da 
case editrici minime o in giornali e riviste quasi sco¬ 
nosciuti: anche questo era tipico di Doglio. Avremmo 
tutti da imparare ancora molto leggendo gli scritti 
che ci ha lasciato. 

Nel febbraio 1992 Chiara Mazzoleni, dell’Istituto 
Universitario di Architettura di Venezia, ha curato e 
pubblicato il volume: “Carlo Doglio. Selezione di scrit¬ 
ti 1950-1984”. La buona introduzione della Mazzole¬ 
ni, la biografìa e la bibliografìa dei libri e degli articoli 
principali di Doglio, e soprattutto la rilettura delle sue 
parole, consentono di ripercorrere il suo cammino 
culturale, universitario, ma soprattutto umano. 

Fra i molti contributi di Carlo Doglio vorrei ricor¬ 
dare quelli sui rapporti fra attività produttive, inse¬ 
diamenti umani e ambiente. 

Negli anni cinquanta, quando è sorto il movimen¬ 
to di Adriano Olivetti e si è cominciato a considerare 
la necessità di una programmazione, era possibile 
vedere alcune analogie fra l’Italia uscita distrutta dal 
fascismo e l’America degli anni trenta, quella in cui 
Roosevelt aveva lanciato il suo nuovo corso. 

Anche da noi in molti abbiamo pensato che la ri¬ 
progettazione delle merci e dei processi produttivi, 
le opere di difesa del suolo e di regolazione del corso 
dei fiumi - qualcosa di simile alla Tennessee Valley 
Authority - avrebbero potuto assicurare al paese la¬ 
voro, acqua ed energia e avrebbero potuto allontana¬ 
re i disastri, come l’alluvione del Polesine del 1951, 
figlia proprio della mancanza di una politica e di una 
cultura del territorio, della difesa del suolo, della re¬ 
golazione dei bacini idrografici. 

C’era anche da noi un “Sud” simile al sud degli 
Stati Uniti, in cui occorrevano dighe, acqua, fabbri¬ 
che, strade, secondo un “piano”. Se si ripercorre la 
strada della “pianificazione” in Italia si vede come 
questa strada sia stata diversa da quella che gli 
“utopisti” come Doglio avevano auspicato. 

L’ente elettrico pubblico ha ereditato i vizi politici e 


138 I dossier Carlo Doglio 




gestionali delle vecchie compagnie elettriche private; 
la speculazione edilizia ha impedito qualsiasi legisla¬ 
zione moderna sull’uso dei suoli; i grandi gruppi mo¬ 
nopolistici deH’automobile, della chimica, del petrolio, 
dell’acqua, delle costruzioni, hanno pianificato - loro, 
si, nel proprio interesse e contro gli interessi della col¬ 
lettività italiana - con le loro opere e fabbriche e con 
i loro prodotti, la diffusione delle strade, l’aumento 
della congestione urbana, finquinamento dell’aria e 
delle acque, la sete e l’erosione del suolo. 

Proprio per questo, e proprio in questi anni bui 
della fine del novecento, nella speranza che si possa 
un giorno realizzare una società come quella pensa¬ 
ta da Doglio, per trarre coraggio nell’ardua impresa, 
è importante rileggere le sue parole profetiche. 

Su come avrebbe potuto essere sviluppata la Si¬ 
cilia, secondo direttrici basate sui bacini idrografici; 
come avrebbe potuto rinascere Gibellina, col volto di 
una moderna New Town. 

Rileggere quanto Doglio ha scritto sulla “pianifi¬ 
cazione della libertà” basata - sono parole del 1970 
- sulla pianificazione dei modi di produzione, su 
una analisi critica del ‘perché’ si produca questo e 
quest’altro e in ‘che modo’, sull’interrogarsi in che 
modo e perché si vive come viviamo. 

A rileggere queste parole e tanti altri scritti di Do¬ 



«948 

1949 


Tessera di riconoscimento di Carlo Doglio in qualità 
di corrispondente del quindicinale «Basketball», 
rilasciata a Roma il 25 novembre 1948 dalla Fede¬ 
razione Nazionale Pallacanestro 


glio viene una gran rabbia constatando che la strada 
della libertà era segnata, e che per decenni il potere 
politico ed economico hanno soffocato qualsiasi pas¬ 
so lungo tale strada. 

Credo che l’unica cosa che possiamo fare per 
ricordare Carlo Doglio sia proprio partire dai suoi 
scritti, farne oggetto di pedagogia popolare, trarne 
un programma e un impegno di lotta politica e civile, 
al fine, come suggeriva Doglio, di smantellare il ter¬ 
rore “degli spazi aperti”, il terrore “della rinnovazione 
continua della nostra vita”, terrore che caratterizza 
il potere che ci domina. Senza tale cambiamento “si 
va diritti nel loculo mortuario che è poi, per le idee 
dominanti oggi, l’unico luogo sicuro”. 


Giorgio Nebbia 

Lo scritto di Giorgio Nebbia è originariamente ap¬ 
parso nella rivista online Altro Novecento (n. 1, no¬ 
vembre 1999) con il titolo “Carlo Doglio (1914-1995)”. 

Nel consegnarci questo suo scritto, Giorgio Neb¬ 
bia ci ha tenuto a precisare che “quello che era sta¬ 
to scritto alla fine del Novecento vale ancora per 
questi anni tempestosi dell’inizio del XXI secolo”. 



GIOVENTÙ ANARCHICA 




«Gioventù Anarchica» (Milano, 1946-47), giorna 
le fondato e redatto da Carlo Doglio, Giovanna 
Gervasio, Virgilio Galassi, Pier Carlo Masini. Il 
sottotitolo recita: Periodico dei Giovani della 
Federazione Anarchica Italiana 


dossier Carlo Doglio I 139 









































a cura della redazione 


Trentasette 

annifa 


Ancora una copertina di “A” affidata a Roberto 
Amb rosoli e alla sua matita grafitante. Si trat¬ 
ta di |“A” 71 1 (febbraio 1979) .e l’Anarchik che. si. 
risvegia da un incubo, nei corso del quale non 
aveva trovato alcun compagno che rispondesse 
alla sua domanda “dove siete?”, è emblematico di 
un’epoca - la fine degli anni Settanta - in cui si 
cominciano a fare i conti con la fine delle grandi 
mobilitazioni e partecipazioni, dal ‘68 al ‘77. L’a¬ 
ria comincia a farsi più pesante. La sensazione, 
in qualche modo, di una 
“sconfitta” si comincia a 
cogliere da tanti segni, 
piccoli e non piccoli. E 
Anarchik, in punta di 
matita, funziona ancora 
una volta da termometro 
sociale... 

I temi trattati in que¬ 
sto numero sono, come 
spesso, i più vari: il 
prossimo convengo in¬ 
ternazionale di studi 
sull’autogestione, che si 
sarebbe tenuto a Vene¬ 
zia qualche mese dopo 
e di cui “A” sarà grande 
“sponsor” nei numeri 
successivi; uno scritto di 
Luciano Lanza su Cam¬ 
bogia e Iran; la denuncia 
del comportamento delle 
Brigate Rosse all’interno 
del carcere dell’Asinara 
nei confronti dell’anar¬ 
chico (detenuto) Horst 
Fantazzini; informazioni 
sui renitenti alla leva e 

al servizio civile; notizie sugli anarchici in Grecia 
e sulle lotte popolari in Bolivia; il preannuncia¬ 
to saggio sulla pedagogia libertaria di Lamber¬ 
to Borghi, noto pedagogista tra i più impegnati 
nel proporre un’educzione scolastica “laica e de¬ 
mocratica”, in realtà anche con grande afflato 
libertario; un intervento del sociologo Gian Paolo 
Prandstraller sul tema della felicità. 

A occuparsi di “poesia e movimento” è Gabriele 
Roveda, che in quel periodo entra in redazio¬ 
ne e per qualche anno darà un suo contributo 



principalmente su tematiche che hanno a che 
vedere con l’arte. Sua è l’intervista a Fernanda 
Pivano, la “musa” della beat generation, un vero 
e proprio ponte tra la contro-cultura statuniten¬ 
se e vari filoni libertari della cultura italiana (e 
non solo) di quegli anni. Sempre Roveda (con lo 
pseudonimo “Palluntius”) interviene sul mondo 
giovanile. 

Altri scritti si occupano del ruolo degli anima¬ 
tori, degli Indiani d’America. C’è la recensione re¬ 
dazionale del primo nu¬ 
mero della rivista “Au¬ 
togestione”, che si au¬ 
todefinisce “una rivista 
anarcosindacalista per 
l’azione anrcosindaca- 
lista”. Intorno a questa 
testata si coagulerà per 
vari anni una parte si- 
gnifictiva degli anarchici 
e dei libertari impegnati 
nelle lotte operaie (e non 
solo). 

Due lettere sul tema 
dell’omosessualità, la 
terza di copertina che 
riferisce di un attentato 
contro la libreria Utopia 
3 a Trieste (la 1 era a 
Milano e c’è ancora, la 2 
era a Venezia e non c’è 
più, esattamente come 
la 3) e la quarta di co¬ 
pertina che rimanda alle 
pagine su “poesia e mo¬ 
vimento” chiudono que¬ 
sto numero. 

Merita di essere cita¬ 
ta, infine, la notizia data all’interno relativamente 
alla distribuzione nelle edicole. Viene preannun¬ 
ciato per il successivo aprile l’inizio di una mag¬ 
giore diffusione di “A” nelle edicole, a partire da 
quelle delle principali edicole italiane. Un’opera¬ 
zione coraggiosa, che segnala tra l’altro la volontà 
redazionale di allargare sempre di più “il giro”. 
Ma che, come vedremo, si risolverà alla fine in 
un pur generoso flop. 


140 


trentasette anni fa 














Casella Postale 

17120 



Dibattito ricerca 


scientifìca.3/ 


La scienza è legata ai 
sistemi di dominio 


Allo scopo di precisare alcuni punti 
del dibattito sulla ricerca scientifica e su 
quella che potrebbe essere una prospet¬ 
tiva anarchica (“Facciamola finita con la 
ricerca scientifica"), emersi dalla lettura 
degli interessantissimi contributi di Lo¬ 
renzo Conigliene (“A" 401, “Dibattito 
ricerca scientifica. 1/ Appropriarsi della 
scienza") e Massimiliano Barbone (“A" 
401, “Dibattito ricerca scientifica.2/ Ma 
la scienza va socializzata"), ecco alcu¬ 
ne riflessioni che vanno a completare il 
mio articolo pubblicato sul numero 397 
di “A", dal titolo: “Basta con la ricerca 
scientifica!" 

In effetti si può sostenere che la scien¬ 
za non sia “legata in modo inestricabi¬ 
le ad un sistema di dominio", come fa 
Conigliene. È difficile contestare quei¬ 
rinestricabile"... Tuttavia, internet, il 
web e gli algoritmi attuali, solo per fare tre 
esempi che si basano su uno sfruttamen¬ 
to tecnico diretto di scoperte scientifiche 
come la cibernetica di Norbert Wiener, 
sono stati proprio pensati e realizzati da 
entità che discendono da un sistema di 
dominio: l’esercito statunitense per in¬ 
ternet, il Centro europeo per la ricerca 
nucleare per il web, le banche d’affari e 
gli Stati (tra gli altri) per gli algoritmi più 
potenti. I contributi della teoria critica 
dopo Auschwitz e Hiroshima, in propo¬ 
sito, mi sembrano incontrovertibili: dal 
1945 la scienza si è posta quasi integral¬ 
mente al servizio di ciò che ci opprime 
(la filiale tedesca della IBM aveva preso 
parte alla “gestione amministrativa" dei 
deportati nei campi di concentramento 
e di sterminio...). Propongo di dire più 
precisamente che “Fino ai giorni nostri , 
la scienza è stata legata in modo ine¬ 
stricabile ad un sistema di dominio". Il 
che non significa, naturalmente, che sarà 
sempre così, ma bisogna inevitabilmente 


chiedersi perché, fino a questo momento, 
la scienza impernia le proprie ricerche più 
sul versante di ciò che ci opprime che sul 
versante di ciò che ci libera... 

Nel mio articolo pubblicato sul n. 
397 di “A", ho fatto riferimento alla tesi 
di Lewis Mumford di una Megamacchina 
come sistema di dominio fondato sulla 
scienza. Il che non impedisce che si 
possa impostare un approccio scienti¬ 
fico e al tempo stesso non dominatore, 
se non addirittura antiautoritario; ma al¬ 
lora il dilemma è politico: se una simile 
scienza può esistere o esiste già, com’è 
possibile che essa sia così marginale, e 
che solo la scienza legata agli apparati 
di dominio monopolizzi i contributi alla 
ricerca? (Così vanno le cose in Francia e 
mi sembra che negli Stati Uniti sia ancor 
peggio...). Perché viene investito tan¬ 
to denaro negli OGM, nel nucleare (in 
Francia il nuovo reattore di Flamanville 
costerà miliardi di euro...), negli algoritmi 
finanziari, e niente nella ricerca per mi¬ 
gliorare i recipienti che utilizzano l’energia 
solare per trasformarla in energia termica, 
per esempio? Perché gli scienziati che 
lavorano all’elaborazione di una scienza 
non dominatrice non sono maggiormente 
presenti e ascoltati? 

Il rischio che si corre nel non forni¬ 
re risposte soddisfacenti a tutte queste 
domande non rivela forse che si crede 
in una futura età dell’oro, nella quale la 
scienza sarebbe interamente al servizio 
del non-dominio, una scienza anarchica 
e un’età dell’oro che non abbiamo alcuna 
probabilità di vedere un giorno realizzate 
nella misura in cui il primo nodo da scio¬ 
gliere è proprio quello del dominio? Mi 
sembra che sia la questione cui giunge 
anche Coniglione, ma attraverso vie dif¬ 
ferenti. Ma allora, rispondiamo a questo 
quesito scomodo: siamo condannati 
a pensare che oggi serve il dominio, e 
dunque ivi comprese la scienza e le sue 
applicazioni tecnologiche; di conseguen¬ 
za, invece di rifiutare semplicemente in 
modo astratto il dominio, potremmo porci 
nella prospettiva che tende all’anarchia e 


lavorare nella direzione di un cambiamen¬ 
to di ciò che ci opprime nel senso di una 
minore oppressione, il che implica il fatto 
che non dobbiamo illuderci sulla natura 
della scienza oggi, che è uno strumento 
al servizio della dominazione. 

Potremmo costruire, dunque, una 
teoria che rifiuti e respinga la scienza 
dominatrice, e metterla in pratica rifiu¬ 
tando ciò che ciascuno di noi si sente in 
grado di rifiutare e respingere, dai tele¬ 
foni cellulari fino al cibo geneticamente 
modificato, dai farmaci allopatici ai treni 
ad alta velocità. In sintesi, indirizzare la 
tecnoscienza verso la rottura di ciò che 
la lega all’apparato di dominio. Una mo¬ 
ratoria, auspicata da David Watson, o 
la fine della ricerca scientifica (se ciò si 
verificasse) aiuterebbero enormemente! 
È un punto che vorrei sviluppare in un 
prossimo articolo per “A", sul matematico 
anarchico Alexandre Grothendieck. 

Inoltre tengo a precisare che, come ha 
detto bene Coniglione, non sono affatto 
un primitivista, proprio perché, nutren¬ 
domi per lo più dei prodotti del nostro 
orto e della raccolta di piante selvatiche 
locali, sono consapevole del fatto che, in 
caso di un cataclisma industriale globale, 
per esempio, il primitivismo porterebbe a 
una violenza devastante per accaparrarsi 
il cibo disponibile. Pierre Clastres, che 
spesso viene citato in questa rivista, in 
Archéologie de la violence , ha ampia¬ 
mente dimostrato che il paleolitico non è 
certamente una soluzione emancipatrice. 

Quanto poi a ciò che rileva Barbone, 
in effetti si può pensare che una scienza 
unificata, su cui in particolare è imper¬ 
niata oggi la ricerca degli astrotisici, non 
impedirebbe altri modi di spiegazione del 
mondo. Ma purtroppo la sua ipotesi è 
arbitraria: è evidente come la spiegazione 
scientifica dell’universo ha letteralmente 
spazzato via qualsiasi altra spiegazione, 
in particolare quella religiosa, nel corso 
del XX secolo, provocando, come rea¬ 
zione, l’attuale ritorno alla religione nelle 
peggiori forme di fanatismo (dai catto¬ 
lici e protestanti statunitensi all’islam e 


lettere 


141 



al giudaismo). La questione vera è: gli 
scienziati sono disposti a capire e accet¬ 
tare spiegazioni del mondo diverse dalle 
loro? La lettura approfondita di Stephen 
Hawking, astrotisico iperpresente sui me¬ 
dia, tra gli altri, mi ha convinto del con¬ 
trario, così come ne era stato convinto 
Grothendieck dagli anni settanta in poi. 

Precisiamo qualcosa sull’autonomia 
della scienza. Lo stesso Stephen Hawking 
spiega che oggi, una persona molto colta 
non può sperare di abbracciare tutte le 
conoscenze umane, mentre, all’epoca di 
Newton, ciò era ancora possibile. Il che 
significa, secondo lo stesso Hawking, che 
ogni scienziato può, al massimo, conosce¬ 
re alcuni campi di ricerca, e non può più 
avere l’ambizione di trasmettere le proprie 
conoscenze a una parte significativa della 
popolazione. (Sottolineiamo che Hawking 
compie un grande sforzo in questa dire¬ 
zione.) Gli scienziati più brillanti operano 
ormai in un ambito che li rende di fatto 
autonomi a livello della loro scienza. Gro¬ 
thendieck era convinto che al massimo 
dieci persone al mondo erano in grado di 
capire le sue ricerche negli anni sessanta- 
settanta. È anche in questo senso che la 
scienza è diventata autonoma dagli esse¬ 
re umani, ormai incapaci di capire a fondo 
le ricerche in campo astrofisico, genetico 
o in materia di algoritmi matematici, senza 
dimenticare la fisica nucleare e certe for¬ 
me di medicina, solo per fare gli esempi 
più eclatanti. 

lo non credo che la scienza debba 
preoccuparsi soltanto di sapere. Anche 
in questo caso, la lettura di Hawking po¬ 
trebbe convincere qualsiasi persona con 
un briciolo di sapienza che, se questo 
astrotisico è rappresentativo della casta 
cui appartiene, e purtroppo sembra che 
lo sia, allora significa che queste perso¬ 
ne sono già da adesso su un pianeta 
diverso dal nostro. Tra le altre stranezze 
sulle quale lavorano in parecchi, Hawking 
chiede: “Perché ci ricordiamo del pas¬ 
sato e non del futuro?" A dimostrazione 
di quanto ciò sia assurdo, di quanto si¬ 
gnifichi ignorare il significato delle parole 
(passato, futuro, ricordo) e la dialettica 
più elementare, è il fatto che gli odier¬ 
ni scienziati, o meglio una parte di essi, 
sono assolutamente privi di sapienza. La 
scienza dovrebbe invece preoccuparsi di 
valutare se sta producendo sapienza, e 
la risposta, attualmente, è no. 

Infine, la scienza attuale non può più 
essere olistica proprio in ragione della 
complessità. Ma Barbone dice bene: la 
scienza, di per sé, dovrebbe esserlo. An¬ 


che per me è una cosa evidente. Tuttavia 
resta da sapere se può diventarlo prima 
dell’età dell’oro dell’anarchia, ma io non 
lo credo. Di qui la tesi di una vita prote¬ 
sa verso l’anarchia, e allora tutti insieme, 
sì proprio tutti, mettiamoci al lavoro per 
indirizzare la scienza verso una politica 
di non-dominio. 

Fermare la ricerca scientifica non 
significa gettare la scienza alle ortiche 
- anch’io utilizzo la scienza così com’è 
attualmente - ma arrestare la sua folle 
corsa verso la complessità, l’iperspecia- 
lizzazione e l’autonomia dei percorsi di 
ricerca, in relazione ai bisogni reali dei 
bambini, delle donne, degli uomini e degli 
esseri viventi di questo pianeta. E tentare 
di tornare a una scienza dedicata unica¬ 
mente ai bisogni degli esseri umani e alla 
loro emancipazione. 


Philippe Godard 

Francia 

traduzione di Luisa Cortese 


—Lì Come possiamo 
concepire un ordine 
libertario? 


1. Come possiamo concepire un ordi¬ 
ne libertario? Il suo primo requisito è che 
non deve avere natura coercitiva. Ma può, 
questo requisito, estendersi ai comporta¬ 
menti umani che, per essere liberi, non 
sopportano alcun limite? In altri termini: 
può esistere un ordine libertario che, sen¬ 
za scivolare nel caos, eviti la repressione 
dei comportamenti più sfrenati? Come 
caso esemplare di comportamenti privi 
di limite o sfrenati, consideriamo le pas¬ 
sioni umane. Qualcuno efficacemente ha 
detto: Tutte le passioni esagerano, e sono 
passioni perché esagerano. Una relazione 
umana può essere innescata da passioni 
quali aggressività, ambizione, avidità, ge¬ 
losia o invidia, non meno che da passioni 
quali amore, gioco o immaginazione. Sa¬ 
rebbe insensato provare a controllare la 
direzione dei flussi, poiché anche le pas¬ 
sioni che alcuni giudicano viziose, peri¬ 
colose o perfino distruttive, conferiscono 
significato alla nostra vita e motivazione 
alle nostre azioni. Inoltre, ovviamente, una 
società libertaria non può controllare le 
passioni; deve aprirsi alla vertigine (peri¬ 
colosa e talvolta spiacevole) della libertà. 

2. La domanda posta all’inizio può 
ricevere una risposta, che illustro me¬ 


diante due metafore. Un’automobile può 
lanciarsi in una corsa “selvaggia", che tra¬ 
scura limiti e vincoli, anche non avendo 
un assetto meccanico equilibrato e un 
impianto di freni funzionante. Ma per rag¬ 
giungere un’elevata velocità, l’automobile 
deve mantenersi sulla strada asfaltata; e 
se desidera prolungare la corsa, acce¬ 
lerando dopo la curva, deve ricorrere ai 
freni. Ne segue che la sua corsa non è 
mai del tutto “selvaggia": al contrario, è 
proprio il controllo su strada che le per¬ 
mette di proseguirla e di accentuarne la 
velocità. Allo stesso modo una passione 
richiede, per esprimersi pienamente e per 
durare, meccanismi omeostatici: essa è 
sì sfrenata, ma non perché priva di freni. 
Le passioni capaci di attraversare l’inte¬ 
ra vita sono quelle che si autolimitano, 
non perché subiscono qualche vincolo 
esterno, ma al contrario permeglio espri¬ 
mersi. Una passione può scatenarsi ed 
essere distruttiva, ma non fino al punto 
da distruggere il soggetto e il gruppo so¬ 
ciale: se così facesse, distruggerebbe in 
effetti se stessa. Nessun potere l’addo¬ 
mestica; è il suo stesso “correre" che la 
fa stare sulla strada e le fa usare i freni. 

3. Sto dunque descrivendo un mecca¬ 
nismo grazie al quale le passioni si autoli¬ 
mitano senza subire repressione o imbri¬ 
gliamento. Esse contengono non i propri 
eccessi, ma la loro distruttività personale 
e sociale, senza usare le briglie della co¬ 
ercizione oppure quelle della persuasione. 
Ma vi un’ulteriore difficoltà: in molti casi, 
le passioni contrastano l’una con l’altra. 
Se esse “cozzano" l’una con l’altra, come 
può mantenersi un ordine libertario? Per 
rispondere introduco un’altra analogia 
con la circolazione stradale. 1 Negli ultimi 
anni, in numerosi paesi la regolazione del 
traffico misto (autoveicoli, motoveicoli, 
biciclette e pedoni) ha visto il declino dei 
semafori agli incroci e la diffusione delle 
rotatorie. La gestione dei flussi di traffico 
da parte dei semafori è basata su una lo¬ 
gica binaria: con il verde si transita, con 
il rosso si aspetta. Piuttosto, le rotatorie 
funzionano come i pattinatori che su una 
pista affollata coordinano le rispettive 
traiettorie per non urtarsi: ogni guidatore, 
percependo il pericolo, è vigile e pragma¬ 
tico; non passa quando gli spetta, bensì 
quando è sensato farlo (il pedone o la 
bicicletta procedono con cautela, anche 
quando sarebbe il loro turno). Il risulta¬ 
to non è soltanto una drastica riduzione 
degli incidenti, ma pure una ridefinizione 
dell’idea stessa d’incidente: di solito, se 
due pattinatori si toccano, nessuno con- 


142 


lettere 



cepisce l’episodio come uno scontro per 
verificare chi prevale; in modo analogo, 
i tamponamenti stradali appaiono errori 
bilaterali di coordinamento delle traiet¬ 
torie. Mentre dunque lo scontro frontale 
oppone chi vince e chi perde, il conflitto 
è un problema di coordinamento. Allo 
stesso modo, le passioni non si scontra¬ 
no l’una contro l’altra, bensì confliggono 
entro un complessivo campo di forze. Il 
conflitto, correndo lungo una molteplicità 
di dimensioni, non ha fine: nessuna pas¬ 
sione elimina mai l’altra, nessuna ottiene 
mai una vittoria definitiva, poiché tutte, in 
un insieme di processi intrecciati, costitui¬ 
scono il carattere della persona. Dentro la 
persona ciascuna passione rinvia a ogni 
altra mentre confligge con essa: di più, 
proprio perché confligge. Quale unione 
e contesa di singolarità, il conflitto non è 
dunque una guerra totale, bensì autolimita 
la propria carica distruttiva per riprodursi, 
ossia per non avere mai soluzione. È que¬ 
sto il meccanismo endogeno che regola le 
passioni sfrenate: vi è una rotatoria intorno 
alla quale tanti veicoli diversi si mantengo¬ 
no alla giusta distanza. 

4. È importante mettere a fuoco mec¬ 
canismi di comportamento come quelli 
descritti: la passione che cerca un pro¬ 
prio limite per meglio scatenarsi, oppure 
il conflitto che - senza annullare l’avver¬ 
sario, né ridurre se stesso - si ridisloca in 
un campo di molteplici contrapposizioni. 
Sono meccanismi che aiutano a capire 
come una società libertaria possa essere 
non coattiva nel trattare i comportamenti 
umani meno addomesticabili, e allo stes¬ 
so tempo possa essere un ordine. 

Nicolò Bellanca 

Firenze 


1 James C. Scott, Elogio dell’anarchismo 
(2012), Elèuthera, Milano, 214, pp.109-111. 


__] Antispecismo e 

anarchismo: 

un nesso inscindibile 


L’antispecismo, quella forma di lotta 
per la liberazione animale, rappresenta un 
argomento che nel corso degli anni ha sol¬ 
levato accese discussioni all’interno dei 
gruppi anarchici. In particolare ci si chie¬ 
de se l’antispecismo rappresenta o meno 
una lotta insita nell’anarchismo. Cos’è che 
differenzia lo specismo dal razzismo o dal 
sessismo? Non è forse lo specismo una 


delle varie strutture gerarchiche di dominio 
al pari delle altre? Può parlarsi di anarchi¬ 
smo senza antispecismo? 

Un chiarimento terminologico 

All’interno del movimento anarchico 
globale, da decenni, si porta avanti la di¬ 
scussione intorno all’antispecismo e, in 
particolare, di come il movimento liberta¬ 
rio dovrebbe approcciarsi ad esso. Nello 
specifico, ci si chiede se l’antispecismo 
dev’essere o meno considerata una com¬ 
ponente essenziale nella definizione di 
anarchismo e di anti-autoritarismo. 

Com’è noto, l’antispecismo, rappre¬ 
senta quella corrente filosofica, culturale 
e politica per cui nessuna specie animale, 
sia essa umana che non-umana, è consi¬ 
derata al di sopra e/o superiore alle altre. 
Per questo, è antispecismo, quell’insieme 
di pratiche quotidiane volte all’abbattimen¬ 
to dello sfruttamento delle specie animali, 
e che a queste provocano danno e sof¬ 
ferenza, per trarre esclusivo vantaggio e 
godimento a favore di un’altra. Alla base 
di ciò, c’è il pieno riconoscimento del di¬ 
ritto alla vita e alla non-sofferenza di tutti 
gli esseri animali. Di contro, ovviamente, 
c’è lo specismo che considera una specie 
come superiore alle altre e, pertanto, si 
accaparra, in maniera del tutto autoritaria, 
il diritto di disporre della vita delle altre 
specie. L’antispecismo quindi, si batte per 
la liberazione totale degli esseri animali, 
senza distinzioni alcune rispetto alla spe¬ 
cie di appartenenza. 

È bene precisare che nella discussione 
in oggetto, sarebbe del tutto irragionevole 
adoperare la distinzione tra specie uma¬ 
ne e non-umane, in quanto si porrebbe 
inevitabilmente anch’essa come una dif¬ 
ferenziazione specista. Infatti, la divisione 
tra animali umani e non-umani, andrebbe 
a considerare l’umano come fulcro per 
la distinzione di questo rispetto alle altre 
specie animali con un approccio chia¬ 
ramente gerarchico. L’umano, secondo 
l’approccio antispecista, è considerato 
solo come una delle milioni di specie 
presenti sulla Terra, avente così pari di¬ 
gnità e diritto alla vita riconosciuti a tutte 
le altre specie animali. Pertanto, in questo 
contesto, se non rappresenta significato 
alcuno la differenziazione specista tra ani¬ 
mali umani e non-umani, se non al fine di 
favorire una discussione terminologica e 
dialettica più lineare e fluida, allo stesso 
modo in assoluto non viene riconosciuta la 
divisione antropocentrica e comunemente 
accettata tra umani e animali come appar¬ 
tenenti a due mondi diversi e distanti. Ad 


ogni modo, va detto che l’antispecismo è 
una corrente culturale e politica nata per 
contrastare il dominio dell’animale umano 
sulle altre specie animali e che, per que¬ 
sto, la pratica della liberazione animale che 
viene messa in atto è prettamente umana. 
Perciò, laddove la distinzione tra animale 
umano e animale non-umano potrebbe 
essere considerata legittima in senso an¬ 
tispecista, è solo a condizione che questa 
non venga inquadrata come differenziazio¬ 
ne naturale e assoluta, ma bensì, come 
il riscontro di un volontario e meccanico 
sganciamento del vivere umano rispetto 
alle società non-umane, ossia rispetto alla 
restante società naturale - ed è qui che va 
a concrettizzarsi l’antropocentrica e spe¬ 
cista distinzione finora discussa - la quale 
include le società animali, l’ambiente, e 
l’interazione tra queste due. 

Specismo come categoria di do¬ 
minazione 

Lo specismo altro non rappresenta 
che una delle varie forme di dominio 
dell’essere umano sulle società non¬ 
umane. 0 meglio, lo specismo, è solo 
la gerarchia imposta dall’animale umano 
nell’interazione con gli animali non-umani. 
In effetti, a ben guardare, le società strut¬ 
turate in maniera verticistica e gerarchica, 
impongono la subordinazione di uno o 
più individui a vantaggio di altri. Così, ad 
esempio, il razzismo impone la subordi¬ 
nazione di alcuni individui rispetto ad altri 
sull’errata considerazione della differen¬ 
za biologica su base razziale; allo stes¬ 
so modo il sessismo in base all’identità 
sessuale, così come il maschilismo e l’o- 
mofobia; ancora, il classismo, impone la 
subordinazione di alcuni individui rispetto 
ad altri in base all’appartenza ad una de¬ 
terminata classe sociale; l'etnocentrismo 
su base etnica impone la supremazia di 
un’etnia sulle altre o il nazionalismo su 
base nazionale. Lo specismo così, impo¬ 
ne la subordinazione di tutte le specie 
animali non-umane agli interessi dell’u¬ 
nica specie animale umana. 

L’anarchismo, che nasce proprio dalla 
lotta per la distruzione del dominio, del 
potere, dell’autorità e delle gerarchie, 
non può non prendere in considerazione 
l’antispecismo al fianco dell’antisessismo, 
dell’antirazzismo, dell’antiautoritarismo per 
la costruzione di una società libertaria. 
Infatti, la supremazia umana rispetto agli 
animali non-umani, è imposta sulla mera 
appartenenza degli uni e degli altri a specie 
diverse tra loro, così come ogni gerarchia 
sociale nasce dall’appartenenza a gruppi 


lettere 


143 





sociali portatori di interessi diversi tra loro. 
Le gerarchie quindi cadono e vengono abo¬ 
lite laddove la distinzione di appartenenza 
non si pone come limite, ma quando c’è il 
riconoscimento della diversità utile solo per 
il perseguimento di interessi differenti. Se 
questo riconoscimento vale ed è valso in 
passato nel rapporto tra umani, l’anarchi¬ 
smo dovrebbe riconoscere le differenze 
tra animale umano e animale non-umano 
come delle caratteristiche peculiari ma non 
limitanti e legittimitanti lo sfruttamento dei 
secondi ad opera dei primi. A tal proposito, 
basti pensare ad esempio che lo schiavi¬ 
smo, sin dalle civiltà antiche fino all’età 
moderna, è stato giuridicamente regola¬ 
mentato fino alla sua abolizione (su questo 
bisognerebbe ragionare se lo schiavismo 
ha semplicemente cambiato forme rispetto 
al passato) avvenuta quando, giusto per 
esemplificare, il colore nero della pelle è 
stato riconosciuto come caratteristica do¬ 
vuta alla melanina e non per identificare 
un’inferiorità. Stesso discorso può farsi 
rispetto al colonialismo o alle leggi razziali. 

Ciò che non va dimenticato, è che l’e¬ 
voluzione delle specie in base alle proprie 
necessità, ha portato queste a sviluppa¬ 
re caratteristiche diverse tra loro le quali 
non possono in alcun modo essere con¬ 
siderate come grado di valutazione di in¬ 
feriorità e superiorità e, di conseguenza, 
per il loro sfruttamento, ma bensì come 
semplici differenze evoluzionistiche. 

Da parte di chi scrive non c’è la vo¬ 
lontà di porsi come giudice giudicante la 
condotta altrui, né la volontà di stilare una 
sorta di “costituzione anarchica" da cui 
far emergere i princìpi dell’anarchismo. 
Personalmente però, il mio approccio 
all’anarchismo, prevede anche la distru¬ 
zione dello specismo inquadrato come 
gerarchia dominatrice e sfruttatrice, al 
pari di altre strutture gerarchiche e con 
le quali lo specismo condivide la stessa 
comune radice. A tal proposito credo che 

10 specismo si sviluppi nello stesso modo 
in cui si sviluppa il razzismo, il sessismo, 

11 classismo, il patriarcato, il maschilismo, 
l’omofobia, lo schiavismo, l’antropocen- 
trismo, l’etnocentrismo, il colonialismo, il 
nazionalismo, il capitalismo e tutte quel¬ 
le forme di dominio economico, sociale, 
culturale, di appartenenza e di identità. 
Pertanto, la lotta per la liberazione totale, 
non potrebbe essere considerata com¬ 
piuta fin quando anche lo specismo non 
verrà sdradicato e distrutto. 

Nicholas Tomeo 

Vasto (Ch) 



Botta.../Ma 


quando parlate dei 
rom, non dite mai che... 


Seguo con attenzione ciò che scrive¬ 
te; su molti argomenti mi trovo in sinto¬ 
nia con gli autori degli articoli. Ma c’è 
qualcosa che mi spinge a dissentire da 
coloro che scrivono sui rom. Vengono 
trattati come se questi fossero dei santi, 
senza peccati. Ho il timore che attorno ai 
rom sia stato creato un mito... Sono tre le 
cose che mi lasciano perplesso: 

1) non parlate mai dello sfruttamento 
delle donne e dei bambini da parte degli 
uomini; 

2) non evidenziate mai l’organizzazio¬ 
ne gerarchica della comunità rom; 

3) non parlate mai dell’atteggiamento 
criminale di alcuni rom, che nulla hanno 
da invidiare ai criminali più efferati. 

Cordialmente, 


Giuseppe Deeleva 

Trieste 


^""1 ...e risposta/ 
I pregiudizi sono 
duri a morire 


Abbiamo chiesto una risposta a 
Giorgio Bezzecchi, rom harvato (di pro¬ 
venienza croata), figlio di un internato 
ad Auschwitz, da lungo tempo attivo 
- nell’Opera Nomadi e non solo - in 
difesa dei diritti negati al suo popolo. 
Attualmente è consulente del Consiglio 
d’Europa per il programma ROMACT 2. 
Bezzecchi una ventina d’anni fa collabo- 
rò con Fabrizio De André nella tradu¬ 
zione di parti della canzone Khorahanè. 
A forza di essere vento (nell’LP ‘Anime 
salve”, 1996). Ha già collaborato in altre 
occasioni con noi di “A”. 

Caro Giuseppe, 

purtroppo, il mito/leggenda creato sul 
popolo rom (del quale faccio parte), ieri 
e oggi, è basato sulla presunta e innata 
tendenza a delinquere, che non è da santi 
ma da peccatori. 

In molti viviamo in appartamenti e per¬ 
fettamente componenti della comunità 
locale, soprattutto da quando le nostre 
storiche professioni sono venute meno. 

È ormai superata la vecchia concezio¬ 
ne che ci associava alle comunità noma¬ 
di, con un organizzazione gerarchica pro¬ 


pria, termine superato sia da un punto di 
vista linguistico che culturale e che quindi 
non fotografa correttamente la situazione 
attuale che vede solo la famiglia allargata 
come organizzazione sociale. 

Oggi siamo in prevalenza famiglie 
sedentarizzate, in gran parte di naziona¬ 
lità italiana e di antico insediamento. Le 
famiglie appartenenti ai gruppi nomadi 
sono pochissime. 

Secondo il ministero dell’interno, nel 
nostro paese le famiglie che ancora viag¬ 
giano rappresentano il 2 o 3% del mio 
gruppo. 

Ma il pregiudizio rimane, alimentato 
dai media attraverso la generalizzazione, 
creando una politica di segregazione. 

Come saprai, il danno arrecato da 
improprie associazioni di notizie conti¬ 
nua ad alimentare allarmi ingiustificati. Il 
rischio di generalizzazioni e di infondati 
allarmismi ci vede vittime istituzionali, 
frequentemente. In questo difficile mo¬ 
mento, la divulgazione di notizie vede 
l’accostamento generalizzato e senza 
distinzione alcuna di un intero gruppo 
etnico con determinati fenomeni di cri¬ 
minalità, come nel nostro caso. 

Troppo insistentemente i media citano 
i comportamenti incivili e i furti di alcuni 
rom e sinti senza fornire alcun elemento 
di riscontro e dipingendo la mia comunità 
come un gruppo incline alla delinquen¬ 
za. L’accostamento generalizzato e senza 
distinzione alcuna di un intero gruppo et¬ 
nico a determinati fenomeni di criminalità 
è perseguibile. 

La responsabilità dei comportamenti 
devianti è e deve rimanere individuale. 
Nei diversi casi di denuncia di sfrutta¬ 
mento e altri atti criminali di alcuni rom 
e sinti, che ci sono, si sono giustamente 
avviate le indagini e prese le adeguate 
misure giudiziarie a loro carico. 

I pregiudizi e la discriminazione, co¬ 
munque, persistono, sintomo che le cre¬ 
denze che si sono trascinate per secoli 
sono dure a morire. 

Mi sembra quindi doveroso ed oppor¬ 
tuno un richiamo forte, a quanti operano 
nel mondo dell’informazione, a racconta¬ 
re la realtà nel rispetto di tutti, evitando di 
alimentare un clima di tensione sociale. 

Cordiali saluti. 


Giorgio Bezzecchi 

Milano 


144 


lettere 





Ma la violenza, 
comunque, 
è prevaricazione 


Quando l'ormai lontana scorsa estate 
a Londra ho visto |questi due volantini, * 
sono rimasta così colpita dall’esplicita 
mistica della distruzione che li ho foto¬ 
grafati. Non sapevo ancora chi fosse 
Mauricio Morales detto Punky Mauri e 
francamente non ho pensato di usare il 
mio smartphone per cercare chi fosse. 
Invece della curiosità, nella mia testa si 
stava formando la lista di autori che ne¬ 
gli anni hanno alimentato, secondo me, 
il pensiero e la pratica dell’anarchismo, 
insomma quasi tutto il campionario di 
Elèuthera e non solo. Via via si succe¬ 
devano le idee su cosa penso sull’uso 
della violenza. 

Immediatamente il mio pensiero va 
all’impegno quotidiano di Emma Goldam, 
per deviare su Paul Goodman e arrivare 
alla pratica della libertà di Colin Ward, o 
allo spazio politico dell’anarchia di Eduar¬ 
do Colombo. 

Poi penso che basterebbe semplice- 
mente insistitere su Godwin che riteneva 
fondamentali l’educazione e la persuasio¬ 
ne razionale, come strumenti di elevazio¬ 
ne della società umana o su Proudhon, 
anziché porre l’accento su Bakunin e su 
Kropotkin! 


Ma forse per interessare i giovani 
(ma son solo giovani che hanno voglia 
di distruggere?) che scrivono e credono 
nella distruzione come unica soluzione, 
ho pensato che avrei potuto invece rac¬ 
contare di Tolstoj. Un bel racconto sul 
grande scrittore per il quale erano false 
sia l’idea di poter spezzare la violenza con 
la violenza, sia l’idea che l’unica possibile 
soluzione fosse quella delle riforme: trat¬ 
tare un accordo con il governo facendo 
concessioni sperando di liberare il popo¬ 
lo a piccoli passi. 

L’unica possibile via a cui pensò Tol¬ 
stoj è affidata alla coscienza dei singoli 
individui, e si fonda sul rifiuto della vio¬ 
lenza e della menzogna, sul pensiero 
indipendente e libero, e sulla non col¬ 
laborazione. Insomma si combatte con 
la sola arma del pensiero, della parola, 
dell’esempio di vita, senza fare conces¬ 
sioni al governo, senza entrare nelle sue 
file, senza contribuire all’aumento della 
sua forza. 

“Se c’è qualche possibilità [...] c’è 
solo grazie agli sforzi dei singoli indivi¬ 
dui" così scriveva Tolstoj nei sui diari e io 
sono completamente d’accordo con lui. 

A questo punto sottolineo: Malate- 
sta sosteneva che la violenza fosse una 
necessità, non l’ha mai considerata un 
mezzo. Secondo lui gli anarchici erano 
dei liberatori e non dei giustizieri. Dunque 
se anche sosteneva che ricorrere alla vio¬ 


lenza fosse un espediente obbligato per 
piegare l’ostinata resistenza del potere, 
non vi sarebbero dovute essere “vittime 
inutili, nemmeno tra i nemici", rimanendo 
“buoni e umani anche nel furore della 
battaglia". 

Ma forse invece di concentrarmi sulla 
giustificazione intellettuale del NON usa¬ 
re la violenza come mezzo, dovrei capi¬ 
re meglio chi è Mauricio Morales detto 
Punky Mauri. 

Era un giovane anarchico cileno. È 
morto trasportando un ordigno rudimen¬ 
tale, probabilmente destinato a far saltare 
la Scuola di Gendarmeria del Cile, verso 
cui si stava dirigendo. 

Dunque chiamare a raccolta in suo 
nome è espressione di uno stato di ma¬ 
lessere e di oppressione che determina 
una risposta spontanea di tipo violenta? 

Come si rapporta il pensiero e la 
pratica anarchica alla sua morte che dai 
suoi compagni viene definita da combat¬ 
tente? Come si concilia con la mia (e 
non solo) idea che la via sia quella della 
pratica quotidiana della democrazia di¬ 
retta in forma di assemblee territoriali, di 
consigli, di insiemi collettivi, che si tratti 
anche solo di un Gruppo di Acquisto So¬ 
lidale, tutte cose che rappresentano la via 
della costruzione di una società solidale, 
autogestionaria e federalista, ove sia af¬ 
fermato finalmente il principio “a ognuno 
secondo i suoi bisogni, da ciascuno se- 



"Ann rtxirxlf À Jfc viflfeflr, bcaudhiUy Piviali, 
bufiti Kitocmbci 

ÉliJd J0_v vjtfftYir arfirta tixse 

ÌT pt&Tfy ÀS pdainjy jusntké tr Jfoe centuno' 

uf infiniti? mhoct ihef Ajv* .mbjetìHÌ ir* ,ru v . 

- Maurici^ JVjrfty Mauri 


Par 


Mauri,, >Wrt preiMis m cyerr umuric in thè 
al airihisriy. in all*itìpt IO dfctfTOV flib 

v in evtry btamiful nd of prisuotr solidarily 

. 1 "DO ME A FAVOUR: - 

SEE TO IT THAT ANARCHY LIVES 1 M 


Ecco la traduzione del volantino sopra riprodotto che, insieme a quello 
accanto, ha suscitato l’intervento di Eugenia Lentini riportato in queste 
pagine: “Armati e sii violento, meravigiosamente violento, finché tutto 
non brucerà. Perché ricordati che ogni azione violenta contro i promotori 
di disuguaglianza è chiaramente giustificata dai secoli di infinita violen¬ 
za a cui ci hanno sottoposto. (Mauricio Morales, Punky Mauri). Mauri, sei 
presente in ogni attacco del conflitto contro l’autorità, in ogni tentativo 
di distruggere questa società, in ogni meraviglioso atto di solidarietà coi 
prigionieri”. “Fatemi un favore, fate in modo che l’anarchia viva”. 








Pandora* Rifiata and Geyond 

We will Retai latet “ 


il lùrt w if, 4 » ieri*. 

FLlfl M UfEN., li ta, IDI 
MlJ fwf IrtrmtìH] !t:Ll 3 *-li r 


W A 


lettere 


145 


















condo le sue capacità"? 

Bisogna tener presente che la vio¬ 
lenza, qualsiasi essa sia, è una forma di 
prevaricazione di un individuo su un altro 
individuo. Com’è possibile costruire una 
società di liberi e di eguali, e contingente 
instaurazione di un ordine sociale in cui 
ogni potere, e quindi ogni violenza, sia 
estirpata? 

E ancora, perché ci sono anarchici 
che alimentano il pregiudizio che anar¬ 
chia significa violenza ed è quasi solo 
sinonimo di dinamite? 

Certo non contesto il diritto di negare 
la forza con la forza. Mio padre è stato 
partigiano e poi la stessa dichiarazione 
deH’ONU sui diritti degli esseri umani 
prevede il ricorso all’insurrezione contro 
regimi liberticidi ed autoritari. Dunque la 
questione vera è piuttosto quella dell’uti¬ 
lità della violenza nel processo di costru¬ 
zione della forza da opporre alla violenza 
dello Stato. E per quanto riguarda l’utilità 
degli attentati individuali, del ricorso alle 
armi, fuori di un eventuale contesto di “ri¬ 
voluzione in opera" bisogna riconoscere 
che non hanno mai giovato, anzi come è 
accaduto anche dopo la morte di Punky 
Mauri, hanno fornito alla polizia valide mo¬ 
tivazioni per una repressione ancora più 
dura e sempre più generalizzata, e senza 
che qualcuno sia riuscito a far veicolare 
il messaggio anarchico. 

Per concludere: l’abbinamento anar¬ 
chia/violenza fa il gioco del potere e de¬ 
potenzia la proposta sociale anarchica, 
screditandola e riducendola a puro feno¬ 
meno ribellistico. 


Averne coscienza vuol dire non offrire 
al potere occasioni per leggittimare e in¬ 
crementare la sua oppressione e la sua 
violenza, ma lavorare per la costruzione 
di quell’unità e di quella forza sociale che 
uniche possono abbattere il sistema clas¬ 
sista e autoritario. Oppure qualcuno mi 
spieghi il contrario! 

Eugenia Lentini 

Milano 



materialismo, per il 
margine umano. 

Anche nel porno. 

Vi scrivo in merito all’interessante 
presentazione di diversi punti di vista 
sul tema della pornografia. Quando Mo¬ 
nica Lanfranco parla (in “A" 401, ottobre 
2015) della finta strada per la liberazione 
argomentando che: “Alcune femministe 
italiane hanno sostenuto che la libertà 
femminile si esprime e si legittima anche 
nella scelta di vendersi, di farsi compra¬ 
re, così come di comprare, consumare 
o essere soggetto/oggetto di pornogra¬ 
fia. In questa certezza si lascia, però, di 
sfondo, un dato non secondario: non si 
considera come queste scelte, propu¬ 
gnate come libere, sono rigorosamente 
dentro l’orizzonte del mercato, che non 
è per nulla libero, ma al contrario diventa 
l’unico elemento regolatore delle relazioni 
così come delle vite individuali e delle 


dinamiche collettive, causando la messa 
in secondo piano dei sentimenti e delle 
emozioni, centrando l’attenzione e la si¬ 
gnoria sul denaro e il potere. Rendendo¬ 
ci, tutti e tutte, al servizio acritico di un 
pensiero unico, e non più libere e liberi". 

Il suo ragionamento è troppo ma¬ 
terialista per quel che credo, infatti un 
dato non secondario che la Lanfranco 
non considera, riducendo tutte le nostre 
scelte alle dinamiche del mercato che de¬ 
clinano le nostre vite come in un Matrix 
senza possibilità di intervento, è quello 
che Romain Gary chiamerebbe il nostro 
“margine umano”, quell’umanità che sfug¬ 
ge a queste interpretazioni che in Lui non 
hanno fiducia e che sviliscono la genuina 
irriducibilità di tutti noi, uomini e donne, 
fruitori/ produttori, soggetti/oggetti del 
mercato pornografico. 

Il margine umano è la nostra possibili¬ 
tà di rendersi conto di queste dinamiche 
e di combatterle in nome dell’Llmano, il 
nostro sentire, il nostro essere consape¬ 
voli che se il pensiero unico acritico è la 
minestra più facile da ingoiare ci sono 
molte altre pietanze che la vita ci offre, 
basta essere curiosi, basta ricordarsi che 
ogni teoria che oggettivizza la nostra uni¬ 
cità non ne coglie che una sfaccettatura, 
nella misura e nella forma dei limiti stessi 
di ogni chiave interpretativa che si vuole 
ultima e quindi dogmatica. 

Una domanda proibiamo il porno e 
riapriamo le case chiuse? 

Fabrizio Dentini 

Marseille (Francia) 


I nostri fóndi neri 


Sottoscrizioni. Fondazione Giorgio Gaber (Milano) quale contributo per la col¬ 
laborazione nell’organizzazione della serata su Pietro Gori, il 1° agosto 2015 a Car¬ 
rara, 500,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Miloud, 500,00; Arnaldo Androni 
(Vigolo Marchese - Pc) 10,00; Libreria San Benedetto (Genova Sestri Ponente) 12,50; 

Enrico Calandri (Roma) 150,00; Marco Cressatti (Bari) 15,00; Giancarlo Nocini (San Giovanni 
Valdarno - Ar) 10,00; Rinaldo Manganelli (Villafranca in Lunigiana - Ms) per versione pdf, 10,00; 
Massimiliano Bonacci (Bologna) 20,00. Totale € 1.227,50. 

Abbonamenti sostenitori (quando non altrimenti specificato, si tratta dell'importo di cento euro). 
Sergio Bissi (Mantova); Claudio Paderni (Bornato - Bs); Luigi Pailadino (Torre del Greco - Na). 

Totale € 300,00. 



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lettere 



Il solito 
regalo inutile? 


Si avvicina la fine dell’anno, tradizionale 
periodo di regali. 

Si fa sempre un gran parlare di regali intelligenti. 
Perché non regalare un abbonamento annuo ad “A”? 
Nella prima copia mettiamo una lettera che indica il nome 
di chi fa il regalo e aggiungiamo qualche nostro piccolo 
omaggio editoriale. 

Nel primo interno di copertina anche di questo numero, 
trovi indicati il costo e le modalità per gli abbonamenti. 
Mandaci sempre una mail indicando il tuo nome 
(che riferiremo al destinatario dell’abbonamento da te 
regalato) e i dati del destinatario. 

(se il tuo amico/a è detenuto/a, gliela mandiamo gratis) 


Un abbonamento 


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Mittente: EDITRICE A • cas. post. 17120 - Mi 67 • 20128 MILANO Mi • In caso di mancato recapito si restituisca al mittente che si impegna a pagare la relativa tassa.